SUSANNA PARIGI/ “Apnea”: la rinascita umana che tutti desideriamo. L’intervista

- Alessandro Berni

Da Giorgio Gaber a Enzo Jannacci al suo ultimo disco: Susanna Parigi è una delle voci più vere e interessanti della scena musicale odierna. L’intervista di ALESSANDRO BERNI

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Susanna Parigi

Moderna letteratura per una nuova resurrezione, rivisitazione dell’inaudito alla luce del convulso tempo presente.  Al centro le donne, oggi come ieri, protagoniste di un possibile secondo grande incontro come nuove ipotesi di Maddalena.  Così si apre il nuovo album di una grande italiana come Susanna Parigi, cantautrice fiorentina, spiccato talento di musicista, cantastorie dell’universo femminile come cursore di una nuova redenzione dell’umanità di oggi più che di una sterile rivendicazione. Tematiche e passione spesso comuni a quella che fu una nostra grande e tormentata voce come Mia Martini. Figure femminili al centro di ogni disco, dagli esordi fino ai tre momenti centrali della produzione.  Da quell’”Indifferenze” (2004) che puntava l’obiettivo già qualche anno fa su quelle periferie esistenziali oggetto di un’attenzione sempre più autorevole, ai due lavori che forse rappresentano ad oggi il vertice della poetica lirico-musicale della nostra.  

L’Insulto delle Parole” (2009) e “La Lingua Segreta delle Donne” (2011).  Donne, uomini, eroine della quotidianità ritratte nel serrato confronto con quella che si è imposta sempre più come civiltà della parola, strumento di potere e aggressione a tutto campo fin sul terreno squisitamente umano.  E ancora la fatica e l’umiltà di riprendere il cammino tra speranza e disillusione, tra amarezza e risoluto desiderio di ritorno alla vita. Il tutto sottolineato da musiche che sconfinando su registri etnici lambiscono la danza popolare, il vocabolario folk impattando spesso e volentieri l’area del pop sinfonico di grande respiro restituito con un’efficace impronta d’autore.  

Con il nuovo album “Apnea” la Parigi, coadiuvata come sempre nella stesura di parte delle liriche dall’apporto fondamentale di Kaballà, si incarica di razionalizzare il percorso fin qui coperto misurandosi con le nuove grandi esperienze acquisite sul campo.  Il bel confronto – a livello di incisione e di racconto dal palco – con il repertorio di Jannacci (“Il Saltimbanco e la Luna”) ma soprattutto l’assimilazione originale e personalissima del Gaber degli ultimi spettacoli teatrali.

Lo si tocca con mano sin dall’incipit.  Brevissima quanto intensa Quello che non so funge da introduzione, quasi da presentazione, una dichiarazione di intenti che sa di confessione come sorgente della memoria, come quella del bambino.   

Donne esoteriche è la nuova ipotesi di riscatto di umanità.  Un intreccio di leggerezza e provocazione per uno scherzo semiserio a suon di ritmi bandistici, brillanti iniezioni corali (Les femmes ésoteriqués) e freschezza venata d’ironia. Forse l’episodio di maggiore appeal radiofonico uscito dalla penna della nostra in tandem con una non meno briosa Che noia, piccola invettiva sorridente tra incipit liturgico, vena sardonica e uno spassoso tono da opera pop che segna la durata del brano.  Filtro elettronico, singolo promozionale è una breve radiografia personale del mondo del social network, croce e delizia della modernità che affianca senza sosta le nostre esistenze sovrapponendosi ad esse dopo aver regalato la grande illusione dell’autonomia.  Tappeto tecno e canto vocoderizzato lasciano spazio ad un refrain declamatorio alla Battiato, un gioco di contrasti inusuale per una scelta strana e coraggiosa.

Addentrandosi in profondità si ascolta L’uomo che cammina, leale presa di coscienza che un ritratto ideale di uomo della provvidenza in politica non può che portare all’auspicio della seconda venuta di Gesù e una Venivamo tutte dal mare (adattamento di un testo del bravo e misconosciuto poeta Alberto Barina) che aggiorna – nel racconto di esistenze femminili spezzate – diario di bordo e mappa di quelle vite periferiche adulate, masticate per interesse personale e perlopiù dimenticate.  In una sorta di intermezzo liberatorio non manca neppure il particolare jazzy storytelling di Carica erotica, brano con cui l’autore Ferruccio Spinetti dirotta il cantautorato della nostra verso i territori musical-umoristici dei Musica Nuda.  

Vertice creativo del lavoro è la splendida Tutte le cose si attaccano addosso.  Una lenta e dolente marcia ossessiva evolve in una sequenza vellutata dove voce e violino si fondono in uno stregante avvicendamento.  In quello che è forse il vertice della poetica musicale della nostra si ripropone il tema gaberiano dell’annientamento dell’io nell’idolo del successo, il recupero autentico della libertà in un autentico rigore personale e – con la chiusura recitativa di LIBeRI –  l’anelito di una nuova coscienza come esito di un lavoro lungo e paziente.      

