ROUTE 61/ L’incoscienza di fare dischi: intervista a Ermanno Labianca (prima parte)

- Paolo Vites

In un quadro dove ai dischi fisici si preferisce la cosiddetta musica liquida, Ermanno Labianca, storico nome del giornalismo rock, rischia controcorrente. L’intervista di PAOLO VITES

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Ermanno Labianca con David Crosby

Due nuovi dischi usciti in queste ultime settimane ci danno l’occasione di parlare della Route 61, una etichetta discografica tutta italiana che si caratterizza per più di un positivo aspetto. La sua internazionalità (nomi di spessore come Elliott Murphy, Marcus Eaton, Kim Erickson, Carolyne Mas) e allo stesso tempo la voglia di lanciare nuovi talenti della canzone d’autore italiana, anche se cantano in inglese. In questo senso, gli ultimi due dischi, “Love is the Only Law” di Daniele Tenca, e “Dichotomy” della coppia Hernandez & Sampedro, sono ottimi esempi: produzione di classe per Tenca (il bluesman americano Guy Davis) e canzoni dal piacevole gusto vintage californiano anni 70 per H&S. Non ultimo, la straordinaria cura del packaging, confezioni curatissime che ricordano lo splendore dei vecchi album in vinile. Abbiamo chiesto a Ermanno Labianca, fondatore e direttore artistico della Route 61 nonché nome storico del giornalismo rock italiano, di introdurci a questa fantastica avventura.

Cosa c’è dietro l’idea di aprire un’etichetta discografica in un momento storico in cui i dischi non si vendono più? Pazzia? Incoscienza? Amore?

Tutte e tre le cose. Non ci facciamo mancare nulla. L’amore è lì a parare qualche danno prodotto dalla pazzia e dall’incoscienza. Ci aggiungerei la prudenza, che è necessaria. Stiamo attenti alle tirature, cerchiamo di assecondare il nostro gusto senza eccedere perché tutto non si può pubblicare, così qualche rinuncia è d’obbligo. Ma per restare all’avvio della tua domanda aggiungo che l’idea, precisa, da subito, è stata quelle di creare un piccolo polo culturale che fosse un ponte tra l’Italia e l’America e potesse mettere a frutto i tanti contatti e le esperienze che io e i miei soci abbiamo stratificato in tanti anni di passione concreta per la musica.

A parte qualche raro caso come l’Orchestraccia il vostro repertorio si basa su artisti americani o italiani che cantano in inglese. Perché? Non pensi che un italiano che canta in inglese sia un po’ come un abitante del Nebraska che fa un disco di canti degli alpini?

C’è un comune denominatore tra tutte le produzioni ed è la parola “roots” ovvero radici. Individuarla significa comprendere e semplificare il piccolo messaggio nascosto che c’è dietro il nostro lavoro. Cerchiamo di produrre musica e musicisti in grado di non smarrire mai quei suoni che ci hanno preceduto e formato. E’ “roots” ciò che abbraccia il blues, il country, il folk e il soul che sono alla base di tutto. L’Orchestraccia e il folk romanesco espresso dalla canzone popolare della mia città sono stati un felice esperimento che potrebbe ripetersi con altri nomi e non un caso anomalo nella linea dell’etichetta. Qualche titolista ha scritto “il blues del Tevere” e questo dice molto anche se non tutto di quella produzione piena di ardore e di talento che siamo andati a scoprire e a sostenere quando Edoardo Leo non era popolare come adesso e Diego Bianchi non faceva ancora Gazebo su Rai Tre. Abbiamo intuito che c’era del potenziale. Non era America ma aveva secondo noi la forza di certi dischi americani che mescolano murder ballads e canzoni ultracentenarie recuperate dal cassetto di una nonna. Anche il disco di Maremma Orchestra, messo insieme dal cantautore Filippo Gatti, e come l’Orchestraccia parte della nostra collana “Italian Popular Music”, è un disco di memoria e tradizione di cui andiamo molto orgogliosi.

Il resto – anche se gli orizzonti potrebbero allargarsi – ha a che fare con quanto ho detto prima, ovvero con l’amore grande di tutti noi per i suoni nordamericani. Non sono arrivati a caso Elliott Murphy, Carolyne Mas e Marcus Eaton, musica d’autore che origina proprio lì. 

