BEN E. KING/ La leggenda del soul: il ricordo

- Gabriele Gatto

Non era soltanto il cantante della celeberrima Stand By Me, ricorda GABRIELE GATTO in questo articolo, ma una autentica leggenda e voce originale della musica soul

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Be E. King

Per favore, non chiamatelo solo “quello che cantava Stand By Me”. Con Ben E. King se n’è andato non solo l’interprete di uno dei più famosi brani della storia della musica ma uno dei più grandi di sempre. E fa niente che ormai da quarant’anni tondi tondi, dall’uscita dell’album Supernatural non abbia più prodotto niente di particolarmente rilevante, limitandosi al revival e alla ripetizione di se stesso e dei suoi classici che lo hanno reso famoso ma anche molto molto ricco. 

Certo, in questi quarant’anni Ben E. King non è stato con le mani in mano. Parte della sua enorme ricchezza, dovute anche ai diritti incassati come co-autore proprio di Stand By Me, assieme a Leiber & Stoller (una delle coppie più grandi di sempre, ma questa è un’altra storia), l’aveva destinata, fino all’ultimo, alle sue opere di filantropia e alla sua fondazione nata e cresciuta per favorire l’educazione dei giovani delle classi sociali più disagiate d’America. Poco o nulla, invece, ha aggiunto alla sua grandezza artistica.

Eppure poteva permetterselo. Ben E. King, una delle voci più eleganti e raffinate mai comparse sulla faccia della Terra. Una voce di velluto, perfettamente controllata ma capace anche di incresparsi e di uscire dallo spartito con una grinta giovanile ed appassionata. Era approdato giovanissimo, appena ventenne, alla corte di Ahmet Ertegun e della sua Atlantic Records, la cui epopea rimane una delle più belle e gloriose della storia musicale dello scorso secolo, come cantante dei Drifters. In realtà i Drifters, prima dell’ingresso di King, erano già uno dei gruppi vocali più importanti sulla scena, una sorta di contraltare più raffinato dei Platters, ed erano capitanati dalla voce di Clyde McPhatters. Quando il loro successo iniziò a declinare, il loro manager George Tredwell, pur di non perdere il ricco contratto che li legava alla Atlantic, non ci pensò due volte a silurare tutti i membri del gruppo, rimpiazzandoli con altri quattro cantanti, di cui King era il solista e la punta di diamante.

Si dice che Ahmet Ertegun e il suo braccio destro, il produttore Jerry Wexler, non riponessero molta fiducia nella nuova formazione ed in particolare in quel cantante appena ventenne, al punto che li misero in mano a Jerry Leiber e Mike Stoller, lasciandogli carta bianca nella produzione. E Leiber & Stoller fecero le cose in grande. Mentre i dischi della Atlantic spiccavano per le formazioni piuttosto ridotte e per la presenza di una robusta sezione fiati, i due produttori ed autori per il primo singolo dei Drifters portarono in studio un’orchestra. Ne venne fuori There Goes My Baby, che entrò spedita in top ten. C’era qualcosa di particolare in quella canzone. Non era “musica da negri”, c’era raffinatezza, la ritmica era ricercata e latineggiante e soprattutto il canto era tenue, lontano sia dal crooning del jazz che dall’erotismo di Sam Cooke o di Ray Charles. Era musica diversa, musica per l’anima, e Ben E. King era il suo interprete perfetto. Correva l’anno 1958 e la soul music era ancora un fatto “da negri”. Con King le barriere iniziavano a cadere. La sensualità di Ben E. King non spaventava. Era quasi spirituale. La loro era musica pop eppure le canzoni non si consumavano dopo due ascolti o poco più.

La formula era vincente. Ma ci voleva qualcosa di più. Ed ecco che sulla strada di Ben E. King e dei suoi Drifters entrava in scena una terza coppia. Dopo Ertegun e Wexler, dopo Leiber e Stoller, ecco Doc Pomus e Mort Shuman, forse la più grande coppia d’autori (insieme a Carole King e Gerry Goffin) della storia del pop. Alle spalle avevano qualche successo per Bobby Darin e Dion & The Belmonts, ma fu l’incrocio con King a segnare il destino della musica che sarebbe venuta dopo. 

