MIDNIGHT JAZZ FESTIVAL/ BJG Roots Music, alla scoperta delle origini del rock

- La Redazione

A Milano, a Palazzo Mezzanotte in Piazza Affari, si è concludso giovedì 31 luglio il Midnight Jazz Festival con i i BJG Roots Music. Il commento di MARIA RAVANELLI

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Foto della serata al Midnight Jazz Festival

Siamo a Milano, a Palazzo Mezzanotte in Piazza Affari: al Midnight Jazz Festival, nella serata di chiusura dell’evento, giovedì 31 luglio 2014, hanno suonato i BJG Roots Music, una band-orchestra con sedici elementi, di cui dodici presenti alla serata, con lo scopo di presentare, raccontare e suonare le origini della musica Rock e Pop, esibendosi in pezzi Bluegrass, Jazz e Gospel (da qui, appunto l’acronimo BJG).

L’evento è previsto per le 21.30, alle 20 circa riesco ad incontrare l’organizzatore e la mente creatrice di questa reunion di musicisti professionisti, Alberto Contri, che è responsabile di Pubblicità Progresso dal 1999 e che mi racconta un po’ come è nata l’idea e l’amicizia che lega queste persone; che hanno origini, storie e vite diverse, ma che condividono tutti la stessa passione: tra Genova, Milano, un amore per il contrabbasso nato inspiegabilmente e l’incontro con la Bovisa New Orleans Jazz Band, tutt’oggi attivissima nel panorama Jazz di Milano, Contri ha imparato, da autodidatta, a suonare contrabbasso e chitarra. Oggi di strumenti ne ha ben 70, perché pian piano, con il tempo, è riuscito a collezionare alcuni dei più bei pezzi, a partire dagli anni 30’ del 900 fino ad oggi: la vera rivoluzione, spiega, che non gli ha fatto più lasciare il panorama musicale se non per necessità lavorative, è stato l’incontro con il grandissimo Louis Armstrong, ospite a “Quelli della Domenica”, trasmissione Rai in cui il gruppo di accompagnamento sono stati proprio i Bovisa New Orleans Jazz Band, e dove lo stesso Armstrong si è esibito con il brano “Grassa e bella”.

Le sue “bambine” è il termine con cui si riferisce, con una certa ammirazione e soddisfazione, al vero e proprio arsenale di strumenti che è riuscito a fare suo durante questi anni, spiegando che sul palco, oltre a strumenti eccezionali, saranno naturalmente presenti anche musicisti incredibili, tra i migliori in Italia e del mondo. Al piano e con una voce che, letteralmente, ci porta dentro la vitalità e l’emozione di Gospel del calibro di “Cry me a River”, una Torch Song che racchiude alla perfezione il tema centrale dell’infatuazione amorosa, c’è Silvia Manco che Contri chiama, per sottolineare anche il suo incredibile talento che svela ad ogni tasto del pianoforte sfiorato, “Silvia Peterson Manco”, riferendosi al pianista Oscar Peterson.

Come trombonista, invece, c’è Michael Spunick, americano che ha studiato musica a Boston e a Bloomington e che è in grado, grazie ai magici e azzeccatissimi arrangiamenti del maestro Enrico Cresci; autore, musicista e docente che sul palco dirige e tiene assieme tutti quanti mentre impugna una chitarra, di dialogare in modo frizzante e tutto nuovo con tutti gli strumenti e, in particolare, con le voci. Si parte con “Go tell it on the Mountains”, gospel, e si passa per l’italo-afro-americano di “On the sunny side on the street”, fino anche a pezzi più recenti come “New York State of Mind” di Billy Joel che i “puristi” del genere potrebbero disdegnare, come dice lo stesso Contri sul palco, ma che non può essere dimenticato, né ignorato in una serata che oltre all’intrattenimento – e che intrattenimento- fa anche una proposta educativa e di totale risveglio di un passato tutt’ora attualissimo. “Tutte cose che la gente non conosce” mi spiega Contri, che ha deciso di mettere in piedi questa grande famiglia per trasmettere l’enorme e prezioso bagaglio di tutti questi generi musicali che sono confluiti in quelli che sono più vicini a noi oggi: mi parla delle radici, addirittura seicentesche, del Boogie-Woogie ad opera di scaricatori di porto che, per dare ritmo ed aiutarsi con il lavoro, cantavano le cosiddette “Canzoni di Mare”, che si sono poi mescolate con tutte le nazionalità e le culture diverse che approdavano man mano in America con il Melting Pot, dagli afro-americani ai gospel religiosi, fino ad arrivare al Jazz in una totale mescolanza di questa musica.

Il termine “roots”, ripreso nel nome della band, dall’inglese significa “radici” e  durante tutta la serata non manca mai il riferimento storico, culturale, musicale e anche sociale in grado di ricondurre alle origini di questi pezzi che moltissimi altri artisti hanno riproposto in seguito, come i Rolling Stones hanno fatto con “Honky Tonky Woman”, pezzo degli anni 30’ del 1900. Educazione e intrattenimento mi ha promesso Alberto Contri prima della serata, e la promessa è stata mantenuta, con tanto di cappello.

Sul palco, oltre a quelli già citati, musicisti di un calibro fuori dal comune che, oltre a deliziare le orecchie, deliziano anche l’animo, grazie agli sguardi di intesa e di amicizia che si scambiano, consapevoli della grandezza di quello che stanno proponendo. Il pubblico, seduto e composto in principio, verso la fine della serata riempie tutta la sala danzando su pezzi come “Funny, but I still love you”, “This little life of mine” e “Blender Blues”, riuscendo a calarsi in pieno in un intrattenimento così ben studiato e appassionato, e anche a portare a casa spunti e conoscenze che consentono di introdursi in un modo di note, voci, vite e “radici” assolutamente indimenticabili.

(Maria Ravanelli)

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