THE TALLEST MAN ON EARTH/ Il concerto: il folk revival che piace ai giovani

- Luca Franceschini

Tutto esaurito all’Alcatraz per il concerto italiano di The Tallest Man on Earth, folksinger svedese passato adesso a farsi accompagnare da una band. La recensione di LUCA FRANCESCHINI

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Tallest Man on Earth

E’ tornato in Italia The Tallest Man On Earth, a poco meno di due anni dalla serata sold out al Magnolia di Milano. Allora non c’era un disco da promuovere e lo show era stato un piacevole greatest hits all’interno del suo ancora non vasto repertorio. Adesso è uscito “Dark Bird Is Home”, quarta prova in studio per il giovane cantautore svedese e l’occasione è buona per presentarsi in una veste inedita.

Lo aveva già annunciato mesi fa, infatti, che sarebbe venuto con una band: decisione alquanto spiazzante, soprattutto per quelli che hanno imparato ad amarlo nella sua incarnazione originaria: quella di un folksinger rigorosamente chitarra e voce, vicino a Bob Dylan nelle intenzioni ma più orientato ad una dimensione easy listening. 

Ben venga il cambiamento, dunque. Anche perché, giusto dirlo, è in linea con le sonorità del suo ultimo disco che per la prima volta introducono arrangiamenti un po’ più ricchi che in passato. 

La prima sorpresa, comunque, entrando in un’Alcatraz ancora semivuoto, è l’apprendere del sold out ottenuto da questa data. Che è già di per sé sorprendente, se si pensa che il locale (sempre comunque nella versione a minor capienza del palco laterale) è più o meno grosso il doppio del Magnolia. 

Poi succede che arrivano tutti e scopri che è pieno di ragazzini e che tu sei probabilmente tra i più vecchi in sala. Era stato così anche due anni fa, ma un po’ di meno. Soprattutto, questa volta tutti cantano i pezzi più famosi (e non solo) all’unisono, per cui davvero ti viene da chiedere da dove sia venuta fuori tutta questa gente e soprattutto, quando abbia imparato tutti questi pezzi. 

Evidentemente è accaduto quello che non ti aspettavi e questo benedetto “folk revival” (ma sarà poi giusto chiamarlo così?) è diventato l’unico genere musicale che ancora ha una qualche attrattiva generica sui giovani, che quindi in teoria non si limitano ad affollare esclusivamente i concerti dei grandi nomi. 

Ma al di là di questo (che potrebbe anche non interessare), è giusto parlare del concerto. Che si apre con lo show breve ma intenso del chitarrista Phil Cook, proveniente dal North Carolina, un passato in varie formazioni, arrivato da pochissimo all’esordio solista con “Southland Mission”. Mezz’ora scarsa, la sua, durante la quale esegue le sue canzoni da solo, accompagnandosi alla chitarra elettrica e utilizzando solo ogni tanto qualche giro campionato e mandato in loop. Suona prevalentemente le composizioni del disco, che hanno un’impronta molto blues con un buon lavoro strumentale dietro. Gradevole ma niente di più, non mi è venuta molta voglia di approfondire. 

Kristian Matsson si presenta sul palco da solo, acustica alla mano, per un’intensa versione di “Moonshiner”, che fa quasi trattenere il respiro ai presenti, in attesa di quel che accadrà. 

La band arriva subito dopo: sono in quattro, un chitarrista che è anche violinista, un bassista che si alterna al sassofono, un batterista e una pedal steel. 

Si passa così da brani con arrangiamento più arioso eseguiti in formazione violino/sassofono ad altri con basso/batteria, che sono quelli che spingono maggiormente. 

Da questo punto di vista, la scelta si è rivelata vincente: le canzoni di Tallest Man hanno sempre avuto una forte carica rock e a livello ritmico ce n’erano già parecchie sui dischi precedenti, che avevo sempre visto molto bene in versione full band. 

Da questo punto di vista, “The Wild Hunt” è un vero spettacolo, ma soprattutto sono i brani di “Dark Bird Is Home” ad uscire meglio: avevo già scritto di questo disco, dicendo che non mi aveva convinto più di tanto, che lo consideravo un po’ stanco e prevedibile. 

Bene, il confronto coi vecchi pezzi risulta ancora perdente e la situazione live è proprio quella che te ne fa accorgere di più. Però è indubbio che in questa nuova veste le varie “Fields of Our Home”, “Darkness of The Dream”, “Slow Dance” e “Singers” risultano davvero potenti e coinvolgenti. 

Su tutte spicca poi la title track, suonata in conclusione di set: ho visto Kristian farsi improvvisamente serio, negli istanti precedenti, zittire il boato del pubblico dopo il primo arpeggio con un perentorio: “Questa parla di divorzio, non mi sembra il caso che applaudiate!”. In effetti quest’anno ha visto la separazione del cantante dalla moglie Amanda Bergman (anch’essa musicista, in passato i due hanno anche collaborato insieme), oltre che la morte di un parente stretto. Da qui il titolo, anche se mesi fa, quando ascoltai il disco per scriverci sopra, non avevo realizzato. In effetti adesso questo brano assume tutta un’altra veste e quel “This Is Not The End, This Is Fine”, ripetuto nel ritornello, riesce davvero a mettere i brividi. 

Per il resto, il nostro si conferma bravissimo nel tenere il palco, passeggia come sempre su e giù con la sua chitarra, che sembra proprio un’estensione del suo corpo (divertente quando, durante “Where My Bluebirds Fly”, gli si rompe la tracolla ma lui quasi non si interrompe). Musicalmente fa cose veramente pregevoli, suonando e cantando con grande naturalezza, soprattutto con la chitarra elettrica, mentre l’acustica viene usata spesso e volentieri in modalità “Folk”. 

Non manca ovviamente una porzione di show in cui si presenta da solo, a beneficio di quelli che, comprensibilmente, ancora lo vogliono vedere in questa veste. La sezione centrale in cui esegue “Love Is All”, “The Gardener” (a giudicare dalla reazione dei presenti, è il suo pezzo più amato) e “A Thousand Ways” è assolutamente gradevole anche perché, rispetto alla precedente data italiana, la resa sonora è senza dubbio migliore. 

Verso la fine congederà nuovamente la band per una splendida “Criminals” mentre in compagnia del solo chitarrista si siederà al piano elettrico per “Little Nowhere Town”. 

Nei bis ci sorprende tutti suonando full band una versione blueseggiante e particolarmente acida di “The Dreamer” che mi ha davvero entusiasmato e che per quanto mi riguarda ha rappresentato la cosa più bella in assoluto della serata. 

Ecco, probabilmente questa è una strada che Kristian dovrà cercare di seguire di più in futuro per evitare di ripetersi e di annacquare una formula che, arrivato al quarto disco, sta cominciando a dare qualche segno di cedimento. 

Concerto bellissimo, soprattutto perché ha saputo completamente ribaltare le mie aspettative che, in tutta sincerità, non erano proprio altissime… 

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