OPERA/ Se “Don Giovanni” diventa DSK (Dominique Strauss Kahn)

- Giuseppe Pennisi

GIUSEPPE PENNISI commenta e descrive il nuovo allestimento del Don Giovanni di Mozart che assume la fisionomia del noto politico francese Dominique Strauss Kahn

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Il Don Giovanni

A cavallo tra l’ultimo lustro del XX secolo e il primo del XXI, “Don Giovanni” di Lorenzo Da Ponte e Wolfgang A. Mozart ha soppiantato “Carmen” di Georges Bizet in quanto opera più rappresentata al mondo. All’ultima conto di Operabase (il maggior sito del settore), sono state ambedue superate da “La Traviata’ di Giuseppe Verdi. 

Occorre però dire che, per quanto attiene al ‘melodramma  giocoso’ di Da Ponte –Mozart, le classifiche non includono le due rappresentazioni quotidiane offerte a Praga (dove la “prima” si è tenuta il 29 ottobre 1787) in un teatro di marionette con la musica registrata. Con “Don Giovanni” è appena iniziato (dopo una ouverture spirituale di cui riferirò a parte, la sezione opera lirica) il Festival estivo di Salisburgo.

Una caratteristica dello spettacolo – il secondo, in ordine di tempo, di nuovo allestimento della trilogia Da Ponte Mozart iniziato l’estate scorsa con ‘Così Fan Tutte’ – è di essere coprodotto con la Unitel ed una serie di stazioni televisive. In Italia si potrà vedere e ascoltare il 3 agosto alle 20.15 sul canale Classica di Sky; seguiranno repliche televisive, in Italia, più volte all’inizio di agosto e successivamente ci saranno riprese. A Salisburgo questa prima tornata, iniziata il 27 luglio, durerà sino al 18 agosto; dal vivo lo spettacolo verrà ripreso in numerosi teatri europei.

Commentando un anno fa, il nuovo allestimento di ‘Così fan tutte’, si è sottolineato come dopo la trasgressiva trilogia di Claus Guth (2007-2011 a Salisburgo; ora alla Scala), l’équipe drammaturgica (Sven Erich Bechtolf regia, Rolf Glittenberg, scene, Marianne Glittemberg, costumi) avesse voluto tornare sul tradizionale (ambientazione settecentesca, grande eleganza nella recitazione) e fosse in ciò assecondata da Cristopher Eschembach (maestro concertatore) e dai Wiener Philarmoniker.

Il team è rimasto lo stesso, ma l’approccio è totalmente differente. L’ambientazione è oggi in un grande albergo (scena unica) dove il sesso sembra essere la preoccupazione principale di tutti. I riferimenti alle avventure “alberghiere” del politico francese DSK (Dominique Strauss Kahn) sono evidenti. Ci sono riferimenti pure nel programma di sala. Tuttavia, dato che viene utilizzata la versione di Praga con il coro finale di esultanza per la punizione del dissoluto, l’inno alla libertà con cui termina la prima parte, assume un colore molto speciale: a cosa serve la libertà se non si hanno obbiettivi chiari e se l’unico in cui si crede è il sesso sfrenato, ma privo di soddisfazioni?

Nonostante abbia circa 230 anni sulle spalle, “Don Giovanni” rispecchia meglio di altri lavori la tensione tra “zeloti” (ancorati al passato e alle sue regole sia scritte sia implicite) ed “erodiani” (rivolti, invece, verso la modernizzazione). Altro punto è l’ineluttabilità che, in una fase di transizione (quasi da “die verwandlung” della tradizione tedesca), ci sia un agente economico disponibile a fare il “falco” sino alle estreme conseguenze, ossia farsi uccidere, per facilitare l’affermarsi delle nuove regole. Il Don e il Commendatore, i “falchi”, devono giungere alla doppia morte (e alla caduta negli inferi) per fare avanzare la modernizzazione frenata dalle “colombe” (di cui Don Ottavio sarebbe lo stereotipo). Tuttavia, mentre i “falchi” e le “colombe” differiscono in materia di tempi e modi per affrontare il cambiamento, nell’ipotesi proposta in questo articolo gli “zeloti” il cambiamento non lo vogliono affatto e gli “erodiani” sono pronti a recepire “habits and rules” altrui pur di favorire il cambiamento. “Don Giovanni” ha specificità musicali che lo rendono molto più pregnante del libretto (immaginarsi cosa ne avrebbero fatto un Piccini, un Paisiello o un Salieri!). In primo luogo, sin dalla ouverture si avverte che siamo di fronte a qualcosa che è ben diverso da un’“opera buffa” o da un “dramma giocoso”. Dalle prime misure si avverte il fuoco dell’inferno in fa (che, tre ore più tardi, concluderà l’opera); il quadro è cosmico. In secondo luogo, il trattamento musicale del protagonista non ne fa né una caricatura del libertino quale tracciata da Tirso de Molina e José Zorrilla, né un proto-illuminista molieriano. 

Le note di Mozart, avvolgono Don Giovanni in quel clima luciferino che si ritroverà, ad esempio, alcuni lustri più tardi nell’“opera nazionale” tedesca per sottolineare il carattere demoniaco di Kaspar de “ Der Freischütz” oppure, un secolo più tardi, della Nutrice di “Die Frau ohne schatten”. E’ luciferino lo stesso brindisi alla libertà del “finale primo”, giustapposto, simmetricamente, alla scena, pure essa luciferina, con il Commendatore nel “finale secondo”. Luciferianamente, né il Don né il Commendatore hanno una “cavatina” (aria di ingresso nelle convenzioni operistiche dell’epoca) o “cabalette” e “legati”.

Alcune sezioni del pubblico non hanno gradito questa lettura, al tempo stesso, attuale e politica. A mio avviso, essa merita invece elogi per la originalità e anche per la fedeltà al significato più riposto del messaggio.

 

Non sarebbe stata possibile senza interpreti di altissimo livello. Le qualità di Ildebrando D’Arcangelo (il Don) e Luca Pisaroni (Leporello) sono notissime. Così pure quelle del trio femminile (Lenneke Ruiten), Annet Fritsch, Valentina Nafornita) e di Tomasz Konieczny (il Commendatore). La vera sorpresa è Andrew Staples, un Don Ottavio che non si ascoltava da lustri. Altra scoperta il Masetto di Alessio Arduini che merita di essere maggiormente impegnato in Italia.

 

Ovazioni all’esecuzione musicale anche da parte di coloro che non hanno gradito la drammaturgia. 

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