GRAM PARSONS/ Dio, il diavolo e la “cosmic American music”: dove le strade si incontrano

- Gabriele Gatto

Chiudiamo il 2014 in bellezza, con la storia di uno dei massimi musicisti americani, Gram Parsons, e degli incontri tra U2, Rolling Stones e american music. di GABRIELE GATTO

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Gram Parsons

Una volta ho sentito Dio cantare in un disco. E siccome Dio deve essere un tipo ironico, molto più ironico di quanto normalmente ce lo si figura, si è messo a cantare in un verso che parlava del suo nemico, il diavolo. “And I saw my devil, and I saw the deep blue sea”: eccolo il verso in questione, un modo di dire inglese la cui traduzione è su per giù “Da qualsiasi parte mi girassi ero circondato da guai”. La canzone si intitola Return of the grievous angel e apre l’ultimo album di Gram Parsons, intitolato Grievous Angel

Ma fermiamoci un attimo e facciamo un salto in avanti. E facciamo attenzione, perché questa storia attraversa sentieri molto tortuosi. È il 1987 e un gruppo di musicisti irlandesi ha, letteralmente, scoperto l’America. Spinti dal loro leader, gli U2, reduci dal successo di The unforgettable fire, hanno deciso di spostare i propri confini e andare alla ricerca di nuove sonorità. Le voci raccontano di un incontro folgorante fra Bono e Bob Dylan. Fatto sta che poco dopo Dylan collaborerà con gli U2 in uno dei pezzi più belli di Rattle & Hum. Ma questa è un’altra storia: non complichiamoci troppo la vita. Se l’incontro con Dylan sia stata una reale epifania per i quattro compagni o piuttosto un incontro come tanti altri non è dato saperlo. Fatto sta che gli U2 si avvicinarono alle radici della musica americana. Cosa c’entra con il nostro incipit? Ora ci arriviamo. 

Nelle sedute di registrazione a cavallo fra il 1985 e il 1987 un giorno si presentarono in studio due personaggi, parecchio bizzarri e, probabilmente, parecchio alterati. Due chitarristi. Ronnie Wood e Keith Richards, ovvero un bel pezzo dei Rolling Stones. Keith Richards era il trait-d’union per eccellenza fra l’Inghilterra, il mondo britannico, e l’America. Insieme registrarono un brano, Silver and gold, che vide la luce su un poco riuscito album-compilation intitolato Sun City, uno dei tanti progetti sulla scia del successo di We Are The World e del Live-Aid. Niente di che, in effetti, ma quella registrazione gettava un ponte fra due mondi.

Stavolta facciamo un salto all’indietro. Costa Azzurra, estate del 1971. Per sfuggire al fisco e alla giustizia di Sua Maestà la Regina, i Rolling Stones hanno impacchettato tutto, strumenti, bottiglie, mogli, figli, studi mobili di registrazione, aghi e cucchiai e si sono trasferiti in massa in Francia. Il centro della loro vita è una villa sul mare a Nêllcote, la residenza di Keith Richards, nel quale è stato montato lo studio mobile di registrazione di proprietà della band. Lì ci registreranno Exile on Main Street, il disco che da molti è considerato il loro capolavoro. Nelle decine di stanze di Nêllcote succede veramente di tutto, ci gravitano personaggi di ogni genere e specie, da groupie a perdigiorno, perfino un cuoco francese specializzato in cucina e rifornimenti stupefacenti, che un bel giorno decise di far saltare in aria la cucina. 

Nella stanza di Keith Richards, però, c’era una presenza che tornava spesso. Era un ragazzo biondo, di più o meno ventiquattro-venticinque anni. Veniva dalla Florida e ne aveva passate parecchie. Di solito, quando lui e Keith non erano a letto in preda all’ennesima crisi d’astinenza o in quei momenti in cui la scimmia non ballava sulle loro spalle, li potevi vedere uno al pianoforte e l’altro alla chitarra. Il biondo stava insegnando al chitarrista degli Stones il significato più profondo della musica country, le differenze fra il suono di Nashville e quello di Bakersfield, il gusto della narrazione che è insito profondamente in quella musica. E soprattutto gli ha insegnato qual è il cuore del country. 

C’è una scena nel film Ray, il film sulla vita di Ray Charles, un altro che ha condiviso l’amore per la musica e per l’autodistruzione da droghe proprio come Richards e come il biondo della Florida, in cui tutto è spiegato alla perfezione. Ray Charles, un nero della Georgia, che suona la musica dei bianchi assieme ai bianchi. Quasi una bestemmia. E alla domanda: “che cosa ti piace del country”, lui risponde: “le storie”.

