CRIMSON!/ Delta Saxophone Quartet feat. Gwilym Simcock al Teatro Manzoni di Milano

- La Redazione

Per la serie di appuntamenti Aperitivo in concerto al teatro Manzoni di Milano, lo scorso 30 novembre un evento straordinario per i fan dei King Crimson. di STEFANO BARAGA e PIERLUCA MANCUSO

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Il Delta Saxophone Quartet

In un epoca in cui la musica viene ascoltata distrattamente tra una fermata di metro e l’altra, leggiucchiando qualche mail o rispondendo alla chiamata per ricordarci di prendere l’etto di prosciutto, concerti come quelli della rassegna ’aperitivo in musica’,  fuori dai soliti avvenimenti pre-confezionati, ci permettono di ascoltare musica studiata intelligentemente ed eseguita con passione, in un degno ambito, nel clima rilassato della domenica mattina senza la stanchezza del concerto infrasettimanale a tarda sera con l’incubo della sveglia del giorno dopo. A conclusione di un intenso novembre milanese di musica progressive (il Prog Exhibition, i Genesis Piano Project, il concerto dei Musical Box al conservatorio, i Talking Drum e 5 Friends al Blue Rose Saloon di  Bresso), al teatro Manzoni c’è stata la prima mondiale di “Crimson!”, dedicata alla musica dei King Crimson, dei Delta Saxophnone Quartet con ospite Gwilym Simcock. Fondati nel 1984, i 4 sassofonisti sono riconosciuti universalmente come una delle più versatili formazioni di sax, spaziando dalla musica classica al jazz al rock alla musica minimale. L’interesse per la musica progressive gli ha portati a incidere nel 2007 un cd (“Dedicated to You…But You Weren’t Listening?The Music of Soft Machine”) molto favorevolmente recensito dalla stampa di settore. Due brani tratti da quella session hanno aperto il concerto, (<>): “Dedicated”, seguita da una notevole “Everything is you”, molto dilatata tra assoli e riprese all’unisono, lasciando poi la scena a Gwilyn Simcock, giovane ma già affermatissimo pianista, con all’attivo collaborazioni con jazzisti del calibro di Lee Konitz, Dave Holland, Bobby Mc Ferrin. Ha fatto anche parte degli Earthworks, la band capitanata da Bill Bruford, da cui l’avvicinamento alla musica dei King Crimson. Anche se con molto humor i cinque hanno rivelato che la loro collaborazione è nata tifando allo stadio per lo Stock City.  L’assolo di presentazione è stato degno di nota, per varietà di repertorio mai disgiunto da un elevato gusto musicale,  una digressione di circa dieci minuti spaziando da Jerry Roll Morton a Keith Jarrett, passando da citazioni porteriane. 

Inizia la parte dedicata al Re Cremisi. L’intelligenza del progetto si evince dalla scelta del repertorio, che tocca pagine meno frequentate da Thrak, Beat e Starless And Bible Black e non quelle del periodo più esplicitamente vicino al jazz con il sassofonista Mel Collins, la partecipazione del pianista Keith Tippett e le collaborazioni dei suoi colleghi dei Centipede in Lizard e Islands. Infatti tra le mille facce della musica crimsoniana e certamente presente un attenzione al jazz: prova ne è anche il lavoro in due volumi di rilettura del repertorio dei King Crimson da parte dei Crimson Jazz Trio formati proprio dal batterista della formazione di Islands Ian Wallace, dal pianista Jody Nardone e dal bassista Tim Landers negli anni 2000;  ma se questo elemento è più presente in maniera formale e quindi di più facile reinterpretazione nel primo periodo che in quelli successivi, l’attitudine jazzistica, al di là della forma jazz, è comunque sempre presente nel corpus crimsoniano nel concetto di improvvisazione collettiva, soprattutto live, dai cui embrioni  prendono forma i brani, la cui struttura definitiva, comparirà successivamente su disco: “caos organizzato” lo definiva Fripp nei primi anni per sottolineare il seguire tutti assieme la manifestazione della musica istante per istante; nel suo farsi; senza preconcetti; attitudine tipica del free jazz. 

Lo spunto del progetto Crimson! è partito dal citato lavoro sui Soft Machine cercando di riprodurre la vastità e la forza del suono crimsoniano senza l’ausilio di strumenti ritmici come basso, batterie e percussioni, con risultato di sorprendente efficacia. Apprezzabile la capacità di non disperdere le strutture delle composizione scelte in assoli di stampo magari jazzistico però fine a sé stessi, ma di ricondurli sempre all’interno della sintassi crimsoniana. Un’operazione degna del miglior Zappa. L’iniziale suite “A kind of Red” è sembrata un po’ acerba, mentre senz’altro convincenti sono state le interpretazioni di tutto il resto del repertorio.

