LISA HANNIGAN/ Il concerto al Fabrique di Milano: canzoni di affezione e morte

- Alessandro Berni

Una figura vestita di nero che canta il dolore della perdita e la possibilità di rinascita. Lisa Hannigan ha confermato le sue più alte qualità. La recensione di ALESSANDRO BERNI

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Lisa Hannigan

L’entrata sul palco vede solo lei e il suo mandolino (situazione che si riproporrà più avanti nella performance in solitaria di Passenger). In realtà c’è un terzo elemento, quasi un ospite fantasma che viene introdotto in punta di piedi come un riflesso che diventerà ricorrente durante lo show.  E’ la profonda ferita che pervade da subito con un dolce senso di empatia e tenerezza il prolungato trasporto vocale dell’introduttiva Little Bird.
E’ una Lisa Hannigan in vena di confessioni ultime quella che riempie la scena di un sereno senso di abbandono su uno sfondo venato di dolore.  C’è in lei un portamento e una fisicità che avverte ma al contempo rassicura che quel sentore di perdita non avrà l’ultima parola.  Forse per questo porta una lunga veste di color nero opaco, quasi a rappresentare una via di mezzo tra una sposa vestita a lutto e una intrepida eroina di strada.  

Vuole che  le canzoni di affezione e morte, luci e tenebre del nuovo lavoro “At Swim” – qui riproposto nella sua interezza – passino nella loro giusta dimensione.  Vuole lasciare intendere che nella morte inevitabile di cui rende conto, ci sarà sempre la lunga ombra del suo respiro e del suo sguardo a cullarti e prenderti per mano.  
E’ questo lo spirito con cui l’altra sera al Fabrique di Milano la Hannigan ha ammaliato e tenuto in pugno il pubblico accorso generosamente a condividerne slanci e inquietudini.  E’ quel fenomeno strano per cui la caducità rappresentata con realismo nelle atmosfere sommesse di Fall e Snow, intravede un punto di fuga nella dolce energia comunicativa di Prayer for The Dying, come una ninna nanna cantata da una dimensione “altra”, da una maternità trascendente.

Il senso del navigare e del lasciarsi trasportare dalle onde verso una meta ancora da decifrare sottende ogni passaggio del concerto, da una Ora che nel titolo sembra voler accostare tramite anagramma il “remare”  (il termine inglese “oar”) al pregare del termine latino, alle catarsi sonore di We The Drowned, Funeral Suite, Barton e Lo, sino all’ultimo bis di una A Sail che sembra messa lì volutamente come esortazione finale.

E questa sembra essere in qualche modo la direzione della bonus track Flower.  “Vieni a trovarmi, porta con te un po’ di fiori e rimani finché non siano appassiti“.  La singer songwriter irlandese cerca di perpetuare in tempo reale la sua esperienza di smarrimento e ritrovamento, condividendola sul campo e lasciandola in dote a ciascuno.  E’ la personale rinascita che viene affidata al pubblico dei suoi concerti, persino attraverso il solo linguaggio della musica, con la voce sottile e purissima della Hannigan e la disposizione dei musicisti sul palco.  Ma è una rinascita che non fa sconti.  Dà del tu alla morte come si dà del tu al proprio sposo.

In primo piano al centro lei, sulla sinistra il tastierista Gavin Glass, sulla destra la cantautrice-polistrumentista americana Heather Woods Broderick (tra l’altro valida supporter della serata).  Anche loro in un look nero opaco tra il tenebroso e lo “street”. In secondo piano il batterista Ross Turner e il bassista/contrabbassista Shane Fitzsimons – avvolti in abiti bianchi – si incaricano di animare il suono nelle fasi più vivaci.  Alcune per vocazione come la smagliante tirata folk di Knots e la liberatoria What’ll Do, altre per elezione.  Come unaUndertow il cui apparato ritmico nella dimensione live si fa concitato, tra i colori del piano di Glass, quelli delle corde della Woods Broderick e le armonie vocali stratiformi di tutta la band.  Il senso è quello di un affresco, il tenore quello di un’epopea che strappa la più calda standing ovation della serata.  In queste ed altri brevi fasi di sola musica la stessa Hannigan va a pizzicare tasti e manico di un harmonium, mentre i caratteristici intarsi vocali di gran parte delle canzoni del nuovo album rivivono grazie al contributo costante della bravissima ospite.

Il tripudio finale di applausi tradisce una punta di commozione nel sorriso della nostra.  Giovanissimi, meno giovani, appassionati di musica moderatamente maturi o decisamente adulti, ragazze che incarnano la controparte italiana del fascino simil-Hannigan.   

Non è azzardato affermare che Lisa Hannigan – questa Lisa Hannigan – ti sta cercando.  Per conquistarti e rialzarti, e per tutto questo bastano non più di ottanta minuti vissuti intensamente. 

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