GASLIGHT ANTHEM/ All’Alcatraz la conferma della band del New Jersey

- Luca Franceschini

E’ sempre rock al fulmictone quello dei Gaslight Anthem, ma più attenzione alla performance ha creato notevole interesse. Il concerto recensito da LUCA FRANCESCHINI

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Immagine di archivio

I Gaslight Anthem sono ormai di casa nel nostro paese. Solamente quattro anni fa non riempivano neppure i Magazzini Generali a Milano e quando suonarono a Brescia, nell’ambito della festa di Radio Onda d’Urto, c’erano solamente qualche centinaia di curiosi, pochissimi che li conoscessero davvero. 

Oggi la realtà è ben diversa: già all’ultimo passaggio, in occasione dell’uscita di “Handwritten”, avevano occupato l’Alcatraz; a questo giro, con un disco, “Get Hurt”, che è andato piuttosto bene ovunque (e di cui noi ci siamo occupati a suo tempo), le porte della celebre venue meneghina sono nuovamente spalancate. 

Discreta affluenza anche stavolta, infatti, sebbene gli organizzatori li abbiano nuovamente sistemati sul palco piccolo. 

Si inizia verso le 20 e sono due band di amici ad aprire: tocca prima ai Bayside, di New York, che sono attivi ormai da una decina di anni e suonano un punk rock gradevole e piuttosto pulito, con melodie rotonde e talvolta dal sapore pop, sebbene non ci sia nessun pezzo in grado di diventare una hit. Nella mezz’ora a loro disposizione divertono e fanno divertire un pubblico non ancora molto numeroso. 

È poi il turno dei Deer Tick e qui il clima si fa più raffinato: in bilico tra rock, country e punk, la band di Providence capitanata da John Mc Cauley mette in piedi uno show coinvolgente e dinamico, a partire dal look con cui i suoi membri si presentano on stage (giacca e cravatta con colori piuttosto improbabili) e spazia in lungo e in largo nel suo ormai consistente repertorio (anche per loro una decina di anni di carriera) fatto di composizioni ora lineari, ora maggiormente eclettiche, terminando con i dieci minuti di “Down in the Zoo”, dal disco d’esordio, che ne mette in luce le notevoli capacità di jam band. 

I Gaslight arrivano alle 22 spaccate, sulle note cadenzate e pesanti di “Stay Vicious”, opener del nuovo lavoro. Inizio al fulmicotone, come tipico dei loro concerti: zero parole di saluto e via subito con un classico come “The ’59 Sound”, seguito dalla nuova “1000 Years” e dalla splendida “Handwritten”, title track del precedente disco. Quattro brani potenti e devastanti, suonati uno dietro l’altro, hanno lasciato tutti senza fiato, hanno scatenato il crowd surfing più selvaggio ed hanno fatto immediatamente capire che cosa ci sarebbe aspettato nel corso della serata. 

Performance come sempre tirata e potentissima, ma in questo tour compaiono elementi nuovi: le luci sono spesso bassissime, a creare un’atmosfera cupa e vagamente straniante e anche l’atteggiamento di Brian Fallon è diverso. Meno istrionico del solito, scherza qualche volta col pubblico ma lo fa meno che in passato. Molto più concentrato sulla performance vocale (in effetti questa sera canta molto meglio), molto più teso e arrabbiato, nel complesso. Che stia ancora vivendo gli strascichi del recente divorzio o che rispecchi semplicemente il mood più realista e drammatico del nuovo disco, fatto sta che anche la band lo segue in questa mutazione e il risultato generale è più quello di uno show in zona di guerra, sotto i bombardamenti, che non una celebrazione divertente e romantica degli anni ’60 americani, come era all’origine il concept di questa band. 

Non a caso, la scaletta è questa volta incentrata pesantemente sugli ultimi due lavori e va a pescare molto poco dai primi due dischi: solo quattro brani dal capolavoro “The ’59 Sound” (normalmente sono sempre sette o otto) e due dal primissimo “Sink or Swim”, anch’esso di solito molto più rappresentato. 

 

Anche la frase iniziale di Brian, che ha spiegato come avrebbero suonato tutto il set di fila, senza sprecare il tempo con la pantomima dei bis, ha accentuato questa atmosfera di frenesia e irruenza. 

Abbiamo comunque avuto di fronte cinque musicisti in palla e desiderosi di spaccare. Purtroppo mancava il bassista Alex Levine, fuori temporaneamente per non specificati problemi personali, è sostituito da un session man che ha fatto brillantemente il suo lavoro, pur senza la presenza scenica del titolare. Non avrà condizionato lo show, ma è stata comunque un’assenza pesante. 

In un concerto in cui è praticamente impossibile respirare, la resa dei nuovi pezzi risalta parecchio: il singolo “Rollin and Tumblin” (che sembrava ironico ma forse a questo punto tanto ironico non è) si conferma avere le carte giuste per diventare un nuovo classico, la title track viene accolta calorosamente da un pubblico che scandisce le parole del ritornello; poi c’è la divertente e potentissima “Helter Skeleton” e “Selected Poems”, che viene suonata per soddisfare la richiesta di qualcuno tra le prime file. 

Insomma, “Get Hurt” supera brillantemente la prova del palco. Peccato solo che questa sera non siano stati proposti pezzi da novanta come “Red Violins” o “Dark Places”, preferendo invece l’esecuzione delle tre bonus track presenti in tracklist (che hanno fatto la loro porca figura, comunque), ma si sa che questa band suona quello che vuole. 

Sul fronte dei brani più datati, accanto a cose stracollaudate come “Old White Lincoln”, “Old Haunts” o “45”, giusto per dirne alcune, hanno colpito il ripescaggio di “Stay Lucky”, che in passato non era stato praticamente mai suonato e soprattutto della springsteeniana “We’re Getting a Divorce, You Keep the Diner”, dal primo disco. Considerato che la stanno facendo tutte le sere, si può immaginare che i demoni di Brian abbiano avuto un bel ruolo in questa decisione. 

In chiusura, arriva una inattesa versione acustica di “Great Expectations”, un altro grande classico che in questa versione non perde nulla del suo fascino e che, anzi, piace forse anche di più, dato che questa è una di quelle che sentiamo proprio tutte le volte. 

Spazio anche a “She Loves You”, che nonostante il titolo non è una cover dei Beatles ma una outtake del periodo di “American Slang”; tutto questo, prima che arrivi l’epica cavalcata di “The Backseat” a mandare tutti a casa. 

 

In uscita, solo facce soddisfatte. Un concerto impeccabile, fisicamente impegnativo (per loro e per noi), che ha pure diminuito quelle sbavature che inficiavano sempre un po’ i loro show. Potrebbe anche non essere stato il loro miglior show mai visto dal sottoscritto ma, in conclusione, questa versione un po’ più “dark” e arrabbiata di Brian Fallon potrebbe anche piacerci: abbiamo accusato (nel bene e nel male) per anni questa band di immobilismo e adesso, forse, qualcosa potrebbe essersi mosso. Dopotutto dalle sofferenze sentimentali sono spesso nati capolavori. Aspettiamo il prossimo disco per avere le idee più chiare.     

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