1960. Bastano due titoli. This Magic Moment e soprattutto Save The Last Dance For Me, a parere di chi scrive una delle dieci più grandi canzoni di sempre, nonostante la patinata e inutile versione resa di recente da Michael Bublé (nonché la tremenda cover che ne diedero negli anni Sessanta i Rokes in lingua nostrana). Due canzoni perfette, magnificate dalla stupenda performance vocale di Ben E. King, capace di misurare con grazia ogni nota, innestando la sua voce vellutata su ritmiche saltellanti e terribilmente distanti dal resto della musica che si produceva in casa Atlantic. 

Dieci soli brani, quelli registrati coi Drifters. Eppure dieci successi capaci di cambiare per sempre la storia del pop, dieci canzoni per cui un pirata zingaro come il troppo compianto Willy DeVille aveva più volte espresso tutta la sua invidia e la sua ammirazione, fondando su quelle intuizioni musicali gran parte della propria carriera.

King era il leader incontrastato, la voce capace di fare la differenza. Logico quindi che gli stesse stretto dividere la posta – del successo e, sì, anche quella economica – con gli altri tre compagni di avventura. Logico anche che a un certo punto prendesse la sua strada e cominciasse a pubblicare dischi da solista. 

Con il primo, la meravigliosa e suadente Spanish Harlem, tastò il terreno. Con il secondo ci fu la deflagrazione.Stand By Me. A metterci lo zampino, insieme a Leiber & Stoller, stavolta è lui anche come autore. 

Quell’introduzione, con le percussioni ed il triangolo e quel giro di basso su accordi elementari sono fatti conosciuti da tutti. Ma è nel climax dopo lo stacco dell’orchestra che si compie uno dei momenti più elevati della storia della musica, quando, rompendo le righe della partitura, King quasi grida, in un misto di paura dell’assenza e di passione totale per l’altra, quella che, forse, se ne sta andando lontano da lui, le parole “whenever you’re in trouble won’t you stand by me”. Basterebbero quei cinque, sei secondi per giustificarne e rendere grande l’intera sua carriera.

Negli anni successivi King continuò a registrare ottimi pezzi, fra i quali la splendida Don’t Play That Song poi rallentata e “gospelizzata” da Aretha Franklin, che aggiunse oltre alla sua voce anche il suo personalissimo tocco di piano (sì, perché non si dice mai ma Aretha Franklin come pianista non aveva niente da invidiare all’amico Ray Charles), e I (Who Have Nothing), insolita cover “al contrario”, altro non essendo che la traduzione in inglese di un pezzo portato al successo da Joe Sentieri e scritta da Carlo Donida e Mogol, dal titolo “Uno Dei Tanti”, accanto a composizioni meno memorabili (l’imbarazzante e saccarinica Amor su tutte). Poi un lento declino, fino ad un piccolo ritorno di fiamma nel 1975 con l’album Supernatural ed il brano Supernatural Thing che, lasciate da parte le romantiche atmosfere dei suoi brani più classici, indugiava in un morbido funky caratterizzato però da quella voce, se vogliamo ancor più morbida che in passato.

Dopo poco o nulla. Fino alla morte, a 76 anni, per problemi di cuore, dopo una vita passata a portare in giro le sue canzoni più famose. Di lui restano il ricordo di una manciata di canzoni intime e profonde e soprattutto di una voce che Ahmet Ertegun definiva “una delle più belle che abbia mai udito cantare”, capace di trasportare quasi in un’altra dimensione, fra le rose del quartiere di Spanish Harlem, anche ora che (come cantava Elton John in Mona Lisa And Mad Hatters, citando proprio la sua canzone) a New York di piante di rose non ne crescono più.

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