CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD/ “Phosphorescent Harvest “, tornano i nipotini degli hippie

- Raffaele Concollato

Torna in azione la fratellanza del cantante dei Black Crowes, Chris Robinson, con un disco ancora legato al sogno hippie degli anni settanta. La recensione di RAFFAELE CONCOLLATO

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Chris Robinson Brotherhood

Terzo album da studio per la Chris Robinson Brotherhood registrato e prodotto dal fido Thom Monahan (tra gli altri con Pernice Brothers, Beachwood Sparks, J Mascis, Vetiver, Devendra Banhart), che dichiara ancora l’amore per il west coast sound più psichedelico e freak. Il gruppo del cantante dei Black Crowes, per ammissione dello stesso, è stato concepito per risultare una sorta di appunto, di fratellanza di cui fanno parte Neal Casal (ottimo cantautore e chitarrista di tra gli altri i Cardinals di Ryan Adams), Adam MacDougall (tastierista dei Black Crowes), Mark Dutton (bassista dei L.A. Guns) e George Sluppick alla batteria. 

Creato il gruppo Chris dal 2011 inizia a girare gli USA suonando dovunque, con live di più di due ore e infarciti di classici dei BC, degli amati Grateful Dead e diverse cover di Bob Dylan. Dopo un rodaggio di quasi dieci mesi il gruppo registra nel 2012 “Big Moon Ritual” piacevole lavoro con brani molto dilatati ma per nulla stancanti, in puro stile hippie. Dopo poco più di un anno esce “The Magic Door” non troppo riuscito in verità essendo una sorta di insieme di scarti del predecessore e reprise di brani lasciati nel cassetto.

Dopo una pausa fisiologica di Chris con i Black Crowes, la “fratellanza” torna in studio a completare “Phosphorescent harvest”.

Il sound, come detto, votato allo stile caro ai Grateful Dead, introduce dei nuovi elementi che riescono ad evitare la sensazione di ripetitività che invece il predecessore aveva dato. Il sound è più limpido e accelerato dove trovano spazio i preziosismi musicali (Casal e MacDougall su tutti) senza strabordare alleggerendo così la durata dei singoli brani rendendoli più fruibili e meno involuti.

L’iniziale “Shore power” omaggia un sound molto eighties che va da Huey Lewis passando per i Canned Heat nel refrain. La parte centrale è pura psichedelia che poi ritorna nei binari originali dando un altro volto ai suoni e facendone la bandiera del sound del gruppo. E’ un mix talmente surreale e carico di suoni che risulta straniante e trascinante allo stesso tempo. 

Il terreno già toccato dagli altri album viene rinnovato con la dolente e melliflua “About a stranger” che riporta alle sonorità più consuete della band, mentre il potente riff di “Meanwhile in the gods” alleggerisce la pozione e la musica viaggia leggera per sei minuti di sognanti note sostenute da un ottimo lavoro tastiere/chitarra rendendola molto scorrevole e dolce. 

Neal Casal sale sugli scudi nella tesa “Badlands here we come” che non stonerebbe in una colonna sonora di un western degli anni duemila con i suoi riff che sanno di polvere e sudore, dilatati e sospesi.

Gli echi di psichedelia si trasformano in puro viaggio lisergico in “Clear Blue Sky and the good doctor”, con un finale degno della band del compianto Jerry Garcia che non lascia dubbi su dove Chris Robinson abbia preso l’ispirazione (se ancora ce n’erano).

Il tiro è di nuovo aggiustato verso il sound Americana da “Beggar’s Moon”, funky R&B incalzante con bei riff e sostenuta dalla sezione ritmica che aiuta Chris ad usare al meglio al voce.

La coppia “Wonder’s Lament” e “Tornado” sono ballad, non troppo convinte, soprattutto la seconda. L’ottimo lavoro del gruppo sopperisce alle mancanze del cantato non sempre all’altezza.

Invece per “Jump in turnstyle” tocca all’ottimo Alan MacDougall salire in cattedra e dirigere ogni singola nota del pezzo, imperniato sull’altalenante mood che il tastierista da una parte e Neal Casal dall’altra infarciscono di assolo e lunghe cavalcate che sicuramente dal vivo avranno il loro ampio spazio.

“Slow Burn” conclude l’album contrapponendosi a tutto quello sentito finora, unendo il tappeto sonoro, il cantato lascivo di Chris e le note lunghe di chitarra e facendola diventare una ballad molto suggestiva diventando così il degno finale di una serie di sogni e visioni che si sono alternate lungo i brani.

I testi sono quanto di più inafferrabile il cantante dei Black Crowes abbia mai scritto e l’eccezionale lavoro della band non fa altro che esaltarne l’aspetto etereo. 

Come per gli altri album non c’è un vero ‘centro’ su cui si imperniano tutte le canzoni, sembra piuttosto una raccolta in cui ognuna ha una sua storia. Per come è stato concepito il progetto CRB sembra si sia tentato di “vedere cosa accadeva” mentre si suonava in studio piuttosto che avere un vero obbiettivo o un’idea guida.

Nulla toglie alla bontà del progetto e si sa questo genere di band dà il meglio live dove ogni cosa è possibile. La speranza è che non rimanga un progetto per i soli fan d’oltreoceano.

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