A partire da Coda: Marine 475 (in realtà eseguono l’intera Vrooom e Coda: Marine 475, incipit del disco del 1994 Thrak), basato su un ottimo arrangiamento di fiati, che evidenzia la struttura base del brano, ansioso e un po’ ossessivo (e che qui ricorda la “Peter Gunn” di Mancini) , in cui si innesta a un certo punto un improvvisazione da stride piano e si chiude a mo’ di marching band  con i fiati.

Esempio utile per riconoscere quell’unità della scrittura crimsoniana che si mostra nelle forme più diverse: il suono heavy metal degli anni ’90 del riff di questo brano suonato da un quartetto di sassofoni ricorda vivamente le atmosfere di Lizard come fosse una intro di Indoor Games, la stessa impressione emergerà anche con la terza minore ripetuta ossessivamente in Dinosaur parente stretta con la terza minore di Cirkus che apre Lizard. Le forme più disparate sono unite da un invisibile filo.

“The Night Watch” ha un  inizio molto delicato, meditativo, in stile quasi Island, poi solenne, sviluppa un’atmosfera molto romantica e malinconica chiudendo con i sax tenori e soprano a far la parte da leone in territori jazzisti: come da titolo una tipica musica notturna.

Una “Dinosaur” molto divertente (“a crazy tune” come la presenta Simcok), forse la cosa meglio riuscita, inizia con un piano jazz da anni ‘40, sax prima possenti poi scambio di ruoli con il piano, poi ancora scambio di ruoli con il sax soprano ad eseguire la parte vocale e gli altri a mo’ di violoncelli e jam finale con assonanze bartokiane. Ancora una volta si rivela un ottimo gusto nell’equilibrio tra le parti scritte e le variazioni introdotte dai musicisti, fornendo una versione forse anche più interessante della originale.

Una vera sorpresa è la scelta di “Two Hands” tratta da Beat (forse prima assoluta esecuzione dal vivo mondiale), omaggio di Simcock a Bruford, suo iniziatore alla ‘crimson court’, basata su un loop percussivo realizzato percuotendo sax e pianoforte e poi svolta su duo melodico piano-sax. Sebbene non amata dai fan (una delle pop song disdegnate dal nocciolo duro degli amanti del re cremisi) si rivela essere un ottimo spunto per un’operazione da jazz anni ’50 quando canzoni pop e romantiche venivano riprese come standard da rivestire lussuosamente con le parti orchestrali: una intelligente rivelazione.

Ha chiuso la melodia acrobatica quasi circense di “The Great Deceiver”, caratterizzata da un inizio vigoroso di tutti i sax, continuata con solo sax tenore con sottofondo piano; ennesimo assolo di piano ben strutturato, ripresa del tema dei sax e finale con le parti di chitarra eseguite dal piano. Il tutto sempre senza sbavature o inutili fronzoli, con evidente dose di gusto e sensibilità musicale.

 

Grande apprezzamento del pubblico (i nostri hanno riempito il teatro), che è riuscito a strappare un bel bis, a sottolineare come il repertorio frippiano, continuamente sviluppatosi in quasi cinque decenni, abbia guadagnato una importanza imprescindibile nella musica contemporanea e se riletto da musicisti adeguati può essere interpretato in qualsiasi modo, essendo pura forma musicale.

Ben fatto anche il programma di sala, con un interessante articolo di Gianni Morelenbaum Gualberto.

Alla fine musicisti rilassati e disponibili per foto e scambio di opinioni nel parterre del teatro, con il desiderio di rivedersi quanto prima.

 

Da augurarsi che venga assolutamente documentato il progetto su disco come fatto per quello sui Soft Machine e forse un suggerimento: visto l’amore per le bande di fiati se fossimo Adrian Belew scrittureremmo questo gruppo per un progetto voce, piano e sax: potrebbe essere un effetto simile a quello, in ambito più pop-rock, ricercato da David Byrne e St. Vincent con il lavoro sull’arrangiamento di ottoni in ‘Love This Giant’.

 

(Stefano Baraga e Pierluca Mancuso)

 

Setlist

DEDICATE

EVERYTHING TO YOU

 

CRIMSON! Suite:

A KIND OF RED

VROOM

THE NIGHT WATCH

DINOSAUR

TWO HANDS

THE GREAT DECEIVER

Bis:

NANCY (WITH THE LAUGHING FACE) 

 

Graeme Blevins-sax soprano

Pete Whyman-sax contralto

Tim Holmes-sax tenore

Chris Caldwell-sax baritono

 

Gwilym Simcock-piano, composizioni

 




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