LA BESTIA CARENNE/ L’intervista: “Catacatassc” e altre storie (del Sud)

- Luca Franceschini

Mitologie, storie, racconti dal Sud resi possibili grazie al crowdfunding: il gruppo napoletano La Bestia Carenne si racconta in questa intervista di LUCA FRANCESCHINI

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I componenti de La Bestia Carenne

La Bestia Carenne, sorta di bizzarra creatura a metà tra il mitologico e il surreale, rappresenta un po’ l’incarnazione di questi cinque ragazzi campani che, dopo una gavetta di qualche anno e una raccolta fondi su MusicRaiser, sono riusciti finalmente a realizzare il passo importante del disco di debutto. “Catacatassc” (neologismo bizzarramente evocativo, sempre che di neologismo si tratti), è uscito alla fine dello scorso anno ed è un lavoro decisamente interessante, dove la canzone popolare e il folk si sposano con la migliore tradizione del nostro cantautorato: dalle cose più “classiche” e lineari di De Gregori, alla vivacità di Vinicio Capossela, all’eclettismo del primissimo Lucio Dalla, senza dimenticare certe melodie jazzate tipiche di Paolo Conte. Un viaggio originale e piacevolissimo dunque, che inserisce La Bestia all’interno di quelle band che un ascolto lo meritano di sicuro. Li abbiamo intervistati per saperne di più e abbiamo scoperto che sono pure parecchio simpatici… 

Innanzitutto complimenti per il disco. L’ho trovato bellissimo anche se, confesso, non sono proprio un amante del genere…  Direi di partire col raccontare qualcosa di voi: quali sono le cose più importanti che una persona che non vi conosce dovrebbe sapere? 

Una cosa su tutte. A stomaco vuoto siamo litigiosi e iracondi. Dopo i concerti ci viene sempre tanta fame. Dopo i concerti siamo sempre litigiosi e iracondi a meno che non ci fai mangiare.

Quello che colpisce del vostro disco è che ci sono le canzoni. Ogni singolo pezzo vive di vita propria ed ha una personalità ben definita…

Siamo felici di questa considerazione. Per quanto ci riguarda, dall’interno è difficile apprezzare le proprie qualità e forse ancora più complicato accettarsi maturi. Questo forse possiamo dirlo: in ogni canzone, sì, c’è una verità. Forse una verità brutta o espressa male ma pur sempre viva… o sopravvissuta almeno.

Parlando delle vostre influenze, ci ho visto le prime cose di Vinicio Capossela ma anche il De Gregori più influenzato dal folk mediterraneo. Inoltre, c’è qualcosa del primissimo Lucio Dalla, quello di “Anidride Solforosa”. Siete d’accordo? Quali sono gli artisti o i dischi che sentite più vostri? Quelli per cui, giusto per capirci, avete detto: “anch’io voglio fare questa cosa!”? 

Certo, siamo d’accordo. Sono tantissimi gli autori che ci hanno influenzato e sarebbe impossibile non tener conto del cantautorato classico. Ovviamente ognuno di noi proviene da esperienze diverse e diversi sono stati gli ascolti prima che ci incontrassimo. Non vorrei dilungarmi inutilmente con una sterile lista di nomi. Sappiate però che, almeno per quanto mi riguarda, quasi ad ogni canzone che ascolto mi viene da pensare “ma quanto mi piacerebbe poter scrivere anche io una cosa così”.

Parliamo di folk. Normalmente in Italia questa parola viene associata al mondo anglosassone, più celtico in particolare. Sembra che dalle nostre parti, forse anche grazie al successo tempo fa di un gruppo come i Modena City Ramblers, o per la nostra famosa esterofilia, siano quelle le sonorità che vanno per la maggiore. Cosa ne pensate di tutto questo? Cosa vuol dire per voi scrivere e suonare musica definita “folk”? 

In questo preciso momento della nostra esperienza musicale il nostro lavoro si è fattivamente cristallizzato nel folk. Tutto qui. E’ un linguaggio semplice con cadenze all’orecchio familiari. Sarà per l’impronta citaristica con cui è nato il progetto o per le forti influenze di un certo cantautorato italiano vecchio stile. In ogni caso il folk è stato un medium perfetto per l’incontro. E forse si in Catacatassc’ è più apprezzabile una matrice da folkman e songwriter rispetto a sonorità celtiche.

 

Avete registrato grazie a MusicRaiser. Cosa ne pensate di questo fenomeno che sembra essere molto in crescita ultimamente? 

