ELLIOTT MURPHY/ “Aquashow Deconstructed”: intervista all’ultima delle rock star

- int. Elliott Murphy

ELLIOTT MURPHY, un tempo etichettato come il nuovo Bob Dylan, ha deciso di reincidere il primo disco della sua carriera, “Aquashow”. Lo abbiamo intervistato, ecco cosa ci ha detto

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La copertina del disco

Quarant’anni fa circa un ragazzo di Long Island esordiva nel bel mondo del rock’n’roll. Erano anni quelli, i primi settanta, dove la mancanza di un disco significativo da parte di Bob Dylan, la cui ombra continuava a proiettarsi su tutta la musica rock nonostante fossero emerse dozzine di nuove talentuose star, si faceva sentire in modo lancinante. Di fatto Bob Dylan era dai tempi di “Blonde on Blonde”, 1966, che non faceva un disco degno del suo nome, a parte “John Wesley Harding”, e anche quello era uscito nei primi giorni del gennaio 1968. Troppo.

Quando questo ragazzo di Rockville, dai lunghi capelli biondi e il viso angelico pubblicò il suo esordio (era il 1973) intitolato “Aquashow” ci furono lodi sperticate da parte della stampa che contava: eccolo, abbiamo trovato il nuovo Dylan che tanto ci mancava. L’allora famoso critico di Rolling Stone, Paul Nelson, recensendo questo disco, lo etichettava come “the Best Dylan since 1968”. Quell’etichetta fu una maledizione, più che una benedizione. 

In realtà Elliott Murphy, questo il nome di quel ragazzo, aveva una cifra artistica tutta sua, che ancora oggi si fa fatica a identificare. La presenza in quel disco di un brano intitolato Like a Great Gatsby (che nell’edizione americana, per evitare problemi di copyright fu intitolata Like a Crystal Microphone) avrebbe dovuto fornire qualche indizio. Elliott Murphy infatti era – ed è – uno dei più letterati autori rock di sempre, che riusciva nell’ambiziosa operazione di far suonare F. S. Fitzgerald come una rock star. 

Quarant’anni dopo, quel ragazzo oggi 65enne, ha deciso di riprendere in mano quel disco per “decostruirlo”. Lo ha infatti reinciso dandogli sfumature e profondità inedite, in una operazione che non è per nulla nostalgica, ma ricca di emozione e significati come lo era quarant’anni fa. Il risultato, “Aquashow Deconstructed” pubblicato dalla coraggiosa etichetta italiana Route 61 e che sarà in vendita il prossimo 9 marzo, è straordinariamente affascinante. Abbiamo parlato con Elliott Murphy per indagare quel mistero ancora aperto di quarant’anni fa e il suo significato attuale.

Il tuo disco “Aquashow” venne pubblicato in un anno particolare, il 1973, che per molti segna anche la fine dell’epoca d’oro della musica rock. Critici musicali come Lester Bangs dicevano infatti già allora che questa musica era stata uccisa dall’industria, che aveva perso la sua innocenza. 

Quel disco segnò l’inizio di una vita che avevo cominciato a sognare circa un paio di anni prima, quando per la prima volta visitai l’Europa, suonavo per le strade  e scrivevo canzoni in alberghi da pochi soldi in Campo dei Fiori a Roma. Se avevo davvero un obbiettivo in quei giorni, era di andare a lavorare per i Rolling Stones che allora vivevano nel sud della Francia. Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin erano tutti morti e quando cantavo nel ritornello del brano Last of the Rock Stars “rock’n’roll is here to stay but who will be left to play?” non volevo essere ironico, ma piuttosto avevo paura che tutto quel mondo potesse finire prima che io riuscissi a farne parte.

In quel disco canti del Grande Gatsby, di Marilyn Monroe, anche loro due star di mondi differenti che stavano finendo anch’essi. C’è un forte senso di perdita e di inquietudine in questo disco.

