NICK HORNBY/ “Alta fedeltà” vent’anni dopo: la logica della vita secondo una top five

- Paolo Vites

Vent’anni fa usciva il romanzo dello scrittore inglese Nick Hornby intitolato Alta fedeltà. Un libro generazionale di successo mondiale. Lo rivisita PAOLO VITES

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Nick Hornby

“Che cosa è nata prima: la musica o la sofferenza? Ai bambini si tolgono le armi giocattolo, non gli si fanno vedere certi film per paura che possano sviluppare la cultura della violenza, però nessuno evita che ascoltino centinaia, anzi, dovrei dire migliaia di canzoni che parlano di abbandoni, di gelosie, di tradimenti, di penose tragedie del cuore. Io ascoltavo pop music perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?”. Vent’anni fa un libro di un autore inglese che stava cominciando a farsi conoscere grazie al buon successo della sua opera prima “Fever Pitch: A Fan’s Life-Febbre a novanta” pubblicava il suo primo vero romanzo, quello che lo avrebbe lanciato come uno degli scrittori maggiormente di successo al mondo degli ultimi anni. Oltre al successo letterario, anche quello cinematografico: di quasi ogni suo libro è stato fatto un film, anche quello di successo. 

Il libro uscito vent’anni fa esatti si intitolava “High Fidelity-Alta fedeltà” e avrebbe fatto dell’inglese Nick Hornby lo scrittore più acuto e intelligente nel descrivere la sua generazione, insieme al canadese Douglas Coupland (anche di lui quest’anno si festeggiano vent’anni di un suo libro straordinario, “Microservi”) e all’americano David Foster Wallace. Capacità stilistiche? Bravura nella forma? Anche, ma non per quello: la capacità formidabile di questo terzetto geniale è sempre stata quella di descrivere con un realismo inarrivabile le loro e altrui vite. Usando sempre anche l’arma della compassione e dell’ironia. Non è poco. 

Se “Febbre a novanta” descriveva il mondo degli appassionati di calcio, “Alta fedeltà” esplorava quello degli appassionati di musica con tutti i loro tic, il loro snobismo e soprattutto la loro incapacità di adattarsi a una vita normale.

Detto così, due mondi, quello del calcio e della musica, apparentemente superflui per chi è impegnato a fare carriera e cogliere “il successo”. Naturalmente non è così. 

La genialità di Hornby infatti è sempre stata quella di sapere cogliere cosa si muove nella profondità del cuore umano, quell’ineffabile e persistente desiderio di felicità e pienezza che lo attraversa. A questo ci ha aggiunto uno stile romantico, divertente e a tratti ironico in modo devastante. La citazione posta a inizio articolo descrive tutto questo al meglio: a parlare è il protagonista Rob Gordon, un trentenne fallito dal punto di vista della società (invece di laurearsi ha aperto un negozio di dischi e le sue storie amorose si concludono sempre malamente).

Quello che lo tiene a galla è l’amore per la musica, i dischi in vinile, un mondo dove rifugiarsi, curarsi le ferite, sentirsi accolto, per uscirne sempre con la capacità di ricominciare. Un mondo antico, che ai tempi del romanzo cominciava a crollare e che l’avvento di Internet e della musica liquida ha affossato del tutto. Togliendo di mezzo quegli spazi di vita e di incontro che erano i negozi di dischi, dove una umanità inquieta si ritrovava a “toccare” la musica e dove nascevano amicizie e anche storie d’amore. 

Lo spiega nella nuova introduzione lo stesso Hornby, scritta per l’edizione del ventesimo anniversario del romanzo uscita in queste settimanei: “Ecco come si iniziava una collezione nei primi anni duemila: davi l’iPod a un amico, a un fratello o a una sorella maggiore, o a uno zio, dicendogli « Caricamelo » e in un attimo ti trovavi con un migliaio di canzoni, molte delle quali non le avresti mai nemmeno ascoltate. Gli adolescenti di oggi non hanno di questi problemi, perché tutta la musica mai registrata ce l’hanno in tasca, sul telefonino”. Vent’anni fa invece ci si accontentava di un disco al mese nei casi più fortunati, che avresti ascoltato per i due mesi successivi. La musica era un valore concreto, non era l’overdose usa e getta che caratterizza tutta l’era di Internet.

