POSTA NOTTURNA/ Solo (tra il nero dello Spazio e la Luna)

- Corrado Sala

Pochi sanno che uno degli astronauti della missione Apolo 11, quelli che per primi sbarcarono sulla Luna, Michael Collins, era nato a Roma. Il racconto di CORRADO SALA

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Immagine di Corrado Sala

Minus 20 in counting… 19..18..17..16..15..14..13..12..11..10..9..8..7..6..5.. we have ignition..3..2..1.. We have lift off. 

È passato così tanto tempo, quarantasette anni, e mi chiedo se sono ancora lo stesso. Quel conto alla rovescia, però, non l’ho mai dimenticarlo. Ogni volta che alzo gli occhi e guardo la Luna, sento quella voce che conta a ritroso: sette… sei… cinque… we have ignition – accensione – … tre… due… uno… we have lift off – decollo. Quel conto alla rovescia, pensate, è finito anche in una canzone dei Byrds dove c’è il mio nome: “Armstrong, Aldrin, Collins”. 

Kennedy Space Center, ore 8:32 di mercoledì 16 luglio 1969: è l’ora di partenza della missione “Apollo 11”. I bracci che tengono fermo il razzo Saturno V si staccano di colpo e la spinta dei motori, quasi settecentomila chilogrammi, in due minuti e mezzo, ad una velocità di ottomila e seicento chilometri all’ora, ci porta a sessantuno chilometri di altezza. A ricordarli, questi numeri, fanno paura ancora oggi.

Chi sono io? Mi chiamo Michael Collins e sono nato al numero 16 di via Tevere a Roma, esattamente il 31 ottobre del 1930. Mio padre, un militare, era a quell’epoca in servizio presso l’ambasciata americana in Italia. Questa cosa, che io sia nato in Italia, però non la conosce nessuno. 

Tutti, invece, sanno che sono uno dei tre astronauti della missione Apollo 11, la prima che portò gli uomini sulla Luna. Eravamo in tre: io, Neil e Buzz. Neil Armstrong, che scese per primo, e Buzz Aldrin che lo fece poco dopo. Io non scesi e quella fu l’esperienza più terribile della mia vita. Rimasi in orbita attorno alla Luna, solo per ventuno ore e mezza. Quando si staccò il LEM, il modulo lunare con a bordo Armstrong e Aldrin, pensai che non ci saremmo più incontrati. Lo vidi andare via sotto al Columbia, la navicella sulla quale rimasi io, e quando proseguendo nell’orbita mi ritrovai dall’altra parte della Luna, quella buia, pensai che mentre tutto il mondo sognava attaccato ai televisori, io ero l’uomo più solo in tutto l’universo. Quello più distante da qualsiasi altro essere umano. 

Solo anni dopo, ascoltando una canzone dei Pink Floyd, “Time”, ho riprovato quella stessa sensazione di solitudine e vertigine. Una solitudine cosmica – è proprio il caso di dirlo –  e un senso di vertigine piantati come un artiglio dietro alla schiena. Il rullo dei tamburi carico di eco, le pennate secche di basso, gli accordi pieni e sospesi di chitarra, l’arpeggio spiritato al Mellotron. Quella canzone mi ha riportato in orbita attorno alla Luna. Erano già passati quattro anni – la canzone dei Pink Floyd è del 1973 – e io con molta fatica mi stavo riprendendo da quelle terribili ore di solitudine. 

Solitudine? In realtà è proprio questo che mi chiedo da quarantasette anni. Ero solo per davvero? Appena l’orbita che seguivo mi portò sul lato buio della Luna, decisi di andare a dormire. A Huston, prima di partire, la NASA ci aveva fornito dei tranquillanti. Sapevano che avremmo passato momenti di terrore puro, così, prima di coricarmi nell’apposito vano, programmai la rotta, inserii il pilota automatico e presi due capsule di Diazepam. Mi addormentai quasi subito. Appena il tempo di vedere fuori dall’oblò un volto, o quello che mi parve tale.