“Aquashow” simbolizza la fine dell’era d’oro del rock nello stesso modo in cui The Great Gasby segna la fine dei ruggenti anni 20 e la morte di Marilyn Monroe svela il lato oscuro e nascosto del glamour hollywoodiano. 

 

La morte della musica rock è stata annunciata infinite volte. E’ mai morta davvero?

 

Pochi anni dopo, nel 1977, la musica rock ricevette tre colpi fatali. La triste morte di Elvis, la nascita della monotona disco music e l’anarchia del punk. Ma allora, nel 1973, scrittori di talento come Lester Bangs, Robert Christgau, Dave Marsh e Paul Nelson stavano dando alla musica rock la sua legittimizzazione artistica come mai era stato prima. I dischi erano recensiti come fossero romanzi e la rivista Rolling Stone era la bibbia della nostra generazione. “Aquashow” e il significato critico che venne visto nei miei testi circa la scomparsa della musica rock, la noia della vita di periferia o la tragedia della famiglia moderna americana ebbero grande attenzione tanto da permettermi di avere servizi approfonditi su riviste come Newsweek e il New Yorker.  

 

Il fatto che sei ancora qui a scrivere e cantare ci dimostra che il rock in un certo senso non muore mai, è così?

 

F. S. Fitzgerald disse, “mostrami un eroe e io ti mostrerò una tragedia” e questa è la storia della musica rock. Molti sono caduti per strada, compreso Lester Bangs, ma io ho continuato, nel mio piccolo, a portare avanti la torcia. Il mio tentativo quando registrai “Aquashow” era di farne un disco senza tempo e credo di esserci riuscito.

 

Tutto questo è ancora più evidente nella nuova versione del disco che hai registrato adesso. Si può anche avvertire un senso di nostalgia per quel tempo, sei d’accordo?

 

Cantare nuovamente quelle canzoni è stato molto toccante per me, quarant’anni dopo insieme a mio figlio e produttore Gaspard seduto di fronte a me nello studio. Ci sono stati dei momenti in cui ho creduto di non farcela. Le emozioni che si evocavano in me erano troppo forti da sopportare. Mentre registravo How’s the Family ho creduto di scoppiare a piangere. Siamo tutti nati per perdere, è la natura della vita, e non esiste modo di ricreare l’innocenza giovanile e le speranze di quell’Elliott Murphy ventenne che scrisse e cantò queste canzoni. Essere faccia a faccia con la tua giovinezza è stato un compito arduo. 

 

In che senso?

 

Si dice che se vuoi essere giovane quando sei vecchio, devi essere stato vecchio quando eri giovane. Quando registrai “Aquashow” avevo già visto il mio mondo cadere a pezzi sia dal punto di vista personale con la morte di mio padre e dal punto di vista più generale della mia generazione che aveva tagliato ogni ponte con il passato. Mi sentivo davvero un vecchio. Gli antichi dei erano morti e ne stavamo cercando di nuovi e per un po’ il rock’n’roll fu l’unica cosa in cui credere. Adesso che ho 65 anni non ho nostalgia per quei tempi. Per molti motivi la fama che ottenni immediatamente fu terrificante. Ecco perché oggi posso rivivere quell’esperienza da una distanza sicura.

 

Quando “Aquashow” uscì ci fu chi ti definì il nuovo Dylan. Le tue canzoni di quel disco onestamente mi hanno sempre fatto pensare maggiormente ai Velvet Underground e a David Bowie che a Dylan, ad esempio un pezzo come Hangin’ Out che sembra uscire da un disco dei Velvet. Che ne pensi?

