AGNESE VALLE/ “Anche Oggi Piove Forte…”: dal Testaccio all’esordio, l’intervista

- Alessandro Berni

Dal Coro e Banda della Scuola di Musica Popolare di Testaccio al disco con Francesco De Gregori e Giovanna Marini, la bella storia di Agnese Valle. L’intervista di ALESSANDRO BERNI

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Agnese Valle

Indole curiosa e genuina, attaccamento appassionato alle proprie origini, poesia suscitata come per osmosi dall’incontro con i grandi e dal loro ascolto attento in presa diretta e a distanza.

La storia di Agnese Valle – clarinettista e novella cantautrice della scuola romana – è un piccolo miracolo d’amore per un talento che ha supportato e visto scorrere davanti ai propri occhi ancora adolescenti una delle grandi esperienze recenti di recupero della musica popolare italiana.  Correva l’anno 2002 con lei componente di quel Coro e Banda della Scuola di Musica Popolare di Testaccio al servizio sommesso e prezioso di quel grande sodalizio De Gregori/Marini che diede vita a “Il Fischio del Vapore”.  Un evento di quelli memorabili che in quella strana e magica atmosfera tipica degli eventi unici deve aver sprigionato un pulviscolo in cerca di un cuore impaziente per afferrarne un germe di fecondità.

Ed eccola dodici anni dopo quel momento – reduce da lunghe esperienze sul campo tra teatro, musical ed escursioni in piccoli ensemble orchestrali femminili (Orchestra del 41°Parallelo) – marcare il proprio debutto ufficiale con l’album “Anche Oggi Piove Forte…”.  Un disco vivo, sorprendente e per certi versi agognato.  Lucido nel suo mettere in fila persone, esperienze e luoghi di vita.  Impetuoso nel dispensare brillantezza con ironia, malinconia con pudore e desiderio venato di nostalgica passione.  

Un lavoro che scandisce la traversata dell’artista in tempo reale nei momenti della propria vita come istantanee di un lungo pellegrinaggio del cuore, come radiografia quotidiana di un desiderio di luce che paradossalmente trova la sua esaltazione nella sua mancanza simboleggiata dalla pioggia. 

In apertura Lasciare riposare mette in note questa intenzione quasi come in una dichiarazione programmatica.  Il piglio è quello dello scherzo giocoso che mette a tu per tu Nino Rota con le allegre modernità folkloristiche della Laquidara.   Il leit motiv musicale del disco asseconda in pieno il contrasto tra precipitazioni esistenziali e sogno di rinascita in una conduzione sonora dove l’imprimatur è fornito dal canto popolare metropolitano e l’ornamento dalle coloriture tra jazz e piccola orchestra.  Si ascolti il boogie irresistibile di una Il dente che incanta divertendo alla maniera allegra e sfrontata di una Gabriella Ferri.  

Qui come altrove il canto è portato da una voce che scansa le ricorrenti tentazioni di intimismo asettico in voga tra le molte nuove leve della musica al femminile, dosando con intelligenza la delicatezza spuria e sanguigna dell’inflessione romana.  Da Disposto a tutto, ballad ipnotica che mescola indie rock e melodia alla maniera di una Donà allo sberleffo su metrica contiana della spigliata e non meno irresistibile Respira, la musica della Valle si giova di un’agile alternanza tra fasi spumeggianti, intermezzi in forma di citazioni d’epoca (da Laurel e Hardy al Robin Hood disneyano) e riflessioni intime dal sapore di confessione che contrassegnano la parte centrale del lavoro.

In quel frangente si ha la misura adeguata della cifra di una scrittura che fa tesoro di un metodo mutuato da nobili riferimenti d’autore.  La donna di pelliccia  è un ritratto di un’esistenza ai margini.  Sogni spezzati e illusioni di borgata si condensano in una ballata che unisce atmosfere soffuse a vivaci variazioni contese tra sorriso e lacrima.  E ancora Sul treno che tra scorci di verismo in bianco e nero e un intenso canto narrativo che si ritrae progressivamente in minore, fa bella mostra di sé come splendido e degno omaggio al mentore De Gregori.  Sullo sfondo un clarinetto lirico e pensoso fa da dettato, soggiunge, se ne va e ritorna per lasciare l’epilogo al solo piano.

Una bella sorpresa stesa a quattro mani con l’ottimo Stefano Scatozza e chiusa in gloria da un omaggio allo Jannacci di Io e te.  Il degno epilogo di un lavoro suonato e arrangiato con misura e maestria grazie alla complicità di una band centrata e sempre pronta a sottolineare le fasi cruciali di un canovaccio degno delle migliori espressioni d’autore.  Agnese Valle ha fatto il suo ingresso nel mondo di queste sette note che hanno uno struggente bisogno di giovani talenti della sua risma.        

