JACK WHITE/ “Lazaretto”: la cucina dell’anima dell’ex White Stripes

- Emanuele Lanosa

Profondo conoscitore della musica americana, Jack White nel suo nuovo disco solista ha mescolato mille ingredienti con risultati ottimi. La recensione di EMANUELE LANOSA

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Il disco di Jack White

Soul Kitchen significa letteralmente la cucina dell’anima e sta ad indicare quei piatti tipici della tradizione del Sud degli States cucinati con tutto l’amore di cui una brava cuoca è capace. Esattamente come si comportavano le Big Mama fino agli inizi del ‘900. Queste carismatiche donne di colore che lavoravano come governanti nelle grosse tenute di campagna dei bianchi simboleggiano nella cultura popolare l’amore gratuito, la custodia del focolare casalingo e la memoria delle buone vecchie tradizioni.

Allo stesso modo in cui Elvis ha imparato l’arte del rock da Little Richards, Chuck Berry e Fats Domino così Jack White ha appreso la migliore arte culinaria di Mississippi, Alabama, Georgia e Tennesse.

E come un bravo cuoco che miscela i suoi ingredienti con esperienza per sfornare stuzzicanti leccornie anche l’ex White Stripes riesce a mischiare tutta la musica che come una spugna ha assorbito fino ad oggi e ce la propina condita in una salsa personale ed inimitabile.

Assodato che tutti conosciate il nostro uomo, già membro dei White Stripes assieme alla fedele ex compagna di strada Meg White, autori tra le altre della celeberrima Seven Nation Army, e di una serie di altri gruppi minori come i The Raconteurs. Fondatore dell’etichetta Third Man Records e dal 2012 titolare unico della premiata ditta Jack White III con la quale ha già rilasciato il full leght “Blunderbuss”. 

Originario di Detroit dal 2009 si è trasferito a Nashville, da un lato perché la decadenza della capitale del Michigan inizia a diventare dannatamente insopportabile per tutti i suoi abitanti. In secondo luogo a simboleggiare il definitivo abbandono della scena garage, che iniziava ad andare troppo stretta a questo musicista dal multiforme ingegno, per approdare nella capitale morale della musica da cui tutti i padri fondatori del rock americano sono passati, Jonny Cash in testa.

La carriera solista di JWIII riparte dal Sud, dalla culla della cultura statunitense. Sulle sponde del Mississippi sono nati Tom Sawyer e Huckleberry Finn, tra l’Alabama e la Georgia sono stati ambientati i migliori romanzi di Faulkner e Dos Passos e centinaia di capolavori cinematografici americani. Solo dalla tradizione può partire il rinnovamento, anche per un grande musicista. 

Per questo motivo “Lazaretto” è un grandissimo album: perché mescola le influenze più disparate mantenendo però uno stile perfettamente identificabile, assolutamente contemporaneo e particolarmente sfizioso. Proprio come uno di quei pasticci è possibile mangiare nelle tavole calde ai lati delle highway che attraversano le grandi pianure nordamericane. Ovviamente il nostro non manca nemmeno di essere bifolco e ignorante senza nessuna remora come solo i Redneck sono capaci di essere.

Si parte con ‘Three Woman’ che riaggiorna l’Eric Clapton di “Slowhand”, svecchiandolo di colpo e portandolo a lustro per l’occasione, senza nemmeno un granello di polvere o un graffio dato dal passare degli anni. Si continua poi con ‘Lazzaretto’ e la sua personalissima rilettura del funk da rinnegati di cui i Rage Against The Machine sono maestri. C’è poi spazio anche per il country rock epico e sognante a metà tra Jonny Cash e John Denver in ‘Temporary Ground’ e in ‘Entitlement’. 

‘Would You Fight for my love?’ invece ricorda, già a partire dal titolo, una ballata medievale che tanto si avvicina all’amor cortese nel testo quanto alla Scandinavia e al suo Epic Metal nella musica. ‘High Ball Stepper’ è il singolone da headbenging sporco, grasso e cattivo come nella migliore tradizione blues-rock, corredato di riff di chitarra distorta come se piovessero e urlo accattivante mandato in loop. In ‘Just One Drink’ si torna a fare i conti con il garage degli esordi con ottimi risultati e con ‘ That Black Bat Licorice’ ce la si vede con l’hip hop, che qui viene riletto in chiave blues. Si chiude rallentando i ritmi e disattivando i vari effetti della chitarra con ‘I Think I Found The Culprit’ e ‘Want and Able’.

Costantemente in bilico fra tradizione e innovazione “Lazaretto” riesce perfettamente nel suo intento, suonando classico senza mai annoiare e innovando senza mai dimenticare la tradizione e perdere la bussola in inutili virtuosismi. Un ritorno alla pancia americana senza aver dimenticato il cammino percorso e gli insegnamenti acquisiti in tutti questi anni. Jack è riuscito a cucinarci una zuppa che già dal profumo ci conquista, ma il sapore è talmente squisito che una volta che avremo  finito di mangiarla vorremo fare scarpetta col pane pur di non lasciare nemmeno una goccia nel piatto.

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