BEN & ELLEN HARPER/ “Childhood Home”: un disco per la festa della mamma che nessuno in Italia potrebbe fare

- Paolo Vites

Con una operazione coraggiosa che pochissimi oggi saprebbero fare con altrettanta dignità, Ben Harper insieme alla madre Ellen ha fatto un disco per le mamme. di PAOLO VITES

ben-harper-childhood-home_R439
Ben e Ellen Harper

Perché è difficile se non impossibile pensare a un disco di Ligabue o Vasco Rossi inciso con le loro madri? Non è invece difficile pensare a un disco di una rock star americana che fa una operazione del genere. Ed eccolo qua, Ben Harper in coppia con la mamma Ellen, una delle star più celebrate della scena rock degli ultimi venti anni con “Childhood home”, un disco splendido, a tratti commovente, pensato e pubblicato in occasione della festa della mamma.

Ma per capirne le profonde ragioni ed evitare accuse di mammismo che già si sentono dietro l’angolo, bisogna capire la diversità che esiste, seppur ormai in minima parte vista l’era di omologazione globale del nulla in cui viviamo, era che ha azzerato ogni sistema di valori, tra America e Italia. Capire allora cosa significa, o ha significato, la famiglia per gli americani, e quindi capire cosa significhi, o ha significato, il rock’n’roll per gli stessi.

Da Elvis Presley a Johnny Cash, da Jerry Lee Lewis a Little Richard, è impensabile pensare a questi personaggi senza le loro radici religiose. Nati e cresciuti in un sistema fortemente ancorato alla comunità di appartenenza, di cui il primo elemento era la famiglia e il secondo la locale comunità religiosa, tutti loro sono cresciuti cantando nei cori della chiesa o cantando quegli inni insieme ai propri genitori. Non esistevano televisori o internet, a malapena una radio un po’ scassata: radunarsi nelle sale delle loro piccole e povere abitazioni a cantare i vecchi inni era la cosa più naturale che si potesse fare. Non è un caso che una delle ultimissime incisioni di Johnny Cash prima di morire siano proprio quegli inni che era solito cantare insieme alla madre da ragazzino. Tutto torna, e nulla si perde. E’ in quel sistema di valori che si sono formate le più grandi star della music rock. 

Anche il disco di Ben Harper è tutto questo: vecchi inni religiosi portati all’età di oggi da lui rimaneggiati in canzoni originali ma che conservano tutta la freschezza e di cui si sente l’eco in ogni nota, che parlano di famiglia e di appartenenza. Lo si capisce sin dalla prima traccia del disco, la splendida A house is a Home, giocata in quel linguaggio introducible per noi italiani. “House” è infatti l’edificio fisico, “home” è il luogo dell’appartenenza, la famiglia. “A house is a home even when it’s dark, even when the grass is overgrown in the yard, even when the dog is too old to bark and when you’re sitting at the table trying not to starve. A house is a home even when there’s ghosts even when you gotta run from the ones who love you most (…) a house is a home where the chores are never done where you spend your whole life running to and from and if the life that you live is not the life you choose make your child a home and start anew”.

E’ un luogo di appartenenza, dunque, non un rifugio casuale dal mondo, ma che del mondo è la sorgente.

In Italia viceversa, paese della famiglia per eccellenza, la famiglia è stata quantomeno trascurata, umiliata, nascosta. Sembra non si possa pubblicamente dire di più, men che meno cantarlo in una canzone rock. Basti pensare al disinteresse nei suoi confronti da parte di ogni tipo di governo degli ultimi cinquant’anni, compresi i governi cosiddetti “cattolici” che l’ha solo usata per trarne vantaggi economici spremendola sotto forma di tasse, negandole ogni riconoscimento e incoraggiamento. Alla fine, quello che ne è rimasto è un po’ di sentimentalismo e di mammismo, buono per canzoni strappalacrime e di inutile buonismo. Gli italiani sono mammoni sì, e poi misogini, ma non si sa dire perché lo sono, cosa c’è dietro all’attaccamento alla famiglia che nonostante tutto conserva ancora un suo ruolo e un suo valore. 