Questo è quello che Gram Parsons, il biondo della Florida, deve avere insegnato a Keith Richards. E per Richards deve essere stata una vera e propria illuminazione, se è vero che, per sdebitarsi, gli aveva regalato addirittura Wild Horses, una delle più belle canzoni mai scritte da lui e Jagger. Parsons l’aveva incisa prima ancora degli Stones stessi, assieme al suo gruppo di allora, i Flying Burrito Brothers. Ed era venuto fuori un capolavoro, quasi superiore addirittura alla versione incisa dai legittimi proprietari. D’altronde, Parsons non era uno sprovveduto: amava il rock’n’roll, il soul, il country e giocava già da tempo ad impastarli, da quando, appena entrato nei Byrds, non un gruppo qualsiasi ma il gruppo che aveva portato alla ribalta le canzoni di Bob Dylan in versione elettrica, il gruppo in cui aveva militato un certo David Crosby, li aveva portati a svoltare verso la tradizione. Ne era nato Sweetheart of the rodeo, ed era nato il country-rock.

Cosmic american music”, la definiva lui stesso. Un incrocio di stili e di influenze, in cui la reciproca influenza che Richards e Parsons si scambiavano in quei giorni a cavallo fra i Sessanta e i Settanta riemergeva a piene mani nei lavori di Parsons, prima in quelli dei Flying Burrito Brothers e poi nell’avventura solista, iniziata nel 1973 con un album intitolato semplicemente GP. E basta ascoltare la canzone She per capire quanto soul grondasse sottotraccia da quei brani.

Ma, ancora una volta, facciamo un passo indietro. Gram Parsons e la sua sghemba combriccola di amici se ne stava in giro per i bar della California quando si imbatté in una cantante dai capelli lunghi, bellissima di una bellezza semplice e allo stesso tempo eterea. I ben informati dicono che, sulle prime, a Gram della voce di quella cantante interessasse ben poco ma che il suo interesse fosse orientato più sull’avvenenza di quella donna meravigliosa. Il suo nome era Emmylou. Emmylou Harris. Lei ha sempre smentito di avere avuto una relazione con Parsons ma questo a noi interessa poco. Il fatto è che la prima volta che incominciarono a cantare le loro voci si fusero miracolosamente come se fossero una sola. La perfezione, la perfezione che andava a completare le meravigliose canzoni che Gram Parsons era capace di scrivere, non si sa come, in quei pochi momenti di lucidità fra un ballo e l’altro della scimmia. 

Il suo primo disco da solista uscì nel 1973, mentre lui si stava cominciando a ripulire, ed era intitolato solamente GP. Fu lì che il sodalizio fra Parsons e la Harris trovò il suo primo e rilucente riflesso. Canzoni comeShe, Streets of BaltimoreThe new soft shoe, Cry one more time sono un viaggio attraverso i mille linguaggi musicali dell’America bianca e nera, sublimato da quell’incredibile impasto di voci e reso ancor più perfetto dalla presenza di musicisti di assoluto valore, su tutti il chitarrista James Burton, partner storico di Elvis Presley. Erano talmente perfetti, quei due, che si rinchiusero in studio un’altra volta, non appena uscito GP, per registrare un’altra manciata di canzoni. Su tutte, spiccava quella Return of the grievous angel, sì, proprio quella canzone dove a un certo punto Dio si sostituisce alla voce dei due cantanti. Una delle canzoni più perfette mai scritte. “And I saw my devil, and I saw the deep blue sea”

Gram Parsons non avrebbe mai fatto in tempo a vedere il suo secondo disco pubblicato. Dopo la fine delle sessioni di registrazione, per giunta dopo essersi ripulito dalle droghe, se ne andò in un deserto della California, un posto dove gli piaceva andare spesso, un posto dove il nulla che aveva intorno gli dava l’illusione di non vedere i diavoli e il profondo mare blu che lo tormentavano quotidianamente. Quella volta gli fu fatale: aveva smesso con la roba ma quel giorno decise di farci un giro, spinto probabilmente da un paio di ragazze che erano con lui. Non ci era più abituato: overdose e addio a questo mondo. Un altro membro del club dei 27 anni. 

Ma la storia non finisce qui, perché il suo manager Phil Kaufman, con il quale Gram aveva stretto una sorta di patto di sangue, sapeva che a Gram non sarebbe piaciuto rimanere per l’eternità in una fossa. Gli sarebbe piaciuto rimanere per sempre in quel deserto. Così Kaufman e un paio di amici rubarono la bara con il corpo di Gram Parsons, la portarono in mezzo al deserto, gli diedero fuoco e lasciarono che le ceneri si spargessero fra la sabbia.

Quel deserto si chiamava Joshua Tree. 

E a noi piace pensare che anni dopo, quando gli U2 ci finirono dentro mentre erano alla ricerca delle radici dell’America, assieme alla sabbia respirarono un po’ delle ceneri di Gram Parsons, e con loro l’afflato divino che spinse quel giorno Gram ed Emmylou a cantare in quel modo. Ci piace pensarlo, e forse non sbagliamo neppure troppo a farlo. Con The Joshua Tree, l’album degli U2, si chiudeva un cerchio. E probabilmente, nell’ascoltarlo, le ceneri di Parsons, mischiate alla sabbia del deserto, hanno avuto anche loro un sussulto di gioia.

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