JOHN GRANT/ “Grey Tickles, Black Pressure”: emigrare in Islanda e vivere felici

- Lorenzo Randazzo

L’Islanda gli ha salvato la vita, ma John Grant continua a essere uomo di inquietudine esistenziale. Il nuovo disco “Grey Tickles, Black Pressure” recensito da LORENZO RANDAZZO

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Foto di Michael Berman

Abbiamo lasciato John Grant al Mokka, un coffee shop di Reykjavik, in abito scuro, cravatta verde e indaffarato con le sue nuove sperimentazioni elettroniche. Lo ritroviamo oggi, a distanza di tre anni, ancora in Islanda con un fare più sicuro e molto più fashion (o solo molto kitsch): un papillon, un gilet verdolino e sempre alla prese con sintetizzatori e sonorità elettroniche. Almeno questo è quanto raccontano le immagini di copertina e le note degli ultimi suoi due album.

Dopo un lungo peregrinare prima negli Stati Uniti e poi in Europa tra Londra e Berlino, John Grant ha trasferito la sua dimora nella capitale islandese. Era fin dagli anni ottanta che Grant ci stava pensando e finalmente quattro anni fa si è presentata l’occasione giusta quando ha partecipato all’Iceland Airwaves Festival e si è fatto definitivamente conquistare dalla lingua, dalla gente e dalla bellezza dei paesaggi, tra cascate incantevoli e scenari lunari. In realtà per registrare il nuovo Grey Tickles, Black Pressure John Grant è tornato in America e ha trascorso quattro settimane negli Elmwood Recordings di Dallas con il produttore John Congleton (Franz Ferdinand, St Vincent).

Pare che in questi anni l’ex leader dei Czars oltre ad aver recuperato la fiducia in sé stesso  abbia trovato maggiore stabilità e serenità dopo un passato di auto distruzione fatto di alcol, cocaina e depressione.  Non male per uno che aveva il morale sotto le scarpe e che soli cinque anni fa in Queen of Denmark cantava con sarcasmo: “I wanted to change the world but I could not even change my underwear”. Il suo stato di ottimismo attuale si riflette nelle note di Grey Tickles, Black Pressure che, scritto ancora una volta da un punto di vista personale, ci consegna il suo disco più positivo.  Eppure anche Grey Tickles, Black Pressure trasmette un velo di tristezza e i momenti più buffi e divertenti lasciano una sensazione di amarezza e di insoddisfazione. 

Grey Tickles, Black Pressure è come se fosse uno “Split” in cui emergono le due anime di John Grant, quella in cui prevale una melodia e una armonia classica, che segue il filone Queen of Denmark, e quella più elettro pop e innovativa che ha avuto la sua massima espressione in Pale Green Ghosts. Sebbene nell’album le canzoni dei due stili siano rimescolate, ritengo che il meglio dell’album sia riconducibile alla prima dimensione, quella che fa di John Grant un ottimo cantautore targato anni settanta. Chi meglio di Grant, acuto osservatore delle vicende umane, può parlarci di Grey Tickles, Black Pressure avendo appena compiuto 48 anni? Infatti Grey Tickles è una espressione islandese che descrive la crisi di mezza età, mentre Black Pressure in turco significa incubo. Nella title track, tra i brani migliori dell’album, Grant fa riferimento al suo stato di positività all’HIV con cui ha imparato a convivere con serenità e che ha voluto rendere di dominio pubblico durante la sua esibizione al Meltdown festival di Londra nel 2012. 

E comunque Grant non è uno che intende piangersi troppo addosso per quello che gli è capitato e preferisce ricordare chi purtroppo sta peggio di lui: “There are children who have cancer and so all bets are off ‘cause I can’t compete with that”.  È in canzoni come questa o come nella ballata chitarristica Down Here o nella più orchestrale Global Warning in cui emerge la sua voce baritonale in tutta la sua pienezza, una delle più belle del nuovo millennio. Del resto John Grant è uno dei pochi che con il canto sa come far commuovere. Altri due brani piacevoli sono Magma Arrives, delicata ed emozionante e Geraldine, drammatica e nostalgica.

Passando invece allo stile Synth Pop si ascolta Snug Slacks, un funky simil parlato (ma che peccato sprecare quella voce!) e Guess How I Know il pezzo più arrabbiato ed esplosivo del disco che mi ricorda in qualche maniera i Black Keys. Ci sono poi i duetti, quello dance di Disappointing con “Everything but the girl” Tracey Thorn e quello di You and Him con “Miss Kickstarter” Amanda Palmer. Faccio fatica a definire la nuova musica elettronica di Grant all’avanguardia, ma certamente è apprezzabile il suo sforzo nello spingere la sua musica oltre e di osare con nuove sonorità. Chi ha conosciuto e amato Grant con il precedente Pale Green Ghosts, con Grey Tickles, Black Pressure può apprezzare la naturale evoluzione ed ulteriore sperimentazione. Chi come il sottoscritto invece è marchiato indelebilmente da Queen of Denmark, troverà anche in questo album dei validi motivi per non vedere disattese le proprie aspettative. 

L’album si apre e si chiude con l’inno all’amore di S.Paolo contenuto nella prima lettera ai Corinzi: “L’amore è paziente, è benigno l’amore; non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non avrà mai fine”.

John Grant ha ricevuto una educazione Battista e per quanto abbia avuto una rapporto conflittuale con la religione, gli insegnamenti ricevuti sull’amore sono da lui riconosciuti come veri e giusti sebbene nel tempo siano stati messi a dura prova per via della difficoltà di Grant a sentirsi amato. Vivere l’omosessualità e sentirsi “normale” in un clima familiare ostile e in un piccolo contesto di provincia non deve essere stato facile. Ora il quadro sociale è cambiato ed anche per lui è arrivata una relazione corrisposta e più matura che lo ha portato in apparenza ad una nuova tranquillità.

L’amore tanto bramato e sofferto che per l’uomo è il motore dell’agire e che per un cantante può essere una ricca fonte di ispirazione, è stato per John Grant un fattore determinante che ha contribuito alla sua maturazione artistica tanto da generare bellezza sotto forma di musica ed emozioni. Eppure questo amore per quanto desiderato, atteso e infine raggiunto non è riuscito ad eliminare la tristezza e a cancellare la drammaticità dell’esistenza. 

L’uomo non deve mai smettere di domandare e mi auguro che John Grant, come poeta dell’amore e cronista dell’animo umano, non si  accontenti mai e vada a fondo alle ragioni del cuore per continuare a mantenere vivo il desiderio: “Più desideriamo un bene assente, tanto maggiore è l’inquietudine che ne cagiona questo desiderio”. E allora John Grant continuerà a regalarci dischi straordinari.

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