Il tutto coronato dalla collaborazione fondamentale di quella che da un po’ di anni è diventata la sua band di riferimento, dalla ispirata leadership di Matteo Giudici (chitarre), al sostegno prezioso di Michele Guaglio (basso) e Nicola Stranieri (batteria), fino alla sobria eleganza della fedelissima compagna di strada Aurora Bisanti (violino).

Ecco il resoconto dell’intervista nella quale la Parigi ci ha raccontato retroscena e ispirazione di questo nuovo bel capitolo della sua discografia.

 

Tre album nel giro di cinque anni. Dai 42 minuti de “L’Insulto delle Parole”, ai 33 de “La Lingua Segreta delle Donne”, fino ai soli 29 di “Apnea”, eppure in questo frangente in apparenza fin troppo breve vengono toccati tutti i temi legati ad un’umanità lealmente aperta a tutto e a tutte le possibilità, come sembra suggerire la nuova redenzione preconizzata in Donne esoteriche.

 

Tu hai fatto un conto dei minuti, io non ci avevo mai fatto caso. Ti sei accorto di una cosa importante per me. Come dice il mio coautore ai testi Kaballà: “Questo è un album che parla, ma vorrebbe stare zitto”. In un certo senso è vero. Dopo “L’insulto delle parole” dove scrivevo di quello che avvertivo forte e prepotente, cioè il cambiare nome alle cose, la manipolazione del vocabolario, l’ingiuria continua, la rissa continua, mi sto rendendo conto di qualcosa di più. Io ho inventato un termine per questo, ed è: parolessia. Una certa malattia della parola, una sovrabbondanza di parole, data anche dall’utilizzo del mezzo elettronico. Quando si ha a che fare con il cellulare, non puoi stare zitto. Per radio non puoi stare zitto. Questo porta a usare parole superflue, a non fare attenzione alle parole. Dove c’è troppa quantità, non può esserci qualità. Riguardo “Donne esoteriche” chissà se è uno scherzo o magari dice anche qualche verità. Penso davvero che l’unica, vera, rivoluzione oggi potrebbe essere una società ricostruita dalle fondamenta sul pensiero femminile. Non so se sarebbe peggiore o migliore. Ma non abbiamo mai provato e non possiamo saperlo. Una rivoluzione senza l’esclusione dell’altro sesso, come è stato fatto con noi nei secoli, ma con la convinzione di una parità reale che parta dalla ri-costruzione e che non si adatti a qualcosa di già definito.

 

L’uomo che cammina sembra ritrarre un ideale di persona che superi l’impasse di questi anni pieni di maschere di provvidenza. Sembra quasi che le parole usate siano volutamente contraddittorie per rappresentare un sentimento d’incertezza. Il che lascia aperto l’inevitabile interrogativo. C’è qualcuno o qualcosa che possa soddisfare quel bisogno di amore incondizionato che viene messo a tema? (E’ possibile confidare in qualcuno?)

 

E’ solo una modesta proposta la mia. “L’uomo che cammina” può essere visto come un Gesù, oppure come uno di noi che sceglie di non fermarsi, che si porta addosso i pesi e le ingiurie dei conformisti, degli allineati. Potrebbe essere l’ipotesi di qualcuno che sceglie la politica quasi come si sceglie un sacerdozio, più come una vocazione che come un lavoro. Credo sia possibile confidare in qualcuno, ma finché la politica manterrà i privilegi che ha, sarà solo assaltata da belve affamate di soldi e potere. Togliamo un po’ di soldi, togliamo un po’ di potere, togliamo le facce dei politici dalla televisione tutti i giorni, e vedrai che molti si ritireranno e forse rimarranno solo quelli più puliti.

 

Filtro elettronico è il tuo contributo a un tema che coinvolge tutti chi più chi meno. Tutti in questo grande incontro virtuale dei social network, che è un po’ tribuna un po’ campo da gioco, il nuovo grande veicolo per l’espressione dell’io autentico o dell’ego sfrenato. Strana scelta per un singolo con due parti quasi in stridente contrasto.

 

Hai detto perfettamente; è il nuovo grande veicolo. Con immense possibilità ma anche con grandi rischi. Permette di oltrepassare i canali ufficiali ormai tutti schiavi esclusivamente del ritorno commerciale, e quindi permette di essere più liberi, di poter dire davvero quello che si pensa senza troppi filtri e compromessi. Dall’altra è una strada aperta all’ego sfrenato, come tu dici, all’esposizione a tutti i costi, all’apparenza. 

