MASSIMO RANIERI/ “Malìa”: la Napoli degli anni 50 sotto la luce del jazz

- Walter Muto

Massimo Ranieri, uno dei massimi interpreti della canzone napoletana, incide un disco di classici partenopei ma arrangiati in chiave jazz con Mauro Pagani. La recensione di WALTER MUTO

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(InfoPhoto)

Pochi giorni fa si parlava proprio da queste colonne di due ‘grandi vecchi’ della canzone italiana sul palcoscenico insieme per un grande concerto, Gianni Morandi e Claudio Baglioni. E coetaneo di Baglioni (e quindi un po’ più giovane di Morandi) è Massimo Ranieri, che in questi giorni fa uscire il suo nuovo lavoro Malìa – Napoli 1950-1960 (Sony Music). L’artista è conosciuto, canta fin da bambino e incide il suo primo disco quando di anni ne ha 15, e da allora è una sequenza ininterrotta di successi discografici, televisione, cinema, teatro, recital, fino alla presenza per più di cinquecento repliche (e più di un milione di spettatori) nello spettacolo teatrale Canto perché non so nuotare.  

Anche la collaborazione con Mauro Pagani è di lunga data: il primo episodio insieme fu Oggi e dimane, datato 2001, in cui l’artista riprendeva tutta una serie di classici partenopei, anche antichissimi, rivisitati negli arrangiamenti intriganti e delicati dell’ex PFM e collaboratore di De André. Un lavoro molto prezioso, che ha portato i due a collaborare in molte altre collaborazioni in questi 14 anni.  

Mauro Pagani è presente come produttore anche in quest’ultimo cd, che però come compagni di avventura musicale presenta cinque fra i migliori jazzisti italiani, tutti da nominare ad onor di cronaca (e di prestazione eccellente): il trombettista Enrico Rava e il sassofonista Stefano Di Battista appoggiano i loro interventi sul pianoforte di Rita Marcotulli e sulla sezione ritmica, costituita da Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria. 

Compagine di tutto rispetto per dare ai brani scelti una ri-collocazione armonica e di arrangiamento che li porti nel ricco mondo del jazz. Non è la prima volta che accade, peraltro con esiti alterni, che la canzone melodica venga fatta migrare in un registro diverso, forse più alto. Un esempio fra tutti: Sconcerto di Mina, del 2001, album-omaggio a Domenico Modugno. 

Se scorriamo i titoli, si va da Accarezzame, pezzo del grande e troppo in fretta dimenticato Pino Calvi a Nun è peccato, grande successo di Peppino di Capri. Non poteva certo mancare Tu vuo’ fa’ l’americano; d’altronde Carosone era già essenzialmente jazz, e qui il pezzo si colora di funky con una spruzzata di swing. 

Doce doce fu uno dei cavalli di battaglia di Fred Bongusto, resa qui in un’atmosfera sognante e notturna, che vagamente ricorda la gershwiniana Summertime, se mi si passa il paragone. Na voce ‘na chitarra e ‘o ‘ppoco e luna diventa un singolare blues waltz, Ue ue che femmena (sempre di Vincenzo Scalise) offre swing, acrobatici assoli di fiati e improvvise fermate. 

Se fosse un vinile, comincerebbe qui il lato B, un crescendo di brani famosissimi e bellissimi, ambientati fra pareti sonore multicolori e ben orchestrate. Malatia, evocativa e sognante, Luna caprese, con i suoi ricami che virano leggermente verso Oriente e portano agli arabismi palesi di ‘O sarracino, già presenti nella stesura melodica del pezzo e qui giustamente accentuati. 

Anema e core si presenta da sola, e questa versione è molto riuscita; Te voglio bene tanto tanto è un piccolo capolavoro a firma di Renato Rascel, più noto come caratterista che come autore di canzoni, ma non per questo meno degno. Su una strofa slow ed un ritornello vagamente beguine, la musica di Gorni Kramer disegna una delicata storia d’amore. E proprio da qui viene il termine Malìa, che si è deciso di usare per il titolo. Chiude alla grande Resta cu’mme, tributo a Domenico Modugno e pezzo finale del lavoro. 

In definitiva Massimo Ranieri ci si presenta come sempre ha fatto: un interprete di carattere, una bella voce che in teoria niente avrebbe a che fare con il mondo del jazz, ma che da artista di razza quale è, si appoggia su questo nuovo contesto con maestria, senza voler strafare (e peraltro senza voler improvvisare a tutti i costi – e lasciando questa pratica agli abili solisti) e rivisitando in maniera interessante i classici scelti. 

Se proprio vogliamo trovare un difetto, le esecuzioni in genere sono un filino troppo educate, e la voce tenuta un pochino troppo ‘fuori’, come si dice, cioè alta rispetto all’accompagnamento musicale. Ma le esecuzioni sono pulite, gli interventi dei solisti misurati e non invadenti, ed il disco si fa ascoltare davvero volentieri, delicato drink sorseggiato a Mergellina o a Sorrento una sera d’estate.  

Forse non è l’album che rivoluzionerà la canzone partenopea, ma riascoltare queste bellissime melodie in nuove vesti può essere paragonato al vedere un paesaggio conosciuto con una luce diversa. E magari scoprire – o riscoprire – canzoni che non si erano apprezzate altrimenti.

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