DAYNA KURTZ/ “Rise and Fall”: la voce di una farfalla canta la disperazione e la bellezza

- Alessandro Berni

Una delle voci recenti più belle del panorama musicale americano, disperazione e speranza nelle canzoni di Dayna Kurtz. La recensione di ALESSANDRO BERNI, ecco di cosa si tratta

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Dayna Kurtz

Di lei non si sa molto per quanto sia un giro con incisioni e tour da una quindicina d’anni circa nonché saldamente di stanza in quel di Brooklyn.  Quel che si sa è che cantautrici come Bonnie Raitt e Norah Jones (che ha duettato con lei nel 2004 in una cover di Ellington) si esprimono su di lei in termini entusiastici ogni qual volta l’argomento cada su quale voce valga la pena approfondire nella musica americana odierna.  E’ poi altrettanto noto che una sfilza di grandi nomi quali Richard Thompson, Elvis Costello e Rufus Wainwright l’abbiano voluta come opening act nelle rispettive uscite on the road.

Non ultimo lo scrittore americano Steve Almond ne ha delineato uno schizzo d’artista in un breve saggio intitolato “Dayna Kurtz sing the World a Butterfly” dove l’espressività della voce della cantautrice viene designata come in grado di trasmettere un sentimento di disperazione con squisito controllo.

Premesse sulle quali scatta la legittima curiosità di chi come il sottoscritto voglia saperne di più della musica di questa autrice dopo averla ascoltata per la prima volta grazie al disco che si trova fra le mani.  Curiosità innescata da un canto che incide lo spazio sonoro in maniera densa e profonda sorvolando con naturalezza i territori di certo black vintage d’autore fino a destreggiarsi con passione e abilità tra variazioni e stilemi di genere.  Qui non c’è nulla che abbia a che vedere con i tanti, troppi neri bianchi prodotti in serie nelle catene di montaggio del music business ma con una voce che esce pastosa e sospirata, forte e fluente come chi è’ nata, ha vissuto e frequentato il mondo di certa musica americana.  In particolare quella delle reciproche e feconde interazioni tra folk, soul, gospel e blues.

E “Rise and Fall”  e’ un disco di grande musica americana nel senso primigenio del termine a partire dagli stessi elementi musicali che ne costituiscono la stoffa.  Chitarre acustiche gestite dalla protagonista, squarci di elettrica, colpi ben assestati e mai invadenti su pelli e piatti.  Su questa base prendono forma i due differenti mood del disco.  Una prima parte accorata e crescente. Una seconda in cui la malinconia si fa più riflessiva e dosata, un finale che razionalizza i due umori in un rinnovato senso di speranza.

It’s How You Hold Me in apertura è’ la descrizione di un’apoteosi amorosa che è già un monito, un presagio di perdita declinato con la successiva You’re Not What I Need (But You’re All That I Want).  Chitarre docili e malinconiche dialogano con un Hammond B3 andando in minore, la voce e’ il perfetto vestito musicale di quella sperdutezza che si nasconde sotto la passione descritta dal testo. Gospel e blues come se piovesse dal profondo dell’anima.

Raise The Last Glass e’ l’unica concessione in senso più movimentato e allegro.  Atmosfera festosa e larga, sussulti elettrici, sarabanda folk in odore di New Orleans.  Il suono, arricchito, si mantiene tale caricandosi di atmosfere e significati con la tenerissima If I Go First, epitaffio giocato su poche note di chitarra e uno sfondo persistente di archi melodrammatici dell’Ethel ensemble.  E a seguire con la struggente Eat it Up, vertice epico del lavoro dove la voce vibra potente e fragile seguendo la rotta di quella che potrebbe essere un’implorazione rivolta da una madre al figlio.

A questo punto l’atmosfera del disco si placa come se la protagonista, allentata la presa su amore e carico d’illusioni che ne consegue voglia far piena luce sulla natura di ideali e sentimenti.  Yes, You Win, Far Away Again, A Few Confessions e The Hole, asciugano suono e parole cercando in senso ora diretto ora figurato di mettere a fuoco passione e disillusione.

Il tappeto prevalente e’ ora quasi  solo di chitarre appena sfiorate e di banjo solleticati come a rappresentare una lenta uscita di scena, almeno fino allo scoccare dell’atto finale.  You’ll Always Live Inside of Me è l’atto estremo di dolore e di fede.  Nonostante il peso di delusioni e contraddizioni, rimane più forte e potente la coscienza di un amore arcano e indomabile ai confini dell’eterno.  Il suono riprende a caricarsi in un crescendo gospel dove le voci si incrociano e si staccano a più riprese disegnando un suggestivo commiato.

Dopo le ambizioni un po’ velleitarie da jazz-blues standard di due dischi pur formalmente ineccepibili come “Secret Canon” Vol. 1 e 2,  “Rise and Fall” ci consegna un lavoro che serrando le fila di una tradizione sempre fertile di nuovi e potenti sussulti, trova il suo punto di forza nell’essere una cruda, netta e trasfigurata rappresentazione di una vita viva e profondamente coinvolta con se’ e con il mondo.  Ci consegna un’artista.

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