WARREN HAYNES/ “Ashes & Dust”: il chitarrista dei Gov’t Mule va da solo

- Lorenzo Randazzo

Nuovo progetto collaterale per i leader dei Gov’t Mule, Warren Haynes realizza un disco con la band dei Railroad Earth ed è ovviamente bellissimo. La recensione di LORENZO RANDAZZO

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Warren Haynes

È quasi un paradosso ma in oltre trent’anni di incessante attività live che lo ha visto sul palco centinaia di volte ogni anno, Warren Haynes ha fornito sì il suo contributo a decine e decine di dischi, tuttavia ha trovato il tempo per dedicarsi solo a tre album in studio a suo nome. Ashes & Dust, uscito a fine luglio, è il titolo dell’ultimo nonché il migliore disco che l’artista di Asheville abbia mai pubblicato. 

Si sa, le sue preferenze sono da sempre i Gov’t Mule e poi ancora la Allman Brothers Band e i Grateful Dead, eppure giustamente nel corso degli anni ha accumulato e accantonato del materiale tutto suo. Inizialmente l’intenzione era di fare un album con Levon Helm, Leon Russell e T-Bone Wolk, progetto poi accantonato per le premature scomparse. Poi negli anni la musica di Warren ha virato verso il soul/blues e il jazz e nel 2011 ha dato vita a Man in Motion.  

Ma Warren proprio non ce la fa a stare da solo e in questo ultimo lavoro si è fatto aiutare dai Railroad Earth, una delle tante band con cui Warren nel corso degli anni ha condiviso il palco. 

Bluegrass e folk, questa è l’impronta musicale dell’album dettata dall’apporto della band di Stillwater che fa di questo genere la proposta musicale abituale in cui la chitarra acustica prevale sull’elettrica e il violino e altri strumenti a corda sulla batteria. Anzi Ashes & Dust potrebbe essere tranquillamente un album degli stessi Railroad Earth, scritto e cantato alla perfezione da Warren, in cui le sue chitarre slide, elettrica e acustica si integrano perfettamente con il suono della band. 

Ashes & Dust sembra spuntare dal nulla, invece raccoglie alcuni brani scritti da Warren addirittura venti/trenta anni fa, da canzoni di cantautori del Nord Carolina già eseguite diverse volte dal vivo dallo stesso Haynes (e che hanno rappresentato la sua formazione folk) e da altri pezzi ultimati negli ultimi mesi. Per completare il lavoro Warren si è quindi riunito un paio di settimane in studio con i Railroad Earth che, per la prima volta e solo in quell’occasione, hanno sentito le demo da eseguire e successivamente hanno inciso i brani alla prima take per cogliere al meglio lo spirito folk dell’album. In realtà Warren non è nuovo a questa modalità operativa: addirittura con i Muli per evitare di ripetersi durante il soundcheck un brano che viene eseguito particolarmente bene poi non viene incluso nella setlist della serata. Per la serie “Buona la prima”…

Nel complesso Ashes & Dust è un album molto personale, alcune canzoni sarebbero risultate bene in un lavoro dei Muli o degli Allmans e come ha raccontato lo stesso Warren “questo è l’album più biografico, non autobiografico, che abbia mai fatto” che si riferisce a persone, situazioni e relazioni reali e davvero importanti per lui. 

L’ascolto è piacevole e adatto come colonna sonora in una highway sabbiosa e desolata di quell’America dei film oppure, tradotto in linguaggio nostrano, il disco potrebbe andare bene anche per alleviare il patimento della Salerno-Reggio Calabria di rientro dalle vacanze estive.

Sono tredici i brani inclusi nell’album che complessivamente esauriscono il minutaggio offerto da un singolo formato cd: un paio di tracce forse sono anche di troppo ma la bontà del disco cresce ascolto dopo ascolto. Di ottimo impatto Coal Tattoo, storia di un minatore e cover di Billy Ed Wheeler; Gold Dust Woman, cover dei Fleetwood Mac cantata in duetto con Grace Potter; Glory Road, un racconto di un cacciatore di taglie di Ray Sisk e la ballata Wanderlust. Una menzione speciale va fatta per la cosmica Spots of Time scritta con il Dead Phil Lesh che, nella versione in studio, sfiora i nove minuti e che si presta particolarmente bene a lunghe jam live: già eseguita dal vivo diverse volte con gli ultimi Allman Brothers Band, il brano sarebbe dovuto essere incluso nel disco finale degli ABB poi mai pubblicato. 

Le sorprese continuano con l’ascolto del secondo CD contenuto nella sola versione Deluxe. Si tratta di brani già presenti nel primo disco, ovvero i primi quattro sono dei demo in cui Warren si presenta in versione essenziale, “stripped”, in cui risalta la sua voce calda e pulita e la sua chitarra acustica puntuale e precisa.  È proprio grazie a questo formato che si riesce a prestare maggiore attenzione alle parole e si scoprono le sue doti da songwriter.  Infatti in Company Man Warren racconta la storia di suo padre che, dopo 23 anni di lavoro nello stesso supermercato, viene “scaricato” perché non ha voluto trasferire la sua famiglia lontana dal Sud.

Si è dovuto riadattare e accettare il lavoro in una fabbrica con dipendenti molto più giovani e con ruoli più importanti di lui. Un bellissimo pezzo che non ha la pretesa di ergersi a manifesto contro il mondo delle multinazionali e che da solo vale più di tutto (lo scadente) The Monsanto Years di Neil Young (che tra l’altro è in cima ai consigli di Amazon per chi ha acquistato A&D…) e dove emerge tutta la stima di Warren per il padre e per i suoi principi e valori tradizionali. New Year’s Eve è malinconica e struggente: durante la lunga notte dell’ultimo dell’anno (magari dopo una serata al Beacon Theatre…), quando ancora tutti stanno festeggiando, il protagonista si prende una pausa e rimane solo con i propri pensieri e con un bicchiere di whisky. È il momento per prendere coscienza che c’è sempre qualcosa o qualcuno che manca: “vecchi amici o tempi lontani che non tornano più”, per fare buoni propositi: “l’anno prossimo sarà migliore” e per riflettere sull’esistenza: “cosa ne sarebbe stato della mia vita se non avessi avuto gli angeli in mia difesa”? Quando rientra tutti sono già andati a casa ed il nuovo anno è arrivato. 

Infine nel cd è inclusa una versione live di Hallelujah Boulevard in cui Warren, strimpellando la sua chitarra presenta il brano spiegando la genesi del pezzo sul palco della Angel Orensanz Foundation di NY: “Ho scritto la canzone tanti anni fa ma poi non l’ho eseguita più tanto spesso. L’ho scritta per la morte della moglie di un mio caro amico, sono andato al funerale che si è tenuto in un piccolo paese e il prete disse – ooohhh se n’è andata ma ora la sto vedendo, è in paradiso e sta camminando lungo Hallelujah Boulevard – … ed io ho pensato, ma che roba bizzarra da dire! Anzitutto come lo può sapere? Ci sono dei momenti in cui mi piace essere una persona spirituale ma… nessuno sa davvero come stiano le cose dall’altra parte… chi sa non può parlare (riferito ai defunti)… purtroppo chi non sa parla troppo! Pertanto ho scritto questa canzone: “We don’t need a miracle, we don’t need nothin’ but ourselves” (non abbiamo bisogno di un miracolo, non abbiamo bisogno altro che di noi stessi)”.

Eppure ci sono dei testimoni che i miracoli esistono e che questi accadono tutti i giorni. A volte per accorgersene basta solo prestare attenzione e mettersi all’ascolto. 

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