BRACE/ “Puledri nello stomaco”: il ritorno dopo otto anni di Mr. Tafuzzy Records

- La Redazione

Ci ha messo otto anni per produrre il suo nuovo disco, ma l’attesa è valsa la pena. Ecco Brace, con “Puledri nello stomaco”. La recensione di GIANLUCA PORTA

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Brace

Prima si chiamava Mr Brace, adesso – più semplicemente -è Brace. Al secolo Davide Rastelli, fondatore di Tafuzzy Records, ha fatto uscire il suo nuovo album dopo otto anni di pausa. Dopo così tanto ci si può aspettare un album commemorativo, o un qualcosa di inascoltabile e sperimentale. E invece no. Ci sono voluti otto anni per fare questo disco, ma ciò non lo rende pretenzioso. È scorrevole, di facile ascolto e decisamente un bell’album. “Puledri nello stomaco” va sentito.

Non è da lodare per degli arrangiamenti incredibili, o per la potenza sonora, e nemmeno (se vi piace fissarvi sul quel tipo di cose) per la produzione. Sotto tutti questi punti, è un buon disco. Non migliore, non peggiore di tanta musica scialba che esce oggi. È da lodare perché ha spina dorsale. Non è un disco per fighetti (gli Arctic Monkeys, per esempio), non è un disco per quelli per cui tutto va bene. È un disco per uomini. Per chi deve lottare, per quelli per cui la quotidianità è una sfida, quelli che sono a casa a morire di noia. Insomma, per chiunque almeno una volta si è sentito fuori posto.

Racconta tutta quella miriade di pensieri veri che vengono a ogni persona, prima o poi. E lo fa davvero in modo magistrale. È il desiderare l’impossibile, è il volerlo stringere a sé, ma anche quella fitta struggente che ti viene nel non raggiungerlo. Sospeso tra queste due dinamiche, Brace intarsia il suo semplice, ma definito arazzo, dell’uomo qualunque.

Inizia in modo travolgente con l’incessante batteria di “Olio per cervella”, dove preghiera e sfida si fondono per creare un’unica grande constatazione: nulla vai mai per il verso giusto. E non cambia manco per niente. Sembra quasi una sconfitta opprimente, un vicolo cieco nella strada della felicità, ma rimane aperta una domanda. 

Poi la rapida “Pigiamarmatura”, dove ogni cosa diventa un baluardo per vendicarsi di una realtà insoddisfacente e un amore non corrisposto e illusorio. Sempre un brano veloce, che ondeggia tra chitarra elettrica e batteria, con echi di un certo tipo di rock, semplice e onesto. 

Tema della canzone successiva, “Buongiorno”, è sempre l’amore, ma sotto una luce completamente diversa: nella normalità basta poco per essere contenti, per fare una foto sorridenti per davvero. Questa commovente ballata rock finisce in fretta, e dopo attacca subito “Casa vuota”, come l’altra faccia della stessa medaglia, dove il trasloco è il segno definitivo della caducità di ogni istante di gioia. Mai ‘na gioia, per dirla come ormai è di moda. Ma tutto con un ritmo accattivante e, a tratti, quasi africano. 

Poi una scossa di adrenalina, calda e fumante, “Caffè”: il riscatto dell’azione, del prendere l’iniziativa e ribellarsi, ma con il sorriso e la semplicità. Il disco continua facilmente con le track successive, “Piedini” e “Braccia”, la prima sulla bellezza dell’amore intimo (ma è come se sembrasse un sogno), l’altra sull’amore non compiuto. Ma, anche nella delusione più nera, c’è un pensiero, un guizzo di vita. E chissenefrega se è banale, ma è la summa di tutta l’esperienza precedente. Scorre in meno di due minuti l’insignificante “Lattaio”, per iniziare la coda finale: “Domani”, dove sono forti le speranze(la paura della fine diventa motore della svolta) e le influenze dei Pixies; “Nausea” e la deludente (sia per il testo sia per la musica) “Bio”.

Quindi si arriva a una delle perle dell’album, “Biglia”. Un incessante crescendo, tra piano e trombe, che inneggia alla bellezza innata delle cose di ogni giorno, illuminate dalla luce nuova dell’amore vero.

 

Il disco di Brace si distingue dalla brodaglia radiofonica, dai buffoni strapagati e incompetenti che fanno sfigurare la scena musicale italiana. È a un altro livello, raggiunge una profondità non comune e non si perde mai nell’auto celebrazione. Non cede alle facili scorciatoie dei cliché, ma all’ispirazione reale. È un disco democratico, che parla di tutti, ma non è populista. Non è urlato, ma fa sentire la sua voce meglio di Fedez. E soprattutto, ha delle cose più interessanti da dire. Speriamo solo di non dover aspettare altri otto anni per il suo prossimo lavoro.

 

(Gianluca Porta)

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