E’ così che Ben Harper, con umiltà estrema, ricrea le radici e il mondo antico che ha dato vita all’America. La Carter Family, straordinario primo gruppo della musica country americana a imporsi negli anni 30 a livello nazionale, è il punto di riferimento di questo disco. Quelle famiglie che hanno fatto la musica americana, una storia che si intreccia in tempi più recenti con un’altra famiglia storica, la Guthrie Family. Arlo Guthrie, figlio di Woody, il padre di ogni moderno songwriter da Dylan a Springsteen, che con figli e nipoti si imbarca da decenni – e anche con Pete Seeger, un altro padre oggi scomparso – in giro su e giù per gli States a tenere viva questa coscienza popolare profonda seppur oscurata dalla modernità. E’ in questo mondo che il disco di Ben Harper si incastra in modo meravigliosamente azzeccato, con quel country folk scoppiettante di buon umore e di speranza della traccia iniziale, A home is a House, poi ripreso nella mestizia di  Farmer’s Daughter che con quel banjo polveroso e quella slide sanguinante richiama di schianto le famiglie devastate dalla Depressione degli anni 30, le Dust Bowl Ballads di Woody Guthrie perché la Depressione che si vive oggi è la stessa. La canta in modo impeccabile la madre Ellen ed è questa l’America più vera e profonda, umile e coraggiosa, con le mani sporche del lavoro quotidiano, non è quella di Washington e dei sorrisi a 32 denti di ogni Presidente, che si chiamino George W Bush, Bill Clinton o Barack Obama. E’ questa l’America popolare che ne custodisce l’anima violentata, stuprata, delusa: la figlia del contadino, Jesse James rubava alle banche adesso le banche rubano a noi e non ci è rimasto niente, non ci è rimasto niente, canta Ellen.

 

Quelle canzoni, quegli inni sacri, vengono rivisitati in semplici versione acustiche: le scintillanti chitarre di Harper, uno dei più dotati chitarristi contemporanei, specialmente sul versante acustico, i duetti semplicissimi tra la sua voce e quella della madre. Una voce piena di sentimento antico la sua, capace di toccare ogni singola nota di orgoglio e appartenenza. Brani come City of Dreams, la dolcissima Born to Love You, la splendida Learn it all Again Tomorrow già un classico del repertorio di Ben Harper, la conclusiva How Could We Not Believe, un gospel sussurrato con dolore profondo. E poi l’autobiograficaAltar of Love, composta da Ellen, dove la figura della madre viene identificata nel suo sacrificio, che poi è il sacrificio dell’amore senza confini. Così come nella altrettanto toccante Memories of Gold“In the winter she wants to be dancer / In springtime she wants to be a scribe /In summer she wants to be a painter / Come autumn the mother of a child”.

 

Pubblicato senza remore in occasione della festa della mamma, il disco lo spiega bene la stessa Ellen:“Sono stata una madre single. Ben doveva tornare da scuola prima e venirmi a dare una mano quando gestivamo il Folk Music Center and Museum di Claremont e credo che abbia assorbito quello che questo ambiente gli ha donato. Del resto anche io ho suonato in diverse band e lui mi ha sempre accompagnato”.

Il Folk Music Center, aperto nel 1958 dai nonni materni di Ben, esiste ancora: è un angolo di America verace, punto di incontro nei decenni e ancora oggi per folksinger di tutto il mondo, di scambio di idee, di incontri musicali spontanei, tra ukulele, chitarre, banjo e ogni tipo di strumento di ogni angolo del pianeta. 

Parlando in pubblico durante un recente concerto, Ben Harper ha così identificato il senso di questo disco: “Ho sempre pensato che la casa sia il posto da dove fuggi ma in cui ritorni”. E’ lì infatti che sta il nostro cuore, anche se la casa è oggi popolata di fantasmi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori