OPERA/ Salisburgo, la musica religiosa fa bene anche al botteghino

- Giuseppe Pennisi

Sempre da Salisburgo, GIUSEPPE PENNISI continua a tenerci informati sui tanti spettacoli del locale festival. Questa volta si parla di musica sacra: brani inediti e grande successo 

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Salisburgo

Quando Alexander Pereira assunse la direzione del Festival di Salisburgo decise di allungare la manifestazione di una settimana, facendo precedere le varie sezioni (opera, sinfonica, cameristica, dramma, spettacoli per bambini) da un’ ouverture spirituale – di musica che guardasse all’Alto. Da un canto, era un modo di riallacciarsi alle origini del festival (iniziata con la Sacra Rappresentazione ‘Ognuno’ di Hugo von Hofmannsthal, che da allora viene replicata almeno 15 volte a ciascuna edizione; negli anni ci sono stati una ventina di differenti allestimenti). Da un’altra, sapeva, anche dalla sua esperienza a Zurigo, che c’è una forte domanda: la Musica Sacra ha bassi costi e fa bene al botteghino. 

Molto folta la presenza di giovani da tutta Europa (e non solo: presenti giovani nordamericani, coreani e del bacino del Mediterraneo). Occorre tener presente che in Italia si registra alla Sagra Musicale Umbra che quest’anno inizia il 6 settembre a Perugia e include un concorso per giovani compositori. 

L’idea è stata, in un primo momento, accolta con una punta di scetticismo. In questa edizione 2014, tuttavia, l’ouverture spirituale si estende per due settimane (coincidendo per una con le altre sezioni del festival) e comprende trenta concerti (circa quaranta se si includono le sinfonie di Bruckner, tutte a carattere religioso o meglio rigorosamente cattolico), alcuni replicati più volte. 

Pereira sostiene che è uno ‘scrigno tutto da esplorare’. Quest’anno, ad esempio, è stato scoperto un oratorio di Mozart di cui si ignorava l’esistenza. Inoltre, il festival ha aperto un confronto tra musica dello spirito di ispirazione cristiana e musica dello spirito di tradizione islamica. Uno dei grandi maestri della musica islamica, il sufista Muzaffer Efendi, afferma: “La religione è come un fiume che attraversa numerosi Paesi, ciascun Paese lo chiama con un nome differente e, a volte, ritiene che sia soltanto suo. Tuttavia, il fiume è indipendente dai Paesi dove scorre e nasce da una unica sorgente”. Parole sempre attuali, specialmente oggi. Ci auguriamo che Pereira  continui ed anzi intensifichi ‘l’esplorazione’ quando sarà alla guida del Teatro della Scala – incarico che assume proprio in questi giorni.

Nel Festival Estivo 2014, la serie spirituale è iniziata il 18 luglio con La Creazione  di Haydn, diretta da Bernard Haitink e terminata il 31 1uglio con un confronto tra ‘nuove tendenze’ nella musica dello spirito islamica e cristiana. Durante il soggiorno al festival, ho seguito l’ultimo della seria e l’oratorio di Händel Israel in Egypt (eseguito dal coro e dai solisti del Balthasar- Neumann Esemble, diretti da Thomas Engelbrock). Mi sono parsi quelli di maggiore interesse per un pubblico internazionale, anche a ragione della loro valenza politica.

Israel in Egypt è uno degli oratori di Händel meno eseguiti in Italia perché, a differenza di altri, appartiene ad un barocco secco, stringato e si basa su testi integralmente tratti dalla Bibbia. Non ha ‘personaggi’ (come altri oratori) ma racconta il cammino di un popolo vero la verità , coniugando la grande tradizione corale britannica con un’orchestrazione piena di inventiva ed evocazioni, nonostante Händel disponesse di un organico quasi cameristico, a cui ha aggiunto organo, timpani ed ottoni. Appartiene al ‘secondo periodo ’ londinese del compositore, quando il pubblico non apprezzava più i vocalizzi rococò e vi era una forte tensione tra i nuovi Regnanti (gli Hanover) ed i seguaci di un eventuale ritorno degli Stuart; Händel dovette rimaneggiare più volte il lavoro prima di giungere alla versione definitiva (quella ascoltata a Salisburgo) imperniata sul cammino di un intero popolo guidato da Dio. Sala strapiena (con anche posti in piedi). Grande successo. Bis richiesti ed ottenuti. 

Le matrici della musica islamica contemporanea vengono da lontano: dal filosofo e martire (ucciso dai mussulmani radicali nel 922) Mansur Al – Hallag, alla cui memoria il festival ha dedicato tre concerti. Al-Hallag predicava l’amore come unica strada verso la libertà (anche religiosa) ed attirava alle sue ‘conferenze’ circa 4000 persone per volta (numero vastissimo per l’epoca). Predicava (precedendo Calvino e Lutero) la possibilità di ciascuno di unirsi con Dio, con fede ed amore, senza intermediazioni gerarchiche e burocratiche. Abbastanza per farlo dichiarare eretico e condannare a morte. Morì –si dice- sorridendo ed affermando Io sono la verità.

Nell’ultimo dei tre concerti, uno studio sperimentale per musica elettronica di Mar André (scuola Boulez-Ircam) viene giustapposto a quattro composizioni contemporanee, in vario modo, ispirate a Mansur Al – Hallag, ossia all’Islam della tolleranza del primo millennio. Samir Oder Tamini, compositore palestinese di cittadinanza israeliana, noto anche per i suoi studi filosofici sul Corano, tratta non solo del pensiero di Al – Hallag ma anche della sua personalità : il lavoro  richiede un ensemble da ‘concerto grosso’ (per utilizzare un termine musicologico barocco), ossia un’orchestra da camera ampliata. Intitolato Cihnagirdal nome di un noto quartiere di Istanbul ne rappresenta , in 12 minuti, la diversità etnica e religiosa . Sullo stesso tema Marc-André, che necessita di un organico vasto, dislocato in vari luoghi della Collegiata ed integrato da live electronics (specialmente per le voci su nastro). Il riferimento alle ‘Fedi’ è più specifici: le voci del mullah, dei rabbini e dei sacerdoti di varie religioni cristiane si inseriscono nella partitura, dando ad essa un vasto senso ecumenico.  Kesik per 12 istrumenti della compositrice turca Zeynep Gedizliouglu guarda invece alle cesure tra le culture, e le religioni del Mediterraneo, con ‘a solo’ dell’oboe denso di richiami alla tradizione orientale.

Il lavoro ( in prima mondiale poiché commissionato dal Festival) del compositore egiziano Amr Okba si basa sul romanzo Rhadopis of Nubia del Premio Nobel, Naguib Mahfouz ; è un poema sinfonico di stampo europeo (ricorda la ‘musica a programma’ di fine Ottocento-inizio Novecento sulla responsabilità e la lealtà di chi governa nei confronti dei suoi cittadini. Non solo tratta anche di come i sacerdoti possono fare uso improprio di religione e fede per puri fini di potere. Particolarmente struggente il finale dedicato alla morte del ‘Faraone saggio e pio)

Molto più prossimi alla contemporaneità occidentale il lavoro di Hossam Mahmoud Tarab 5 presentato anche esso in prima esecuzione mondiale. La Tarab è un canto sacro arabo  molto inteso; trasposto in musica  (occorre ricordare che la musica del Medio Oriente è principalmente vocale, mentre quella occidentale è vocale). Include un ‘a solo’ per violino basato su testo di San Giovanni della Croce.

Sorge spontaneo chiedersi se il dialogo tra musicisti non ne possa facilitare uno più ampio economico  e sociale.

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