La critica musicale a quei tempi metteva maggiore enfasi sui testi che sulla musica e ironicamente la critica rock allontanò molti fan che non volevano avere nulla a che fare con una musica che sembrasse troppo accademica. Il paragone con Dylan fu naturale per il mio modo di scrivere testi estremamente verbosi e per il mio amore per la parola. Lou Reed una volta disse che la cosa che preferiva fare era creare rime, ma io stavo raccontando delle storie, creando dei personaggi, citavo dei posti precisi in modo poetico o realista cercando poi di condensare il tutto nel formato di una canzone di quattro o cinque minuti. Quasi subito “Aquashow” venne paragonato a un certo Dylan, quello del disco “Blonde on Blonde”.

 

L’etichetta “nuovo Dylan” è una delle più sciocche mai inventate, secondo me. 

 

Tutti coloro che sono stati definiti nuovi Dylan erano in realtà molto differenti tra di loro perché ognuno di noi rappresentava una sorta di nostalgia per un Dylan in momenti diversi della sua carriera. Qualcuno sa dirmi che somiglianza c’è fra me, Springsteen, Loudon Wainwright, John Prine, Steve Forbert o anche oggigiorno, Jake Bugg? Nessuna. Quando stavo registrando “Aquashow” ascoltavo “Loaded” dei Velvet Underground e “Changes” di Bowie e Clapton era il mio eroe della chitarra. Rimasi davvero sorpreso quando si misero a definirmi nuovo Dylan e fu un punto di partenza terrificante per il mio disco successivo.

 

Nella nuova versione del disco, la canzone Graveyard Scrapbook è una di quelle che preferisco, c’è una specie di autorità nella tua voce, come se stessi reclamando qualcosa che appartiene soltanto a te.

 

Quarant’anni fa cantavo quelle canzoni con speranza e sogni nella mia voce. Adesso nella nuova versione del disco canto con rimpianto, saggezza e autorità, come dici tu. Come Jay Gatsby, forse questo è il mio modo di rivivere il passato o venirne a patti. “Aquashow” non ebbe il successo commerciale che secondo me meritava, viste anche le lodi della critica. Miracolosamente ha però superato il test del tempo. In qualche modo, a dirla tutta, mi sono sempre sentito tradito dal fatto che questo disco non fosse diventato un grande successo e cheLast of the Rock Stars non sia diventata un inno generazionale. Così adesso canto queste canzoni come se appartenessero a quel disco multi platino che avrebbe dovuto essere se il mondo fosse giusto, cosa che non è come sappiamo. Ma in fondo, dico sempre che se fossi diventato una star come Springsteen sarei morto e che se Springsteen non fosse diventato la star che è sarebbe morto. Ognuno di noi ha il suo destino, il suo ruolo da compiere.

 

C’è un brano particolare nella nuova versione di cui sei particolarmente orgoglioso?

 

Quando ho registrato How’s the Family ho pianto. Mia madre non aveva ancora cinquant’anni quando la scrissi e adesso sta per compierne novanta. Ho dedicato questa nuova versione del disco ai miei genitori, Josephine e Elliott Sr. perché ognuno di loro a modo suo mi ha permesso di seguire la strada che volevo e vivere la vita che desideravo. Ognuna di queste canzoni ha un significato speciale per me e molte le canto ancora oggi, come Last of the Rock Stars White Middle Class Blues. Penso che l’arrangiamento per archi che mio figlio Gaspard ha scritto per Don’t Go Away l’ultimo brano del disco sia davvero splendido e commovente, come se la canzone avesse resistito al tempo, il modo perfetto di chiudere il disco. Penso sia una preghiera rivolta a me stessa, almeno credo.

 

Pensi ci siano altri classici del rock che meriterebbe di essere decostruiti? Che ne dici di “Born to Run” o di “Highway 61 Revisited”?

 

Credo che quello che è ho fatto sia qualcosa di valido e interessante sia dal punto di vista storico che personale. E’ stata una esperienza che mi ha commosso e soddisfatto, una sfida forte. Per cui perché no, consiglio a Bruce e a Bob di fare lo stesso. Forse così li chiameranno entrambi “the new Elliott Murphy!”.

(Paolo Vites) 




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