 

Un paio di anni fa si parlava di un tuo album dal vivo con quella che è diventata la band di riferimento per la resa del tuo suono, e che nella veste live ricomprende un tastierista aggiunto, Roberto Olzer. Credo che poi la cosa si sia fermata anche per il sopravvenire di altri progetti. C’è  ancora l’intenzione di realizzarlo includendo anche materiale tratto da questo nuovo disco? 

 

Sì sì certo. E’ vero che i progetti in cantiere in questi ultimi quattro anni sono stati troppi e non potevo fare tutto. Come hai scritto tu nel giro di cinque anni ho pubblicato tre dischi miei, più uno del concerto teatrale “Il saltimbanco e la luna” su Enzo Jannacci e davvero non c’era spazio per niente altro. Mi piacerebbe davvero fare un album dal vivo soprattutto perché ho la fortuna di avere musicisti straordinari: Matteo Giudici, Roberto Olzer, Michele Guaglio, Nicola Stranieri, e insieme a loro i miei brani acquistano colori, sonorità e intenzioni diverse.

 

Apnea sembra essere un termine plurivalente, con molte sfumature di significato. Nel contesto del disco sembra indicare da un lato un difendersi dalla confusione e dall’altro, in senso più positivo (come suggerisce la copertina), una resistenza fondata sull’amore come unica legge capace di calamitare la persona. Amore per la verità della vita con una forte attenzione al soggetto come protagonista, alla sua intima natura.

 

Sì Apnea è un termine che ho cercato per molto tempo. Cercavo una parola sola che potesse contenere tutto quello che volevo sintetizzare. Non è stato facile ma alla fine è arrivata. Come dici tu Apnea può anche significare estranearsi, togliersi dalla confusione, è vero anche questo. Come è vero che l’apnea è anche un momento di riflessione, di sospensione, mi viene in mente il liquido amniotico della madre. Il fatto è che tu devi reagire in maniera energica, perché altrimenti muori. Apnea è la situazione in cui vive la cultura, l’arte e forse tutto il nostro Paese da molto tempo. Per questo ho scritto all’interno del libretto una specie di piccolo manifesto. L’arte e la cultura stanno morendo questa è la verità e come è vero che tutti hanno diritto al cibo e alle cure, è anche vero che chi fa questo lavoro debba avere almeno gli stessi diritti degli altri. Perché poi alla fine tutti usano la musica, la musica è la colonna sonora della vita di tutti e qualcuno dovrà pur farla. Chi sta dietro tutta la musica che le persone ascoltano? Come viene ripagato? Ha diritto alla pensione? Siamo tutti nella stessa barca, pittori, attori, ballerini, musicisti. Tutti nelle stesse condizioni. Chi condivide il manifesto che si trova sia sul mio sito che sulle mie pagine Facebook, può inviare una sua foto con un cartello dove c’è scritto “Apnea” e la sua attività artistica e non. Noi le pubblichiamo tutte. Una al giorno, sia su Fb che sul sito e rimarranno lì, sperando di fare un numero sufficiente di voci che insieme possano cambiare qualcosa.

 

Il personale approccio al lascito di Gaber e Jannacci ha caratterizzato la tua esperienza di questi ultimi anni. Dalla vittoria al festival Gaber nel 2010 allo spettacolo “Il Saltimbanco e la Luna” che da due stagioni ripercorre in maniera personalissima e creativa il repertorio del grande medico cantastorie.  Mi pare però che questo nuovo disco – in brani come Tutte le cose si attaccano addosso e LIBeRI metta a frutto in maniera del tutto personale e sistematica i temi della libertà, della critica e della autocoscienza affrontati da Gaber nei suoi ultimi spettacoli con i brani Una nuova coscienza e Se ci fosse un uomo o con L’Attesa importante chiusura di “Anni Affollati”. In definitiva qual può essere il contenuto concreto (o un’ipotesi di contenuto) di una vera rinascita umana e della sua attesa? 

 

Mi parli di brani che amo. Siamo “uomini al minimo storico di coscienza” dice Gaber. A un certo punto parla di un “uomo a cui non basta un crocifisso ma che cerca un dio dentro sé stesso”. Ecco io da qui ripartirei. Questo è quello che tento di esprimere in “Tutte le cose si attaccano addosso”. Non c’è frase più banale di: ”Sii te stesso”, “Cerca di essere te stesso”. E’ uno scavo archeologico di colossale profondità, è davvero come trovare un dio. Siamo sommersi da “tutte le cose” che si sono stratificate negli anni e tornare alla nudità credo sia quasi un miracolo. Ma parte tutto da lì. Trovare un uomo nuovo, persino a noi stessi. Scavare per arrivare per lo meno a comprendere che non siamo solo le vittime, per arrivare almeno a sentire il dolore degli altri, perché spesso è solo la voce del nostro che urla e copre tutto il resto.

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