Dunque una sorta di “raccordo” musicale…

Route 61 vuole essere un approdo europeo per quelle scena ancora vitale, costituita da nomi di lunga esperienza e anche di giovani talenti, che non trova contratti e la giusta attenzione in casa propria. Che Murphy non abbia da anni un’etichetta disposta a diffondere la sua musica nel suo paese è una cosa incomprensibile.

Sulla questione dell’inglese cantato dai nostri ti seguo. Io sarei il primo a meravigliarmi e a puntare il fucile se quattro giovanotti dell’Arkansas venissero a prendere i canti della Basilicata e ne facessero un disco registrando quel repertorio in uno studio a ridosso di una highway appena fuori Little Rock. Mi chiederei “che c’entra?”. Poi però proverei ad ascoltare per capire se è competitivo, in tutti i sensi. Il blues di Tenca è stato apprezzato dagli americani che laggiù si sono ritrovati davanti Daniele in qualche festival. Vederlo prodotto oggi da Guy Davis, che è stato Robert Johnson nei teatri di Broadway, è una bella soddisfazione. Graziano Romani l’ho portato io in America ai tempi dei Rocking Chairs – pieni anni Ottanta – a lavorare con Murphy, Robert Gordon, gli Uptown Horns e con i migliori musicisti di New York e Nashville. Mi sarei fermato, ci sarebbe venuto qualche dubbio, se non avessi raccolto impressioni più che favorevoli su quello che stavamo facendo. C’è da dire che noi italiani non è un giorno che teniamo rapporti stretti con quel mondo lì. C’è chi ha imparato parecchio e ha fatto tesoro di consigli raccolti sul campo e c’è chi è più improvvisato e, francamente, più indietro. Io cerco di lavorare con i più competitivi, sperando che il pubblico se ne accorga. Non c’è l’ambizione di realizzare musica che i nordamericani e gli anglofoni in generale possano percepire come realizzata lì, da madrelingua, ma che abbia un impatto più che onorevole su di loro questo si. 

Per cui ho torto, come sempre?

Se mi arrivasse dall’America oggi un disco come Dichotomy di Hernandez & Sampedro, che producono con amore west coast music come se fossero a Los Angeles anzichè a Ravenna, da fan di quel suono ne sarei molto incuriosito. Provo a non pensare che quei pezzi li hanno scritti da due ragazzi italiani e li trovo molto belli. Riprendo fiato, scusami, ho detto troppo? La tua domanda ha centrato il cuore del nostro lavoro e del nostro pensiero.

Tra le tante produzioni, penso che Music Is Love il tributo a CSNY sia un disco davvero eccezionale, degno di una major di una volta. E’ stato faticoso realizzarlo?

Alcuni dischi sono difficili da realizzare per via delle relazioni personali. Quella dei musicisti e degli artisti in generale è una sfera difficile, complicata: le incomprensioni, i contrasti e anche l’irriconoscenza sono sempre dietro l’angolo. Altri lo sono perché vanno fatte combaciare le aspettative di chi ha il nome sulla copertina e di chi – noi – quella copertina e tutto il resto deve realizzare e commercializzare, badando a far funzionare tutto, a far quadrare i conti e a non vanificare gli sforzi di tutti. Non è mai facile, sono richiesti una grande intesa e rispetto reciproci.

