CONSERVATORIO/ Classica: non è musica per vecchi

- La Redazione

Perché definirla “musica classica”? E’ solo qualcosa per vecchi? SOFIA MARZORATI propone alcune osservazioni sul valore della musica in quanto tale, ecco di cosa si tratta

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Immagine di archivio

«I giovani sono per natura curiosi ed appassionati, sta a noi saperli coinvolgere e interessarli. Purtroppo in questo le istituzioni non aiutano,  nemmeno le radio o le televisioni,  che trasmettono la musica classica alle tre di notte. Ritengo che per par condicio andrebbe diffusa la miniera di capolavori di musica classica e opere, accanto a tutto il resto, credo farebbe la gioia anche dei giovani. Pensando alla storia della musica in fondo anche le icone del rock e della musica pop sono partiti da una buona conoscenza della musica classica».

Rispondeva così, il violinista Uto Ughi, lo scorso anno  in un’ ntervista a seguito di un suo concerto al Conservatorio di Riva del Garda con i Filarmonici di Roma.

Sono più che convinta che nelle sue parole ci sia del vero. Credo che la dilagante ignoranza in campo musicale sia dovuta ad una scarsa considerazione attribuita alla cosiddetta classica da parte di media e istituzioni. Intanto, a voler essere precisi, è già di per sé un errore la definizione classica. Tale aggettivo, infatti,  dovrebbe essere collocato esclusivamente al periodo classico, corrispondente al Settecento. Seguendo questa linea d’onda, sarebbe un errore madornale definire J.S. Bach un classico, poiché vive ed opera in piena epoca barocca! Definendolo classico, commetteremmo un errore pari al dire che Gericault, Monet, Piero della Francesca e Giotto sono  tutti artisti classici! Infine, attribuendo agli altri generi musicali di oggi (rock, pop, metal, hip-hop) l’aggettivo contemporaneo sbagliamo. La musica contemporanea è quella di artisti quali, Bruno Bettinelli, Luciano Berio, Sonia Bo, Alessandro Solbiati, Giorgio Battistelli e molti altri. 

Facciamo un grosso salto indietro nel tempo… fino ad arrivare al IV secolo a.C.

Nella Repubblica, Platone, affida le anime dei Guardiani alle virtù della  “Mousikè“; allo stesso modo, nelle Leggi, fa con le anime dei cittadini dello stato ideale ed infine, nel Timeo, con la parte più profonda dell’anima umana. Nasce spontanea, a questo punto, una riflessione: è palese che, nel mondo platonico, la musica assume una rilevanza certamente non di poco conto, tanto da eseguire uno studio a dir poco approfondito delle modalità attraverso le quali la musica si “prende cura dell’anima”. 

Il significato dell’analisi platonica di una “musica per l’anima” può essere compresa facendo chiarezza sul legame presente tra il motivo della purificazione ed il fenomeno dell’incantesimo. Tale procedimento necessita di una divisione; si deve innanzitutto riflettere sulla  “mousikè” e sulle sue infinite qualità, per poi passare ad un intimo studio della “psykè”, della sua natura e dei suoi rapporti con i sensi.

Alcune testimonianze di come la musica intervenga nell’interiorità umana, si hanno già a partire dalla Repubblica, dove, tramite Glaucone, Platone si mostra convinto del fatto che la musica sia in grado di modellare l’anima, conferendole armoniosa bellezza. Nell’affermare ciò, Platone, aderisce perfettamente alla dilagante teoria dell’ethos musicale. Punto centrale del pensiero platonico è che, durante qualsiasi lavoro sull’anima, ritmo e armonia non chiamano mai in causa la ragione. Infatti, l’azione della musica sull’anima è così distante dal “logos“ da poter essere portata a compimento ancora prima che la capacità di usare il raziocinio venga plasmata. 

Ora, offrire l’anima all’incantesimo musicale non significa soltanto nutrire l’anima di virtù, ma anche prendersi cura del  suo assetto e creare al suo interno una symphonia,  ovvero la sua salute.  L’epodé si rivela uno strumento catartico, ma emerge anche l’idea che ciò è  possibile solo grazie al fatto che la struttura originaria della psyché ha qualcosa di musicale. Nutrire il proprio animo con l’apprendimento della musica, significa, dunque, non permettere che qualcosa snaturi l’anima. Sarà il Timeo a mostrare, nella maniera più efficace, questa relazione tra le virtù curative della mousiké e la struttura dell’anima, chiarendo anche cosa spinge Platone ad affidare alle cure della musica la parte migliore dell’uomo.

Come ben capiamo da queste testimonianze, già in epoche antichissime, la musica era considerata una delle discipline più importanti della vita umana. Essa è la più adatta a conferire all’anima quell’arricchimento interiore, capace di innalzare il nostro livello spirituale a livelli altissimi. 

Perché, dunque, considerare la musica ( quella erroneamente definita classica ) “passata”, “superata”, “noiosa”,  o addirittura, “per vecchi” …???? 

Credo ( e voglio sperare ) solo per il semplice fatto che, noi umani, tendiamo sempre ad apprezzare ciò che già conosciamo e ad essere stupidamente diffidenti di quel che ancora ignoriamo. 

(Sofia Marzorati)

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