Analisi / Testo canzone di Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi “Platinette” ‘Io sono una finestra’, Festival di Sanremo 2015

- Emanuele Rauco

Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi, l’analisi del testo di “Io sono una finestra“, la loro canzone per questo Festival di Sanremo 2015. EMANUELE RAUCO commenta e analizza il testo del brano.

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Carlo Conti

La coppia alternativa e improbabile del Festival di Sanremo 2015 porta forse la canzone più intima e sofferta del concorso. Non è un paradosso, anzi sembra una mossa finemente calcolata e comprensibile. Come quando Giorgio Faletti portò “Minchia Signor Tenente” arrivando secondo, o Federico Salvatore cantò “Sulla porta” (13^ posizione). E sul solco di quest’ultimo brano pare mettersi “Io sono una finestra”, canzone scritta da Di Michele con il fido Petrangeli e però dedicata a Coruzzi, meglio conosciuta dagli amanti di radio e tv come Platinette. Il testo infatti racconta della condizione di essere una donna in un corpo di uomo, che ha ispirato artisti straordinari come Antony Hegarthy, leader di Antony and the Johnsons, e che qui trova Coruzzi come interprete principale, dalla voce baritonale e sofferta su tappeto jazzato. Lo stile lirico è quello che si riconosce a Di Michele, che nel brano appare come voce d’accompagnamento per creare armonie con Coruzzi, alla 4^ apparizione a Sanremo (arrivò 3^ nel ’93 con Gli amori diversi, assieme a Rossana Casale), tipicamente cantautorale nell’uso delle rime, del ritmo delle parole, della scelta di versi lunghi che filtrino nelle note. Il tema è evidente fin da subito: la metafora della finestra come oggetto attraverso cui vedere ma in cui ci si specchia, “Io sono una finestra velata di vapore/ In questa notte gelida deserta ed incolore/ Rispecchia la finestra la carne e le emozioni / Di me che sono specchio delle contraddizioni”. Coruzzi/Platinette si espone come in una vetrina, con il rischio che chi la guarda non la capisca o non la voglia capire: “Difficile vedere se il vapore non svanisce / L’appiccicoso errore di chi non capisce / Eppure si riflette un’ombra che è la mia / Un’ombra di rossetto contro l’ipocrisia”. Coruzzi vive o ha vissuto davvero in prima persona le sensazioni che racconta, al contrario di Salvatore e Anna Tatangelo con “Il mio amico” che hanno raccontato la diversità con toni patetici e paternalisti (per non dire della velata intolleranza di “Luca era gay” di Povia), e quindi può raccontare i suoi dissidi con sincerità, consapevolezza e un filo di orgoglio personale: “Io non so mai chi sono eppure sono io / Anche se oltre il vetro per me non c’è mai un Dio / Ma questo qui è il mio corpo benché cangiante e strano / Di donna dentro un uomo eppure essere umano”. “Io sono una finestra” non vuole essere una rivendicazione sociale, seppure non mancano frecciate contro l’ipocrisia, le incomprensioni e le mistificazioni della società dell’immagine e dello spettacolo di cui Coruzzi e Di Michele sono parte attiva, venendo da Amici di Maria De Filippi (“Io non so mai chi sono io sono per la gente / Coscienza iconoclasta volgare e irriverente / Ma questo è solo un corpo il riflesso grossolano”), ma una lettera aperta a chi la guarda, un tentativo di definirsi attraverso le parole di una donna che riconosce un’altra donna, che si guardano come in uno specchio. O meglio, come in una finestra, in cui vedere l’altro significa comunque scorgere il riflesso di se stessi. Si parla di Io sono una finestra come possibile candidato al premio della critica, di sicuro è uno dei testi meno omologati dell’intera kermesse.



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