CONCERTO PRIMO MAGGIO/ L’Inno di Mameli batte i sindacati (e i black bloc)

Un primo maggio dove è successo di tutto, anche che venisse cambiato l’Inno di Mameli. Mentre al concertone del Primo maggio c’è sempre meno gente. di PAOLO VITES

02.05.2015 - Paolo Vites
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“Tutto in una notte” si intitolava un vecchio film degli anni ottanta in cui nel corso di poche ore accadeva di tutto. Tutto in un giorno si potrebbe chiamare una giornata come quella di ieri primo maggio dove è successo davvero tutto.

La contemporaneità già sulla carta di diversi eventi – l’inaugurazione dell’Expo, la festa dei lavoratori – non faceva infatti presagire quanto poi abbiamo visto: i duecentomila che hanno visitato l’esposizione universale nella sua prima giornata, la manifestazione dei sindacati sui luoghi degli sbarchi dei migranti, i concertoni a Roma e a Taranto e la città di Milano devastata dagli “antagonisti” al grido di No Expo. 

Come in una sorta di schizofrenia mediatica, ognuno parlava lingue diverse, ignaro e indifferente a quanto accadeva e si diceva altrove. Segno dei compartimenti stagni in cui è ormai divisa la vita. A Roma ad esempio qualche gruppo musicale lanciava slogan triti e ritriti contro governo, multinazionali, papa, slogan che lanciati da un palco di fronte a decine di migliaia vorrebbero incitare le folle ad agire, mentre a Milano qualcuno li aveva già fatti suoi quegli slogan incendiando e sfasciando tutto. Ma a Roma si cantava e ballava ignari. 

Un concertone, quello di Roma, che ha dimostrato una volta di più la stanchezza di una iniziativa che giunta alla venticinquesima edizione ormai non solo ha ben poco da dire che non siano appunto slogan banali, ma attira anche sempre meno gente. Sarà stata la scaletta poco invitante, vista la mancanza di un grande nome che, come in passato, faceva muovere la gente. Il che comunque la dice lunga del perché la gente andasse al concertone dei sindacati: Lavoro? Disoccupazione? Bastava qualche canzonetta. Quest’anno il budget per il Concertone pare sia stato di 800 mila euro, di cui 650 mila versati dalla Rai attraverso i diritti televisivi. Il resto da sponsor tutti a partecipazione statale, come Enel o Trenitalia. Poi le spese a carico del Comune di Roma tra noleggio dei bagni chimici, pulizia dell’area, potenziamento del trasporto pubblico, polizia municipale, 118. Oltre duecentomila euro, dice il Campidoglio. Una milionata  e oltre di euro di spese varie che forse potevano servire di più a un fondo per i tanti disoccupati. Specialmente se poi ci tocca leggere i tweed di uno che, anche se non era al concertone, fa parte del carrozzone musicale. Scriveva Fedez su twitter giovedì, dopo la prima giornata di manifestazioni No Expo a Milano: “Nessuna attività o negozio di privati cittadini è stata toccata dai #?NoExpo. A breve vi do una lista che per i giornalisti è troppo faticoso”. Un tweet di troppo scappa sempre, adesso però aspettiamo la lista aggiornata a venerdì, Fedez.

Di una giornata così alla fine resta più di tutto (anche di certi proclami francamente esagerati e retorici arrivati dal palco delle autorità all’Expo del tipo “stupiremo il mondo”) quell’Inno di Mameli cambiato senza che nessuno ne sapesse nulla dal coro dei bambini. Cambiare le parole di un inno non è roba da poco, potrebbero esserci anche gli estremi per una denuncia. Invece c’è stato chi  ha pianto di commozione, la moglie del premier Agnese Landini si è commossa fino alle lacrime. E il marito Matteo Renzi ha improvvisato a braccio l’inizio del suo discorso partendo proprio da quel cambio di Inno. Come sanno ormai tutti, invece dell’usuale “siam pronti alla morte” nell’ultimo inciso i bambini hanno cantato “L’Italia s’è desta, siam pronti alla vita”.

Non è stata una intuizione da poco chiunque sia stato a pensarla, questo cambiamento. Un Inno antico, nato in un’epoca storia superata, quella del Risorgimento, che invocava la rivolta a costo della morte. Un desiderio nuovo è giusto che prenda il posto di quella frase, oggi che di morte è pieno il mondo e le strade di Milano bruciano. Desiderio di vita come è giusto che lo abbiano tutti i bambini del mondo contro desiderio di morte, quello che sta soffocando questo terzo millennio con un respiro lugubre. Chissà se la prossima volta che l’Inno verrà cantato sarà conservata questa frase. Senza che nessun politico di turno si impossessi del significato più vero – “L’Italia s’è desta, siam pronti alla vita” – per farne uno slogan elettorale.

E’ successo qualcosa ieri, primo maggio, qualcosa che ha nella sua imprevedibilità ha cambiato le carte in tavola. Vien voglia di dire, “siam pronti alla vita” nonostante tutto.

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