TEATRO DELL’OPERA/ Roma rinasce grazie alle quindici repliche de Lo Schiaccianoci

- Giuseppe Pennisi

E’ trionfo per il teatro dell’Opera c he rinasce dopo la crisi e la liquidazione coatta: quindici repliche de Lo Schiaccianoci, 21mila spettatori. L’articolo di GIUSEPPE PENNISI

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Schiaccianoci, foto di Yasuko Kageyama

Finalmente una buona notizia da Roma. Il Teatro dell’Opera sembrava sull’orlo della liquidazione coatta e anche della vendita degli arredi. Apre, invece, l’anno in piena ripresa. Dopo il successo della Rusalla di Dvorak a basso costo con cui è stata inaugurata la stagione (ne ha parlato anche la stampa internazionale) è stato segnato un record storico di presenze con Lo Schiaccianoci  che ha chiuso il 4 gennaio le repliche, con un “tutto esaurito”: 21 mila spettatori hanno assistito – dal 18 dicembre – al balletto natalizio di Pëtr Il’ic Cajkovskij con la coreografia di Amedeo Amodio e le scene e i costumi di Lele Luzzati. 

E’ un dato che balza in testa alle classifiche del Teatro dell’Opera, che sino ad oggi vedeva in vetta la Traviata del 2009 con 17.200 presenze. Un record, questo dello “Schiaccianoci”, toccato con la proposta di 15 repliche, che è la dimostrazione concreta dei risultati dell’aumento della produttività voluto dal sovrintendente Carlo Fuortes: “È il dato concreto di un nuovo rapporto con il pubblico romano, con la città di Roma, che affolla, dopo il successo della ‘Rusalka’, il Teatro Costanzi. Ed è ancora il segno del ruolo che il Teatro dell’Opera può e deve svolgere nell’offerta culturale della città“. 

Per Schiaccianoci si può ben dire di spettatori di tutte le età. Accanto al pubblico del Lazio è stata molto alta anche la presenza dei turisti che nelle vacanze romane, da questa stagione, includono nella loro agenda, grazie a una rinnovata campagna di comunicazione, una serata al Teatro dell’Opera.

Il prossimo appuntamento è Werther di Jules Massenet in collaborazione con l’Opea di Francoforte. La prima è il 18 gennaio. “I dolori del giovane Werther” di Goethe è un romanzo epistolare imperniato esclusivamente sui sentimenti. La sua pubblicazione, alla fine del Settecento, provocò un vero e proprio uragano in Europa perché interpretava lo spirito del tempo meglio di quanto scritto sino ad allora. Innescò anche numerose imitazioni come “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo. 

Lo sviluppo drammatico è quasi esclusivamente nelle crescente solitudine ed “ennui de vivre” del protagonista giovane aristocratico 23enne della Westfalia, innamorato della ventenne Charlotte, promessa sposa al suo migliore amico Albert (25 anni) poiché ciò è stato richiesto alla giovane dalla madre morente. Sempre più solo, Werther giunge al gesto estremo: suicidarsi con le pistole dategli dallo stesso Albert, consapevole della situazione. Goethe sviluppò in modo magistrale la dissonanza crescente tra la prestanza fisica, l’amore per la natura e i momenti di gioia del protagonista, da un lato, e la sua sempre più straziante disperazione. Nel romanzo, Charlotte non ha un vero e proprio sviluppo drammatico-psicologico: ama Werther ma deve sposare un altro perché così dicono le consuetudini del tempo e la parola data alla madre.