Qualcosa che passò come un fulmine davanti al vetro, ad una velocità supersonica ma che, appena transitato, tornò indietro, si mise fermo, come se galleggiasse nello spazio siderale, e appoggiò un palmo sul vetro che coprì interamente l’oblò. Feci in tempo a scattare una foto ma, contemporaneamente, il Diazepam fece effetto. Gli occhi mi si chiusero come fossero sotto il peso di due incudini. Non ricordo più nulla. Quando mi svegliai non c’era più nulla. Svanito il palmo aperto insieme al mio misterioso interlocutore. 

Sono anni che ci penso, ormai sono vecchio e vicino alla fine di questa vita ed è venuta l’ora di mettere un punto fermo. Tra noi non ne abbiamo mai parlato e non so se anche i miei compagni di viaggio videro qualcosa. Neil è morto ormai da anni e a lui non potrò più chiedere nulla. Se n’è andato il 25 agosto del 2012. L’unico rimasto è Buzz. Buzz Aldrin. Non credo però che vorrà parlare. Al ritorno dalla Luna fu colto da una fortissima depressione e cominciò a bere. Non ne è mai venuto fuori. Adesso è un vecchio di ottantasei anni, esattamente come me. A differenza mia, lui a suo modo l’inquietudine l’ha vinta: col Gin e col Whiskey. Io non ce l’ho fatta. Ho provato a bere ma l’unica cosa che ne ho ottenuto è stato il voltastomaco. Non sono riuscito mai ad andare oltre la sbronza. Il resto è ossessione. Un’ossessione che dura ormai da troppo tempo. Chi era quella presenza che ho avvertito prima di addormentarmi, quel volto che per un attimo mi è entrato dentro come una lama affilata? Nel buio assoluto, di chi era quel palmo sull’oblò. Quella foto che feci, non ebbi mai il coraggio di svilupparla. Conservo ancora la pellicola, il rullino fotografico, e ogni volta che apro quel cassetto dov’è custodito sono attraversato da un senso di paura, terrore che mi scuote come fosse corrente elettrica. Molte volte sono stato tentato di affrontare questo mistero e proprio ieri ho letto di una ditta di Londra capace di sviluppare vecchie pellicole. Adesso è venuta l’ora, il momento di chiudere questo cerchio. Non so quanto tempo mi resta, ottantasei anni sono tanti ed è arrivata l’ora. Neil è morto, Buzz è perso per sempre. Resto io, solo io e questo maledetto rotolino fotografico che conservo da quarantasette anni.

Battersea Power Station, 188 Kirtling St, London SW8 5BN, United Kingdom. È questo il nome della ditta e l’indirizzo. Ho già spedito e devo aspettare due settimane per ricevere una risposta e, forse, le stampe. “Non è certo che si possano stampare, signore, ma faremo del nostro meglio”, mi ha detto con voce di velluto una signorina dall’altro capo del filo quando ho chiamato. La risposta è arrivata prima del previsto, dodici giorni. Una sola foto, di un intero rotolino è stato possibile stampare una sola foto. È il palmo di una mano destra a cui mancano due falangi al dito medio. 

È terribile, faccio fatica a crederci e ho gli occhi pieni di lacrime. Papà era un pilota di guerra. Morì in Europa il 20 luglio del 1944, esattamente venticinque anni prima dello sbarco sulla Luna. Era a bordo del suo aereo, un Boeing B-17, quando la “Fortezza volante” – quel tipo di aerei erano stati ribattezzati così – venne centrata dalla contraerea. Di lui nessuno seppe più nulla, non venne mai trovato, probabilmente disintegrato dall’esplosione. Volare era il suo destino, come il mio. Morì così, in volo, ma non è per questo che piango. C’è un’altra ragione. 

Dopo essere stato Italia, nel 1937 mio padre venne trasferito a Porto Rico. Fu lì, durante la costruzione di una baracca, che una lamiera gli cascò sulla mano destra recidendogli due falangi del dito medio. Nonostante questa menomazione fu chiamato in guerra. Non lo vedemmo più, non lo vidi più. Mi è mancato tanto e per anni mi sono chiesto dove fosse. Adesso lo so. Durante quelle ventuno ore e mezza passate tra il nero, lo Spazio e la Luna, non ero solo.

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