OPERA/ Beethoven e i contemporanei

- Giuseppe Pennisi

Fino al 3 novembre l’Accademia di Santa Cecilia di Roma propone un ciclo di opere dedicate a Beethoven con la direzione di Antonio Pappano. Ne parla GIUSEPPE PENNISI

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Antonio Pappano

La stagione sinfonica 2015-2016 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è iniziata con un ciclo di cinque concerti (due dei quali presentati anche a La Scala di Milano ed al Regio di Parma). Il ciclo  cominciato il 3 ottobre durerà fino al 3 novembre ed è intitolato  il titolo Beethoven ed I Contemporanei. E’ un titolo volutamente ambiguo: comporta l’integrale  delle nove sinfonie di Beethoven affiancate ad opere di contemporanei sia dei nostri giorni (Francesconi, Sollima, Nieder) sia dell’epoca di Beethoven  ma italiani e molto differenti da lui (i “compositori imperiali” Spontini e Cherubini).

La proposta  coniuga le aspirazioni degli abbonati (che avevano espresso critiche nei confronti del programma 2014-2015, da molti giudicato troppo «novecentesco») con l’esecuzione di opere prime (sovente commissionate dalla stessa Accademia di Santa Cecilia) di compositori italiani viventi – i cui lavori vengono suonati più spesso nel resto del mondo che in Italia – o di compositori, anch’essi italiani, che hanno prodotto molto all’estero (Francia, Prussia) e le cui opere sono in repertorio di teatri stranieri ma che da noi sono raramente eseguite. 

Occorre dire che pastiche di questa natura non sono insoliti a Antonio Pappano, direttore musicale e dell’Accademia e dei cinque concerti: la scorsa stagione ha presentato Il prigioniero di Dallapiccola, inserito (senza intervalli o altra soluzione di continuità) in due brani del Fidelio di Beethoven. Erano frequenti in epoca barocca e sono ancora spesso nei programmi musicali della Gran Bretagna (dove Pappano è nato e cresciuto) e degli Stati Uniti (anche alla tradizionalista Metropolitan Opera House).

I primi due concerti sono stati un successo. Il 3 ottobre, nonostante fosse un sabato e quindi il concerto si svolgesse nel tardo pomeriggio, i circa tremila posti della Sala Santa Cecilia erano gremiti e c’erano anche spettatori in piedi. Il lavoro di Luca Francesconi , su testi di Mandela, Bread Water and Salt, è stato applaudissimo e la nona sinfonia di Beethoven ha avuto un accoglienza trionfale. Avendolo recensito altrove, mi soffermo sul secondo ascoltato il 10 ottobre, eseguito alla Scala l’11 ottobre, e replicato a Roma il 12 e 13 ottobre.

Il programma includeva la ouverture di Olympie di Gaspare Spontini e due tra la sinfonie più note di Beethoven, la seconda e la quinta. Appropriatamente, il programma di sala ricorda che Gaspare Spontini nei dieci anni passati a Roma dopo un lunghisimo soggiorno prima a Parigi e poi a Berlino (e prima di ritirarsi nella natia Maiolati), il compositore ebbe un ruolo cruciale nello sviluppo e nell’internazionalizzazione dell’Accademia, di cui era stato eletto ‘membro onorario’. Purtroppo, le opere più importanti di Spontini vengono rappresentate raramente in Italia dato il dispiego di forze (grandi voci, doppio coro, corpo di ballo) in quanto destinate a teatri ‘imperiali’. 

Ricordo una magnifica Agnese di Hohenstaufen al Teatro dell’Opera di Roma nel 1986. Da allora, salva un’apparizione alla Scala (La Vestale , diretta da Riccardo Muti nel 1993) ed il coraggio del Festival Pergolesi-Spontini di Jesi (dove sono stati messe in scena i tre lavori più semplici, e meno costosi, del compositore) è raro vedere nei cartelloni un autore venerato e considerato come il loro modello da Berlioz e Wagner, tra gli altri. La ouverture di Olympie (una tragedie lyrique ambientata ai tempi di Alessandro Magno come potevano percepiti a Parigi ad inizio Ottocento) abbiamo essenzialmente una breve sinfonia di dieci minuti in tre tempi: allegro marcato, andantino religioso e allegro molto agitato. Non mancano punti di contatto con la quasi contemporanea con la terza sinfonia in mi bemolle di Beethoven (L’Eroica)– Pappano dà sfoggio della sua innata teatralità; sarebbe auspicale ascoltare l’opera completa (semmai in forma di concerto) da lui diretta.

La seconda sinfonia in re maggiore e, ancor più, la quinta sinfonia in do minore di Beethoven sono notissime anche in quanto loro brani sono spesso utilizzati in colonne sonore di film. In breve, della seconda sinfonia (pur composta in uno dei momenti più drammatici della vita di Beethoven – sordità acuta e delusioni sentimentali – Pappano e l’orchestra enfatizzano l’energia e la serenità. Nella quinta sinfonia, gli accordi iniziali sul ‘destino che bussa sempre alla porta’ sono l’annuncio del termine dell’avventura terrena, e l’allegro , che in varie modalità permea tutta la sinfonia acquista tinte drammatiche , ove non tragiche.

Applausi davvero sentiti.

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