IO?DRAMA/ “Non resta che perdersi”: essere vivi, nonostante tutto

- Luca Franceschini

LUCA FRANCESCHINI affronta l’atteso nuovo disco del gruppo milanese Io?Drama, “Non resta che perdersi”, amara resa di fronte alle difficoltà della società odierna

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Io?Drama

“Sono vivo quando mi va se mi va, sono vivo perché mi va, sono vivo anche se non ti ho accanto tutto il giorno. Sono vivo anche se a volte mi capita di strisciare per terra, sono vivo ma nessuno lo valuta questo mio talento, forse sono poco telegenico”. A quattro anni dal secondo disco “Da consumarsi entro la fine” e a due dall’ep “Mortepolitana”, i milanesi Io?Drama non sembrano proprio essersi riconciliati con la società del nostro paese. Forse perché, in questo periodo in cui eravamo tutti (io sicuramente!) in trepidante attesa del loro quarto lavoro in studio, la situazione sociale, economica e politica non è poi migliorata più di tanto, anzi. 

E così “Non resta che perdersi”, giusto per citare il titolo di un disco che, sin da quando ne sono stati presentati una manciata di brani dal vivo alcuni mesi fa, sembra essere ricco di spunti, l’ideale per tenerci impegnati un bel po’, prima dell’inizio del tour. 

Certamente non ci sono più i toni apocalittici che dominavano canzoni come “Auto Aut Aut” o “Din din delirio” e neppure il malessere esistenziale che poteva intravedersi in “Dafne in tangenziale” o in “Nel naufragio”. 

Ma non per questo si può parlare di ottimismo ritrovato. Perché il messaggio della title track dopotutto è chiaro: non ci sono mete e soluzioni interessanti che il mondo, la società di oggi possano offrire. Molto meglio perdersi ma almeno farlo volontariamente, piuttosto che finire annullati, vittime di un sistema che sembra avere chiuso la porta all’individuo. Siamo vivi, dopotutto e non si può certo dire che sia poco. 

Che sia l’amore vissuto nella sua carnalità (“A piedi scalzi”), l’impresa pazza e coraggiosa di vivere di musica (“Vergani Marelli 1”), il mattino che comunque vada ogni volta offre una nuova possibilità (“Risveglio”), questo appare il disco di una band che, per bocca del proprio cantante e principale songwriter Fabrizio Pollio, pare intenzionata a non lasciarsi vincere dalla disillusione e semplicemente e coraggiosamente vuole continuare ad esistere, certa che la propria consistenza e la propria personalità alla lunga riusciranno a fare breccia nella stanchezza e nell’apatia della contemporaneità. Il tutto senza rinunciare ad un sound che è intriso di tristezza, rabbia, intimismo, magniloquenza e teatralità, proprio come da sempre ci hanno abituati. 

Andando più a fondo dei contenuti musicali, diciamo però subito che chi si aspettava qualcosa che fosse in continuità col precedente “Da consumarsi entro la fine” potrebbe rimanere deluso: la vena cantautorale che ammantava quel disco e che aveva fatto miracoli consegnando almeno sei o sette brani memorabili, qualitativamente splendidi e dal potenziale commerciale notevole, è stata quasi del tutto abbandonata in favore di un approccio sperimentale che i nostri non hanno mai disdegnato ma che questa volta è presente in dosi più abbondanti. 

Del resto, chi si ricordasse il primo articolo che abbiamo dedicato a questa band, ormai due anni or sono, avrà in mente che tra Afterhours, C.S.I, Radiohead, Muse, Joy Division (queste solo alcune delle influenze dichiarate da Fabrizio), i milanesi non sono proprio un act facile da definire. 

Forti di un carisma e di una personalità oramai indiscusse, a questo giro gli Io?Drama si sono permessi di mescolare un po’ le carte, rinunciando all’immediatezza e andando a muoversi in territori più vasti e talvolta complessi. 

La prima differenza ad arrivare all’orecchio riguarda l’impatto sonoro: il superbo lavoro di Nicolò Fragile in sede di produzione (è uno che se ne intende e si sente che ha un gusto e una sensibilità che i nomi con cui ha collaborato non sempre lascerebbero intravedere) fa emergere la forza dirompente di queste nuove canzoni. Quasi completamente sparita la chitarra acustica di rinforzo all’ossatura ritmica (anche dal vivo ormai non la suoneranno più, visto che Fabrizio è passato al basso), le chitarre si sono inspessite e incattivite, merito senza dubbio del nuovo arrivato Giuseppe Magnelli ma anche di una decisione presa in precedenza, visto che tutti i brani erano già stati scritti e arrangiati prima del suo ingresso.

A questo si aggiunge una componente elettronica non invadente ma senza dubbio più presente che in passato, un utilizzo di loop e sintetizzatori che non va a modificare l’identità sonora ma che di sicuro la rimpolpa e la arricchisce di nuove sfumature. 