E’ un fenomeno in linea coi tempi e Musicraiser è un vero e proprio catalizzatore di energie. Con le giuste prospettive e la corretta gestione degli spazi e delle opportunità, il crowdfunding può essere un grande strumento di produzione artistica. Così è stato per noi. Oltre ogni retorica, in Italia la musica e l’arte sono considerati settori improduttivi per guadagni e possibilità di lavoro. Lo stato è escluso dalle grandi produzioni e non vuole saperne nulla di quelle indipendenti. I vecchi media stanno alla musica come le suore all’educazione primaria. Il crowdfunding è lancio più azzeccato nell’era della bedroom music.

 

L’Italia, la musica dal vivo e l’invasione delle cover band: a voi la parola!

Non condividiamo l’odio generalizzato contro le cover band. Da qualcosa bisogna pur partire e lo studio presuppone anche l’emulazione, sopratutto agli inizi. Poi ci sono tanti ottimi musicisti che si danno da fare, professionalmente, sotto questo punto di vista.  La musica indipendente è di moda, non c’è di che lamentarsi. Ci sono un infinità di locali in cui poter suonare e non saranno certo le cover band a saturare “il mercato”.

 

Voi venite dal sud e, notoriamente, la geografia musicale della nostra penisola va in tutt’altra direzione. Sarà una domanda banale ma… Cosa significa essere del sud e voler fare i musicisti? Inoltre: dal vostro punto di vista, qual è il problema, in una certa zona d’Italia? Ti faccio un esempio: noto che, ogni volta che un artista internazionale decide di fare più date nel nostro paese, la quantità di biglietti venduti è direttamente proporzionale rispetto a quanto a nord si suona… Forse che a Milano e dintorni la gente è più interessata? 

Abbiamo una forte etica del lavoro. A Napoli il lavoro è fatica e nel nome della nostra indipendenza (e solo di quella) ci spezziamo ben volentieri la schiena. Perché fare realmente il musicista senza compromessi, oggi, non ha nulla a che vedere con i caffè, le birre in piazza, l’oppio e le arie da bohémien. Questo vuol dire essere musicisti del sud. Ma credo sia così in tutta Italia. E’ difficile affrontare su due piedi un discorso in merito all’interesse medio della popolazione nei confronti delle nuove proposte artistiche. Forse a Milano si è più abituati a pagare per un concerto? Non so. Non saprei nemmeno a che numeri far riferimento. Ci sarebbero troppe cose di cui tener conto. E’ un trend che in ogni caso non ci sentiamo di confermare, e non per fare i meridionalisti o cazzate simili. A Foggia e a Reggio Calabria abbiamo avuto due dei nostri concerti più belli, senza contare Napoli dove siamo di casa.

 

Parliamo dei vostri testi, che ho trovato molto suggestivi. Da che cosa prendete ispirazione? Mi incuriosiscono in particolare “Una macchina trasversale” e “Billy il mezzo marinaio”. Mi raccontate qualcosa? 

In effetti c’è sempre una suggestione alla base di ogni canzone. “Billy il mezzo marinaio” è un naufragio, una nave alla deriva, è una ciurma di alcolizzati. “Sperando che il vento ne sappia di più di lui che dovrà imparare a fumare la pipa al timone di carta che anela al naufragio!”. Ecco, qui c’è scritto più di quanto altrimenti io possa dirti.

 

Avete girato anche un bel video per “Una macchina trasversale”. Che valore ha un video nel mondo musicale di oggi? 

In termini concreti, non ha valore fino a che non diventa virale. Ma dato che noi non viviamo in funzione dei “termini concreti” ti possiamo parlare di quanto sia stato entusiasmate e divertente girare questo video. Per cinque giorni siamo stati dei veri cowboy: cinturoni, pistole, stivali, cappelli e camice sporche. Il guado, l’accampamento, il fuoco e la grotta. Se a 8 anni mi avessero anticipato questa parte della mia vita avrei bruciato tutte le tappe. 

 

Ultima domanda: io sinceramente sono piuttosto scoraggiato da come vanno le cose nel mondo, dal punto di vista musicale. Esce troppa roba, c’è anche tantissima qualità ma vedo che, normalmente, alle giovani generazioni frega poco, non si ascolta più… Datemi un motivo per sperare!  

Si dice che Nick Drake avesse grossi problemi col pubblico. Abbandonò dopo poche date la sua prima tournée. La gente dei pub era distratta, a nessuno importava delle sue canzoni sussurrate. Tra un brano e l’altro poi perdeva tempo per cambiare accordatura. Erano tutti presi dalla birra più che dal concerto. Dico, Nick Drake.

 

 

Beh, si potrebbe obiettare che non è che abbia fatto poi una fine bellissima e che forse proprio quella sua dipartita così drammatica sia stata decisiva nel farlo affermare finalmente come uno dei più grandi autori di canzoni della storia del rock. 

Ma a parte questo, forse hanno ragione, forse un motivo per cui sperare ce l’abbiamo davvero… 

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