Pochi ricordano che il romanzo attirò quasi da subito autori di teatro in musica: già nel 1792 andava in scena un’opera di Kreutzer. Furono molto i musicisti italiani che trassero opere dal lavoro: Vincenza Pucitta (Venezia, 1802), Niccolò Benvenuti (Pisa, 1811), Roberto Gentili (Roma 1862). Non mancarono gli spagnoli , Eduardo Ximenes (Velancia, 1879). E naturalmente i tedeschi. Pochi di questi lavori sono oggi ricordati. L’unico sempre sulle scene è quello di Massenet. Ci volle una cooperativa di librettisti (Eduard Blau, Paul Millier, Geroges Hartmann) per permettere a Jules Massenet di farne un “dramme lyrique”, inizialmente rifiutato dai teatri francese, ma di successo in tutto il mondo dopo il trionfo a Vienna nel 1892. Più importante del libretto, peraltro fedele alla vicenda, è la scrittura orchestrale e vocale di Massenet specialmente nelle due arie di Werther sul tema del nesso tra l’uomo e la natura: in ambedue i casi, la natura è qualcosa di oggettivo (e di oggettivamente bello ed attraente) in cui il giovane proietta la propria tormentata vita interiore. Werther  ha ancora grande successo in Italia. Nel 2007, ci furono ben tre differenti allestimenti. Uno a Roma (regia di Alberto Fassini ripresa da Joseph Francioni Lee), molto oleografico in cui si giustapponeva la solitudine di Werther (sino al passo estremo) a un ambiente bigotto descritto nei minimi particolari con scene grandiose e tradizionali. La direzione di Alain Lombard era lirica. Giuseppe Filianoti era un Werther fervido ed ardente. Accanto a lui Beatrice Uria Manzon , bella e passionale. Un secondo a Napoli, offriva un Werther stilizzato e sensuale, in cui i due protagonisti erano in scena già nella sinfonia. L’accento poggiava sugli stati d’animo.

A differenza di Filianoti (un bari-tenore dal repertorio già vastissimo), José Bros è specializzato nei ruoli “belcantistici”: il suo era un Werther struggente e dalla vocalità spericolata ma mai volgare. Non fu facile essere sexy per Sonia Ganassi, la cui Charlotte giocava interamente sull’abilità vocale. Un terzo allestimento, innovativo e inconsueto, ci fu a Savona e Rovigo e giunse a Parma nel 2010. Nel 2009, un “Werther” all’acquerello (con Filianoti nel ruolo del protagonista) si è visto al teatro Cilea di Reggio Calabria.

Nell’allestimento a Savona, Rovigo e Parma, il regista Marco Carniti (le scene sono di Alessandro Chi) trasferisce la vicenda dalla Weimar dell’inizio del XIX secolo a un’Europa vagamente nordica dell’inizio del XX. I bambini vestono alla marinara. Gli abiti delle signore riflettono la moda dell’epoca. Soprattutto si sente odore di Ibsen e di Strinberg o di quel Giacosa che, allora, era la versione nostrana dell’accostarsi del teatro alla psicoanalisi (si pensi a “Tristi Amori”). Sin dal corteo funebre che accompagna l’ouverture, si avverte una forte impronta psicoanalitica più che romantica: Charlotte acquista un ruolo centrale. 

La promessa alla madre morente (il cui carro funebre attraversa il palcoscenico durante l’ouverture e il cui scialle è sempre in scena) gradualmente sconvolge la sua mente e non solo quella di Werther. Lo dimostra il disordine crescente nella sua stanza. Nonché nello studio del protagonista che si spara tra cataste di libri. Sonia Ganassi, veterana del ruolo, dà bene questo taglio psicoanalitico al personaggio..Francesco Meli, dal canto suo, regge una parte molto ancorata al registro di centro, ma non priva di impervi acuti. Sfoggia un fraseggio elegante e un “legato” delicato e , soprattutto, affronta con disinvolture le “mezze-voci” richieste dalla partitura spesso subito dopo momenti “spinti” .

A Roma viene proposto l’allestimento di Willy Decker con le scene di Wolfgang Gussman, un Werther stilizzato e sensuale, in cui i due protagonisti erano in scena già nella sinfonia. La regia di Decker e le scene di Gussman non sono descrittive ma allusive. L’accento poggiava sugli stati d’animo. Francesco Meli è il protagonista, Veronica Simeoni (giovane mezzosoprano che ha già cantato il ruolo in Italia ed all’estero) Charlotte. Dirige Jesus Lopez Cobos.

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