 

Mai come questa volta, probabilmente, siamo di fronte ad un prodotto unitario, concepito, assemblato e registrato per essere un album, con un inizio, una fine ed un percorso coerente nel mezzo. 

Meno protagonisti assoluti i singoli brani, questo è un lavoro che prende quota col passare degli ascolti, che ha bisogno di essere gustato e assaporato a dovere ma dove, alla fine, tutto funziona perfettamente. 

 

Non ci sono forse i brani in grado di sfondare le classifiche ma gli episodi irresistibili non mancano: “Vergani Marelli 1” la conosciamo già da qualche mese ed ora, inserita nel più ampio contesto, appare come il giusto ponte tra questo e l’album precedente. 

Anche l’opener “Babele” (quella che doveva andare a Sanremo e che, forse per fortuna, è stata scartata) gode di un’apertura melodica e di un ritornello davvero trascinanti e la stessa cosa si può dire de “Il sasso e lo stivale”, sorta di apologo sulla leggerezza e sul sentirsi liberi dagli eventi e dalle durezze della vita. Un brano ben bilanciato tra la potenza delle chitarre e il violino di Vito Gatto che disegna soluzioni di arrangiamento decisamente interessanti, che ben si sposano con le linee vocali del ritornello. 

Già, il violino. Da sempre marchio di fabbrica degli Io?Drama, in “Non resta che perdersi” si erge ad assoluto protagonista e in pressoché ogni pezzo svolge un vero e proprio lavoro da solista, lasciando alla chitarra più che altro il ruolo di disegnare le ritmiche. 

 

Come dicevamo, proprio il contrasto tra la leggerezza del violino e la durezza delle distorsioni chitarristiche (in qualche punto, come in “Grooviera” o in “Mi dimentico mi assolvo” addirittura ai confini del metal) costituisce la principale cifra stilistica di questo lavoro. 

La title track ne è forse il compendio essenziale, con il cantato di Fabrizio che rivela il suo amore per i C.S.I e il ritornello che apre la melodia caricando quel “non resta che perdersi” di un’intenzione liberatoria. 

Per non parlare di perle assolute come “A piedi scalzi”, che alterna il roccioso mid tempo delle strofe ad un ruffianissimo ritornello che strizza gli occhi ai Subsonica e che di sicuro farà sfracelli dal vivo. O l’omaggio agli Afterhours di “Mi dimentico mi assolvo” o ancora la cavalcata pop “Risveglio”, che va direttamente ad attingere al rock britannico degli ultimi anni. 

 

Ci sono poi una serie di episodi che esulano dalla forma canzone e che giocano con le sperimentazioni, a creare atmosfere che, sebbene non immediate al primo ascolto, alla lunga conquistano decisamente. È il caso della già citata “Grooviera”, che racconta i primi istanti di vita di un neonato (anche se, non ci fossero state le note stampa accluse al disco, sarebbe stato difficile capirlo), con un riff portante quasi a metà tra Korn e Pantera e un break centrale più soffuso, dove violino e orchestrazione la fanno da padrone. O ancora, la conclusiva “Chiedilo alla cenere”, anche questa dal testo piuttosto criptico e impressionistico (in linea del resto con le liriche di tutto il disco, ricche di immagini ma molto meno esplicite che sul disco precedente) che tra un omaggio a Fante e un’orchestra di yacht registrata a Porto Cervo, prova a dare una risposta ai disagi che affliggono la nostra quotidianità, col dare voce a chi verrà dopo di noi in questo continuo e naturale susseguirsi delle generazioni. 

Musicalmente bellissima, con la voce di Fabrizio raramente così ispirata, disegna un crescendo intensissimo e si muove sugli stessi territori elettronici e sperimentali già esplorati ne “Gli ultimi versacci di Gregor Samsa”, guarda caso traccia conclusiva del precedente lavoro. 

 

A conti fatti, l’unica cosa di cui ci si potrebbe lamentare è l’assenza di una nuova “Musabella” o la mancanza di una ballad di livello assoluto come lo era “Nel naufragio”. È vero che c’è “Madreperla”, sognante episodio orchestrale che in più punti richiama i migliori Muse; pur bellissima, non ha però lo stesso potenziale di quell’altra e ci vuole un po’ prima che entri in testa. 

Ma d’altronde è giusto così: registrare un disco che avesse gli stessi ingredienti del precedente non avrebbe avuto senso, per una band così giovane che ha ancora tante cose da scoprire.

Il tour partirà a giugno: per allora capiremo meglio se questi sono davvero brani fatti per restare. Per il momento, “Non resta che perdersi” va dritto nella mia top ten delle uscite di quest’anno. E ho come l’impressione che non ne uscirà da qui a dicembre… 

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