L’abbiamo incontrata in questi giorni nel pieno delle date romane tenute in vari locali della capitale.  

A 9 anni fulminata sulla via di Damasco della musica popolare, ascoltata per strada. Qualche anno dopo, poco più che adolescente parte dell’ensemble di musica popolare che accompagna il progetto di De Gregori e Giovanna Marini.  Qual era la tua percezione di questi grandi artisti prima di avere questa importante opportunità?

 

Giovanna Marini è un personaggio cardine della Scuola Popolare di Musica di Testaccio,   e per questo molto vicina; sono cresciuta con i suoi canti e da anni con la suddetta ensemble, con lei  e il coro da lei diretto proponevamo uno spettacolo dal nome “Fogli Volanti”. La collaborazione con Giovanna possiamo dire che ci è sempre stata e costituisce una parte importante della mia cultura musicale. De Gregori no; La sua voce usciva dal giradischi; lui era “Il cantautore”, familiare perchè conoscevo a memoria i testi delle sue canzoni, vicino attraverso i racconti dei miei genitori e di Giovanna stessa sul Folk Studio. Fu un’emozione incredibile fare qualcosa con lui che fino ad allora avevo visto solo sul palco!

 

Nel tuo album convivono con viva e personalissima originalità le migliori espressioni della musica d’autore coniugate con jazz e musica popolare.  Quella romana con ampi cenni a tutto il patrimonio italiano di riferimento.  Da Conte a certo Gaber ma soprattutto Ferri, Mia Martini e Goggi.  In questa grande varietà non manca neppure un aggancio a ottime espressioni recenti in ambito rock come la Donà, come è possibile sentire in “Disposto a tutto”.  Che ruolo hanno avuto questi artisti, se l’hanno avuto, nella tua formazione a nella varietà del lavoro?  

 

Innanzi tutto complimenti a te per l’attenzione e per aver citato coloro che , a parte la Goggi che considero una grandissima artista ma che forse da un punto di vista compositivo mi ha influenzato meno, sono il mio Pantheon!!Sono molto felice che tra tutti inoltre tu abbia menzionato la Donà!

Diciamo che trattandosi del mio primo lavoro questo disco contiene tutto ciò che le mie orecchie hanno ascoltato, raccolto e conservato dall’infanzia ad oggi; questa è la mia rielaborazione, la fotografia della mia prima fase.

 

Nelle canzoni del disco il clarinetto sembra comparire quasi esclusivamente nei brevi intermezzi strumentali con l’eccezione dello struggente acquarello degregoriano “Sul treno” dove spesso accompagna lo stesso canto in un arrangiamento arricchito di archi.  E’ così ben arrangiato che quasi quasi dispiacerebbe sentirne qualcosa di meno dal vivo.  Visto che queste canzoni le stai già testando live, come pensi di rendere sfumature come quelle contenute in questo brano?

 

Eh si, Sul treno è una piccola perla. L’arrangiamento (di Stefano Scatozza)ne fornisce un meraviglioso affresco. Mi piacerebbe girare sempre con viola e violoncello nella borsa ma esigue disponibilità di cachet e spazi angusti ancora non me lo permettono!

Tuttavia il mio gruppo è molto versatile quindi la sua versione live prevede me al clarinetto e alla voce, Stefano Napoli al contrabbasso con l’arco a sostituire il violoncello, Marco Cataldi alla chitarra e Cecilia Sanchietti ( la batterista) al glockenspiel…poi c’è il racconto, la parola e il suo potere evocativo.

 

Qual è stato il punto di svolta che ti ha permesso di arrivare a questo disco e quanto tempo e pazienza ha richiesto prima di poterlo effettivamente realizzare?

 

Il vero e proprio punto di svolta è stato iniziare a scrivere. La musica era presente nella mia vita già da tempo ma forse prima di allora non avevo mai avuto il coraggio di scrivere cose mie, o forse l’esigenza. Poi, da Settembre del 2012 circa, ho avuto qualcosa da dire e da lì la voglia di raccogliere i racconti, le storie, il mio sguardo sul mondo in questo disco.Per quanto riguarda la pazienza…non è mai stata un mio problema!Per fare musica bisogna avere pazienza ed essere determinati, è un lavoro lento, mattoncino dopo mattoncino.

 

Il tuo calendario prevede al momento spettacoli in territorio romano.  Da quello che però si può scorgere su Youtube la dimensione live è un qualcosa che sembra a te connaturato e congeniale.  Ci sarà la possibilità di estendere le tue apparizioni su palco anche al resto della penisola nord compreso?

 

Lo spero!! Fosse per me domani sarei a Milano, dopodomani a New York e il giorno dopo a Bangkok!Chiamateci a suonare che noi non abbiamo paura di spostarci!…ah, a proposito…dal 18 al 23 Giugno saremo a Parigi, per la Fete de la Musique!

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