STEFANO BAROTTI/ “Pensieri verticali”: canzoni che portano in alto il cuore. L’intervista

Cantautori di nicchia sconosciuti al grande pubblico ma che tengono viva la grande canzone d’autore. Stefano Barotti è uno di questi. L’intervista di FAUSTO LEALI

25.07.2015 - Fausto Leali
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Stefano Barotti

Sembra felice, Stefano Barotti. Lo incontro sul lungomare di Laigueglia, borgo della riviera ligure di ponente annoverato tra i più belli d’Italia, poco prima del suo showcase, in cui presenterà alcuni brani tratti dal suo nuovo disco, Pensieri Verticali. Una performance, quella a cui assisteremo, di una trentina di minuti in tutto, decisamente troppo pochi, non solo per chi ha già imparato ad amare le sue canzoni, ma anche per chi ancora non conosce le sue grandi qualità di musicista e cantautore. In un tardo pomeriggio assolato, è seduto accanto a me, il tavolino di un bar all’aperto a fare da backstage, ed ha appena percorso più di duecento chilometri, per arrivare fin qui dalla sua Toscana. Ha un viso dolce e niente affatto stanco: “Cosa vuoi che siano per un musicista due ore e mezza di strada – scherza, mentre sorseggia un buon bicchiere di vino – praticamente come andare a suonare dietro casa”. Racconta qualcosa di sé, del disco che sembra andare bene, dei prossimi concerti: “non molti – il volto si schiude in un sorriso che la barba non riesce a smorzare – perché tra poco divento babbo e allora devo stare fermo per forza per un po’…”.

Pensieri Verticali è un titolo curioso, ma Stefano ce ne svela subito il significato: “Siamo in un periodo molto orizzontale, in cui il pensiero si è seduto. Il pensiero verticale, allora, è quello che richiama alla bellezza, all’essere sempre curiosi, ad un amore per le cose”. E’ il terzo disco per il musicista originario della Riviera Apuana, ma sono trascorsi otto anni dall’album precedente, Gli Ospiti, che aveva seguito lo splendido lavoro d’esordio del 2003, Uomini in Costruzione. “Troppo tempo?”, gli si chiede, facendogli notare, peraltro, che anche De André lasciava passare parecchi anni tra un lavoro e l’altro. “C’è bisogno di far maturare un io criptico abbastanza forte, per scrivere un disco”, risponde, lasciando intendere quanto universo possa contenere un pugno di canzoni. Legato alla musica d’autore italiana e ad uno stile musicale strettamente connesso al folk-rock americano, nel suo nuovo disco Barotti si stacca dalla produzione di Jono Manson, direttore artistico dei lavori precedenti, per affidarsi a quella di Raffaele Abbate. Jono, peraltro, è presente come ospite in alcuni brani, insieme all’amico di sempre, il genovese Paolo Bonfanti, straordinario chitarrista mancino di matrice blues e ad altri musicisti quali John Egenes, Max De Bernardi e Kreg Viesselman. Ne viene fuori un album che, pur mantenendo una solida struttura elettroacustica che non rinnega le proprie origini, mostra un andamento più raffinato e, nel complesso, estremamente piacevole, una musica arricchita qua e là anche da sezioni di archi e di fiati.

E poi ci sono i testi delle canzoni, la maniera unica con cui Stefano riesce sempre a giocare con le parole. Storie, che parlano di amicizia, di vite desiderate e sospese, della buona terra e del buon vino. E, soprattutto, di amore, che sia quello per una donna o per la propria madre.