Music Is Love, che ha rappresentato un momento di enorme soddisfazione per l’etichetta, è stato un progetto assai complesso perché, proprio come accade in una major, abbiamo avuto a che fare, trattandosi di un tributo, per giunta doppio (alla musica di Crosby, Stills, Nash & Young, N.d.I.), con un numero elevatissimo di artisti, produttori, musicisti, manager e fotografi. Fondamentale è stata l’esperienza già fatta da solo, prima che l’etichetta si allargasse a due/tre soci oltre me, con i due tributi a Springsteen, uno per la Sony negli anni Novanta, l’altro di fatto il progetto che ha aperto nel 2010 le attività di Route 61. Nel caso di Music Is Lovealcuni rapporti e relazioni sono stati facilitati dalla conoscenza diretta di alcuni dei protagonisti, ma in molti casi sono serviti contratti, accordi precisi, liberatorie. Un peso enorme per le poche persone che siamo in etichetta ma ce l’abbiamo fatta. E con risultati che ci rendono orgogliosi perché è vero che si tratta di un disco che potrebbe essere il frutto del lavoro di un’equipe molto più estesa e strutturata della nostra. Tenere nello stesso progetto star degli anni Sessanta come Judy Collins, artisti di culto nati nei Settanta e negli Ottanta come Murphy, Nile, Wynn, Griffin e talenti della nuova scena come Bocephus King e Marcus Eaton, trovare quella grande, magica armonia che ha ispirato il tutto è stato frutto di una dedizione e di una pazienza enormi che avrebbero meritato il premio di una release internazionale ad opera di un’etichetta più forte della nostra. E’ un prodotto che abbiamo venduto bene, facendo sforzi di ogni tipo siamo riusciti a farlo uscire dal nostro paese, abbiamo raccolto consensi, gli artisti ci hanno risposto fieri e pieni di partecipazione per la riuscita, ma il rammarico per la diffusione tutto sommato contenuta è grande. Lo avesse prodotto una major americana, con gli stessi identici contenuti, sia musicali che grafici, avrebbe venduto nel mondo cinquanta volte di più. Ma siamo consapevoli dei limiti di una indie italiana. E’ stato già un miracolo allestire un cast di quel tipo e portarlo a quei risultati, curando in molti casi la produzione artistica noi stessi accanto a quei nomi, alcuni dei quali ci hanno scritto di non aver mai partecipato a nulla di più coinvolgente dal punto di vista umano e più bello esteticamente. Ne siamo usciti esausti ma molto appagati.

Le vostre produzioni si distinguono per una cura grafica straordinaria, come gli lp di una volta. Un modo per dire che la musica non è solo streaming, ma un oggetto concreto, come un bel libro?

Esattamente. In un’epoca in cui la qualità media di tutto è in drastico calo noi facciamo quel che possiamo per assecondare il nostro gusto e far sopravvivere quella cura e quello stile che abbiamo apprezzato nei dischi che riteniamo formativi. Così miriamo a un pubblico attento, colto, amante delle belle cose, delle informazioni, appassionato della musica che compra. Non necessariamente un popolo che osteggi lo streaming, che ormai fa parte del nostro modo di fruire la musica e non possiamo certo ostacolarlo, ma che sia pronto ad apprezzare come hai fatto tu – e per questo ti ringrazio a nome di tutti – la cura che mettiamo nella confezione. Lavoro accanto ai grafici da sempre, da quando facevo i giornali e stavo in redazione. Ho imparato molto da loro ma so anche di mio cosa voglio. Scelgo persone che non siano distanti dalla musica e che sappiano capire cosa stiamo facendo. Quando realizziamo insieme l’artwork accade qualcosa che ritengo il proseguimento di ciò che era successo in studio. E’ un po’ come continuare a suonare. Si deve aggiungere qualcosa che sia compatibile con la musica, che la interpreti e la rispetti. 

Chi fa dischi con noi, chi ci dona la propria musica, questo lo ha capito o glielo facciamo capire. La grafica è parte del progetto Route 61 e nulla è lasciato al caso. Murphy ha pubblicato il suo Aquashow Decostructed in vari paesi. L’Italia ha una grafica esclusiva, che parte da quella da lui pensata in origine ma che è stata rivista e modificata nella nostra edizione. Oggi è per Elliott quella di riferimento, quella che lui preferisce. Esaurite le tirature in alcuni paesi ora è la nostra versione quella che gira di più. Recentemente è stato presentato in Spagna il film/documentario sulla sua vita, “The second act of Elliott Murphy” diretto da Jorge Arenillas, con interventi di Billy Joel, Bruce Springsteen e Willie Nile: alle premiere di Barcellona, Saragozza e San Sebastian è stato dato ai media il cd prodotto dalla Route 61 ed quello che spesso Elliott vende nei suoi concerti europei.  

(fine prima parte) 

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