Rob Gordon ha un trucco che tutti quelli della sua generazione conoscono benissimo: registra cassettine (i figli dell’era digitale non sanno probabilmente cosa siano) che sono delle compilation a tema. Le più gettonate sono ovviamente quelle dedicate alla ragazza di turno: “Dovete sapere che la creazione di una grande compilation, così come una separazione, richiede più fatica di quanto sembri. Devi iniziare alla grande, catturare l’attenzione! Allo stesso livello metti il secondo brano, e poi devi risparmiare cartucce inserendo brani di minore intensità. Eh… sono tante le regole. Comunque… ho iniziato a pensare a una cassetta per Laura. Conosco i suoi gusti e cercherò di farla felice. E per la prima volta, so di poterci riuscire”. 

Dentro ci sono i brani che definiscono chi siamo, così la ragazza potrà sapere di noi senza bisogno di apparenza costruita e chiacchiere troppo complicate, che noi appassionati di musica siamo gente che parla poco e preferisce nascondersi nell’ombra: la vita ci fa troppo male (“Tempo addietro, Dick, Barry e io avevamo teorizzato che ha molta importanza come uno si presenta, e non come è in realtà. Libri, dischi, film… Queste cose contano. Chiamatemi pure frivolo, ma è la cruda verità, giuro” dice Gordon). 

Naturalmente gli amanti di musica sono anche degli snob impossibili: guai a criticare il loro artista preferito: “Questa manifestazione di gusto deve scaturire necessariamente da un impulso che nel profondo è antidemocratico: una parte di te deve essere convinta che quello che ti piace è meglio di tutto quello che piace a quegli altri perdenti” dice Hornby nella nuova introduzione. Già, dei perdenti. Che cosa se ne fa una società  di un balordo che si commuove per una canzone di tre minuti? Nulla. A noi però va bene così. Il primo disco in vinile comprato si ricorda sempre, nessuno si ricorda il suo primo download. In un mondo che soffoca sempre di più nell’egoismo, nella banalità, nel la menzogna quotidiana c’è ancora qualcuno disposto a lasciarsi ferire il cuore, per una piccola e stupida canzone di tre minuti, perché è dalle ferite che passa la luce.

C’è poi una filosofia di vita, una logica della vita, che sottende questi personaggi. Sono le top five a cui far corrispondere ogni momento della vita. Le cinque canzoni che più rappresentano ad esempio un funerale. “Che canzoni vorresti che si suonassero al tuo funerale” si chiedono i nostri quando muore il padre della ex di Rob. Ecco che arriva la top five delle canzoni da funerali. Ci vuole grande conoscenza della materia, ma ci vuole anche una incredibile auto ironia per compilare le top five della vita. 

“Alta fedeltà” è la celebrazione e anche la presa in giro di tutto questo, anche se il protagonista alla fine deve fare i conti con la realtà. Anche la musica può diventare un modo per fuggire, anche se ha la capacità sovrannaturale e misteriosa di difenderci da troppo male.  “Ho capito che… sono solo fantasie. Chiaro? E… e risultano allettanti perché… non danno nessun problema. […] E io sono stanco di immaginarmi le cose, perché le fantasie, per definizione, sono irreali. Quasi mai portano vere sorprese e quasi mai… soddisfano. Giusto… E mi hanno stancato. Di quasi tutto mi sono stancato… Ma mai credo che mi stancherò di te… perciò… Ora credo di capire … ma ti aspettavi che dicessi di si? Non lo so non ci ho neanche pensato. Chiederlo era l’importante”. Ecco. Nel giocarsi fino in fondo in un incontro, quello con la donna amata, fuggita da lui, quindi cercata a lungo e ritrovata, Rob troverà il modo per diventare adulto. Senza dimenticare le compilation su cassetta. Vent’anni dopo “Alta fedeltà” resta un manuale, una bibbia di una generazione con il cuore ferito che sta lentamente sgombrando il campo davanti a innovazioni tecnologiche e sociali che nessuno ha capito ancora se siano un bene o un male. Ma anche se parla un linguaggio quasi sconosciuto ai ventenni di oggi, non è detto che possa aprire anche a loro una verità nel cuore e fargli amare di più la vita. Perché si può essere piccoli e fragili, anche miserabili come spesso è Rob Gordon, ma testimoniare una bellezza più grande di noi. In un romanzo successivo, “Juliet, naked – tutta un’altra musica”, Nick Hornby lo dice nel modo migliore: «Sì, sei un pessimo uomo. Sei stato un padre incapace per quattro dei tuoi cinque figli, un marito incapace per tutte le tue mogli e uno schifo di compagno per tutte le tue ragazze. E Juliet (il disco che lui ha inciso, nda) rimane sempre stupendo».

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