Il breve concerto di Laigueglia porta alla luce sei brani del nuovo disco. Il Blues Del Cuoco è il divertente brano d’apertura, racconto di persone nate “sotto il segno zodiacale del fornello” e che passano tutta la vita addosso ad un banco d’acciaio, ma soprattutto a “guardare gente”. Solo un breve assaggio della vena ironica spesso presente nelle sue composizioni, perché, di lì ad un attimo, un irresistibile fingerpicking di chitarra ci narra di lei, che ha “il passo veloce e una lacrima d’oro”. La Ragazza è un dolcissimo brano, che canta di “una musica nuova che passa ogni volta che spiove”, di “un sole che bussa alla porta, lasciamolo entrare”, di “un sole che dalla finestra ci guarda mangiare”. E’ bastato un paio di canzoni e Barotti è riuscito a spostare il nostro pensiero. Da orizzontale l’ha portato in alto, l’ha reso sospeso. Gli ha chiesto cosa vuol essere e fin dove vuole provare ad arrivare. “Vorrei essere pietra che devia il fiume – canta Stefano poco dopo – essere acqua che la logora. Essere gioco, esser cosa seria. Esser ricchezza, essere miseria”. Siamo quel che siamo, sembra dirci ed è un Cuore Danzante, quello di ciascuno, “cacciatore di nuvole”, che sente “come arrivano nitide le onde sotto vento” e che “ha percorso la strada che porta dalle onde fino al lago”.

Giudizio Non HoGirasole e, appunto, Cuore Danzante sono le altre tre canzoni che egli ci regala prima che venga sera. Giochi di parole che diventano poesia, note e accordi che si mutano in sfumature di colori ed emozioni. C’è un po’ di Nick Drake (nel nuovo disco troviamo anche A Cena Con Drake, breve e delizioso arpeggio di sola chitarra), c’è qualcosa di De André e di De Gregori. Ma c’è, soprattutto, Stefano Barotti, con la sua dolce, struggente, ironica malinconia. Non canta Rose Di Ottobre, questa volta, una delle canzoni più belle del disco (“E tu ridammi le mie canzoni, la mia musica, ti regalo la mia follia”). E lascia da parte, purtroppo, anche Povero è l’Amore, con quei versi che sembra mettano finalmente in comunicazione il suo cuore col nostro: “povero è l’amore se non va a tempo, povero se non ha un canto, povero se non ha un salto, un gesto d’istinto”. Siamo povera cosa, sembra dirci, ora che il pensiero si è fatto verticale per davvero, adesso che è giunto a salire fino alle nuvole grigie e cattive, ora che ha osato sfidare il cielo. Viene in mente la scena finale di “Masked & Anonymous”, dove il protagonista – un Bob Dylan quanto mai autobiografico – dice tristemente che “se guardi il mondo da un giardino fiorito, tutto sembra perfetto, ma se sali su una vetta più alta vedrai saccheggi ed omicidi”, per poi aggiungere che “la verità e la bellezza sono negli occhi dell’Onnipotente”. Ma siamo anche qualcosa di grande, parrebbe aggiungere Barotti, se non cessiamo di mantenere vivo nel cuore il desiderio di bellezza e di stupore: “in questa notte dove il buio è più nero e la luna è più luna, qualcosa d’altro diventerò, qualcosa che gira, che trema, che sfuma, qualche cosa sarò”.

Alla fine si torna a casa, non senza essere passati da un caloroso abbraccio e da una stretta di mano, augurando a Stefano tutto il bene che si merita per la sua vita e la sua carriera. E si torna un po’ più contenti di quando si era arrivati, con un pugno di canzoni che hanno reso il cuore felice e, come nella bellissima prima canzone del disco, L’Uomo Armadillo (dedicata all’amico Alessandro Maggiori, produttore discografico insieme a Luciano Angelini dell’etichetta Club De Musique, distributrice dei due primi dischi di Barotti), l’hanno spostato da sinistra al centro del petto. Una volta Nick Cave ha detto che “le canzoni d’amore che sono la poetizzazione di eventi reali hanno una sorta di bellezza in loro stesse. Vivono di vita propria alla stessa maniera dei ricordi ed, essendo vive, crescono, cambiano e si sviluppano”. Il pensiero verticale di Stefano, quell’io criptico che è si è irrobustito, che ha pescato al fondo della propria terra e delle proprie emozioni ed ha portato tutto alla luce, rivissuto e in qualche modo trasfigurato, ha fatto tutto questo e anche di più. “Se una canzone è troppo debole per fare ciò – aggiunge Cave – se le mancano forze fisiche ed energie per andare avanti, non vivrà. Un giorno tornerete a casa e la troverete morta sul fondo della sua gabbia”. Difficile pensare che le canzoni di Barotti possano finire la loro corsa così, pronte come sono, ora, a dispiegarsi nel vento. In fondo, hanno appena imparato a volare.

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