PASSENGER/ Viaggiatore contemporaneo: il caso strano del signor Mike Rosenberg. Il concerto

- Walter Muto

WALTER MUTO ci racconta di Passenger, uno dei più interessanti cantautori dell’ultima leva, visto di recente in concerto. Ecco il suo articolo e la recensione dell’evento

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Passenger

È la sua prima volta a Milano, racconta Passenger – all’anagrafe Mike Rosenberg – cantautore che ha mantenuto il nick di una sua precedente band come nome di battaglia. E fra una canzone e l’altra racconta la sua storia, con una semplicità disarmante, come un bambino che non si è ancora reso conto che quello che sta vivendo non è un bel sogno, ma la realtà.  

Due parole per chi non ne sa nulla: l’artista, classe 1984, a 16 anni lascia gli studi e comincia a suonare come busker in Inghilterra ed Australia. Racconta anche questo durante il concerto: quattro-cinque anni a suonare per strada, in piccoli pub, ovunque pur di far sentire le proprie canzoni. Poi alcune produzioni pubblicate in Australia e nel 2012 il grande successo grazie a quella che lui stesso definisce, spiritosamente, ma realisticamente, ‘la mia unica canzone famosa’, Let Her Go. Eppure il concerto milanese si è dovuto spostare dai Magazzini Generali al Fabrique, un po’ più capiente, così da poter vendere un po’ di biglietti in più (tra cui il mio, acquistato il giorno stesso). E, cosa ancor più sorprendente, molti dei convenuti sapevano molte delle canzoni a memoria. 

Il concerto è stato aperto da un ottimo trio folk canadese, The Once, che si unirà a Passenger per un pezzo nei bis. Tre voci e strumenti tradizionali, ancora una volta a testimoniare che in molte parti del mondo le radici sono ancora importanti. Compare tutto solo invece Passenger, accompagnato solo dalla sua chitarra ed attacca con Rolling Stone, una delle sue ultime canzoni. D’altronde, spiega subito dopo il primo pezzo, forse voi siete abituati a vedere una band, per esempio nel video di Let Her Go, ma Passenger sono io, così come mi vedete. E così resterà per tutta la durata del concerto, fatto salvo l’intervento di una grancassa sintetica a rinforzare il ritmo dei brani più coinvolgenti. 

Rosenberg è sostanzialmente un narratore, le sue canzoni, nella migliore tradizione folk, raccontano storie, perlopiù autobiografiche e la sua musica è piuttosto semplice, ma farcita qua e là da arpeggi interessanti e da qualche riff accattivante, che avvince. Come quello, per esempio di Coins in a Fountain, brano d’apertura del suo ultimo album Whispers, che propone verso metà concerto, dopo un toccante tributo a Paul Simon e alla sua Sound of Silence, resa ancora più coinvolgente da un bel gioco di luci. La sua hit Let Her Go viene invece introdotta da una incursione nel pop, mediante la cover di Wake Me Up di Avicii. 

Nei brani non sentimentali e non d’atmosfera, Passenger lascia andare il fiume di parole in metrica e volentieri inveisce contro quello che non gli va, come per esempio in 27, una specie di resoconto della sua vita fino al momento attuale, fatta attraverso i numeri delle statistiche (27 anni sono passati, ho scritto 600 canzoni ma ne ho cantate solo 12, ho dormito per 8 anni, ma sono sempre stanco quando mi sveglio, ho passato un intero anno a mangiare, ma continuo a perdere peso…) che diventa una specie di proclama: “scrivo canzoni che vengono dal cuore e non me ne frega un cazzo se non vanno in classifica, l’unico modo in cui so essere è dire quello che vedo e non avere ombre su di me…”. Stesso clima di I Hate, piuttosto esplicita già dal titolo e che elenca tutte le cose che l’autore odia, compreso Xfactor che uccide la musica, invitando poi il pubblico a cantare un semplice ritornello. 

Un’ultima menzione per la bellissima Whispers, che parte delicatissima ed arriva a gridare il disagio di una vita che non trova il suo senso: “è difficile trovare una ragione, quando tutto quello che hai sono dubbi (…) è difficile trovare una risposta, quando la domanda non viene fuori (…) Tutti mi stanno riempiendo di rumore, ma non so di cosa stiano parlando, vedi, tutto quello di cui ho bisogno è un bisbiglio in un mondo che urla solamente!” 

Insomma concludendo torno a casa avendo visto una serata in cui una persona che scrive canzoni le canta davanti ad un pubblico e si racconta. Punto. Nessuna gara, vera o finta che sia, nessun giudice, solo le canzoni e l’autore che le ha scritte e che le interpreta. Occorrerebbe ripartire da qui, invece che dai miraggi di facili successi con dietro il vuoto. Il successo è arrivato per Passenger, e sicuramente ha cambiato la sua vita. Ma un conto è essere un autore e musicista di razza, vissuto cinque anni per strada, ed un conto è il tutto e subito a cui ci ha abituato la nostra epoca e di cui i nostri figli si nutrono. La mia, almeno una, mi ha portato al concerto. 

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