AIDA/ Il nuovo corso dell’Opera di Roma fa bene anche alla musica

- Giuseppe Pennisi

Il Teatro dell’Opera di Roma ha superato la sua crisi? Secondo GIUSEPPE PENNISI sì, e questo si vede anche dalla programmazione musicale. L’Aida in scena fino al 3 maggio

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Foto di Yasuko Kageyama

Dopo pochi mesi dell’adesione alla Legge Bray, il Teatro dell’Opera di Roma ha adottato un rigoroso piano di risanamento di cui si vedono i primi benefici. E’ stato annullalo l’indebitamento verso artisti e fornitori, istituti previdenziali ed erario. Grazie ad una seria politica di controllo dei costi di gestione (che ha comportato riduzioni di indennità e pensionamenti ma non licenziamenti) e soprattutto all’aumento della produzione (ben del 30% circa), il bilancio per l’esercizio 2014 si è chiuso in pareggio. Soprattutto, il pubblico ha dato una prova concreta del gradimento del “nuovo corso” del teatro: dall’inizio della messa in vendita per la stagione in corso lo scorso ottobre alla fine del primo trimestre 2015, la spesa per abbonamenti e biglietti (4.8 milioni di euro) supera di 1.8 milioni (60%)  di euro quella registrata nello stesso periodo dell’anno precedente. lIn prospettiva, il Teatro sta andando verso una forma di semi-repertorio con riprese, oltre che nuovi allestimenti, di lirica di tradizione, aprendosi, però, sempre più ad altri generi che attirano nuovo pubblico, specialmente le giovani generazioni.

La nuova produzione di Aida in scena sino al 3 maggio si pone in questa prospettiva. Il capolavoro verdiano sarebbe dovuto essere l’opera della stagione, diretta da Riccardo Muti (che nel frattempo ha rinunciato alle sue funzione operative al Teatro dell’Opera) e con un nuovo (e, pare, costoso, allestimento. Viene invece presentato per una serie di rappresentazioni ‘fuori abbonamento’, a cui il pubblico sta dando un’ottima risposta al botteghino. Viene riproposto un adattamento ad un teatro grande, ma chiuso, un allestimento pensata inizialmente per la stagione all’aperto alle Terme di Caracalla (dove è andato in scena nel 2011). 

Micha van Hoecke firma la regia e la coreografia. Per la prima volta sul podio del Costanzi dirige Jader Bignamini. In scena Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma. “La mia Aida è essenziale e intimista, una favola noir in uno spazio di sogno e mistero – commenta van Hoecke – dove l’unica cosa che conta, più forte della guerra e della morte, è l’amore, quello di Amneris e Aida per Radames e quello di quest’ultimo per Aida”. Le scene e i costumi, volutamente essenziali, sono di Carlo Savi; le luci create per dare il senso della spiritualità e del mistero, sono di Vinicio Cheli. Il maestro del Coro è Roberto Gabbiani.

Ho commentato altrove drammaturgia ed allestimento scenico, fatto di pochi elementi scenici e di attenti giochi di luce, come quelli di Adolphe Appia per le grandi opere wagneriane e più recente di John Dexter per il Metropolitan di New York, per non parlare della bellissima Aida in miniatura concepita da Franco Zeffirelli per il minuscolo teatro di Busseto nel 2001 , nel quadro delle celebrazioni per il centenario della nascita del compositore e circuitato, con successo in una ventina di piccoli teatri in Italia ed all’estero. Ho anche spiegato perché una drammaturgia ‘intimista’ sia , a mio avviso, più vicina alle intenzioni di Verdi di quanto non lo sia una ispirata ai colossal di Cinecittà.

In questa nota, mi soffermo solo sulla parte musicale quale gustata nella recita del 26 aprile. Aida viene considerata da molti musicologi come l’ultimo melodramma ottocentesco. Altri ritengono che sia, invece, il primo musikdrama anche se Verdi ascoltò, per la prima Wagner (Lohengrin) il primo novembre 1871 a Bologna – dopo avere completato la partitura di Aida. C’è del vero nelle due ‘scuole’.  Da un lato, Aida presenta ancora arie e numeri chiusi (ma la cavatina con cabaletta è decisamente tramontata). Da un altro ancora alcuni numeri sono così vasti da prendere un’intera scena. Alcuni (ad esempio il duetto Aida-Amneris nel secondo atto) sono costruiti su un declamato quasi wagneriano. Il flusso orchestrale è continuo e, dettaglio non trascurabile, il tenore canta con il registro di centro, come in Wagner ed anticipando la ‘giovane scuola’ (Puccini, Boito, Leoncavallo ). Dipende molto dal maestro concertatore e direttore d’orchestra dove orientare il pendolo. Jader Bignamini, considerato , non a torto, la migliore bacchetta verdiana della giovane generazione, opta per ilmusikdrama; lo si avverte sin dall’introduzione per archi e lo si può toccare con mano nel duetto Aida-Amneris. 

In linea con le scene di Carlo Savi, di Vinicio Cheli e soprattutto la drammaturgia di Micha van Hoecke, la sua lettura rende questa Aida un ‘notturno’ in quattro parti in cui , per sottolineare il contrasto, il secondo quadro del secondo atto (la scena del trionfo) diventa solare tanto in buca quanto sul palcoscenico.

Tra le voce, tutte di livello, spicca Anita Rachvelishvili, un’Amneris schizofrenica e passionale che sa raggiungere anche un registro da contralto. Csilla Boross e Fabio Sartori sono i due sfortunati amanti; lei ha avuto qualche incertezza e lui del ruolo ha la voce ma non le physique . Ottimo l’Amonasro di Giovanni Meoni. Roberto Tagliavini (Ramfis) apprezzato dal pubblico capitolino, la scorsa stagione, nel ruolo di Maometto II, Luca Dall’Amico (Il Re), Antonello Ceron (Un Messaggero), e Simge Büyükedes (Una Sacerdotessa) completano il cast vocale . Efficace, con il Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma, la prima ballerina Alessandra Amato. 

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