OPERA/ Il ciclone “Benvenuto Cellini” di Berlioz travolge il pubblico romano

- Giuseppe Pennisi

A Roma il 22 marzo alla prima di Benvenuto Cellini di Hector Berlioz un successo di grandi proporzioni per l’opera maledetta del compositore. La recensione di GIUSEPPE PENNISI

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Marco Spotti interpreta il Papa. Foto di Yasuko Kageyama

Grande successo a Roma il 22 marzo alla prima di Benvenuto Cellini di Hector Berlioz. Dopo tre e ore mezzo divise da un unico intervallo, ci sono stati quindici minuti di ovazioni; nel corso dello spettacolo, c’erano stati applausi a scena aperta dopo i principali numeri musicali. Pubblico non solo di abbonati, ma anche di giovani, attratti dalla nuova politica del Teatro dell’Opera di facilitazioni per attrarre un nuovo pubblico. Eppure, Benvenuto Cellini è un lavoro quasi sconosciuto  opera di ambientazione romana per eccellenza (nei giorni tra il Carnevale e il Venerdì delle Ceneri , in luoghi come i Palazzi Vaticani e Piazza Colonna) è solo la seconda volta che viene messa in scena nella capitale.

Al pari di altri lavori di Berlioz per il teatro in musica, Benvenuto Cellini è un’opera “maledetta”. Berlioz venne senza dubbio influenzato dal suo soggiorno a Villa Medici come vincitore del prestigioso “Prix de Rome” e dalla lettura dell’autobiografia dell’artista rinascimentale. L’opera è  soprattutto  un’autobiografia metabolizzata in modo molto personale: Berlioz si riconosceva in Cellini in quanto ‘genio e sregolatezza’ , artista unico in un mondo in cui soltanto pochi lo comprendevano, ma iniettava una buona dose di autoironia nei confronti sia di Cellini sia del contorno – dalla burocrazia vaticana, ai sicofanti e questuanti che la circondavano, al Papa in persona.

Venne progettata inizialmente comegrand opéra in cinque atti, poi come opéra comique in due atti con parti recitate e numeri musicali, ma debuttò infine il 10 settembre del 1838 come opéra lyrique e tonfò miseramente (pare anche a ragione dell’inadeguatezza degli interpreti). Venne riesumata da Listz per il Teatro di Weimar Poche le riprese nell’Ottocento: in boemo a Praga, in tedesco a Berlino, Strasburgo, Vienna, Zurigo).

Riappare in francese nel 1913 per l’inaugurazione del Théâtre de Champs-Elysées ma occorre aspettare sino agli Anni Sessanta perché ricominci a circolare, spesso in versione da concerto. In Italia si contano soltanto tre edizioni sceniche: alla Scala nel 1976 (importata da Covent Garden), a Firenze nel 1987 ed a Roma nel 1995. Si noti che nella ‘Histoire de la Musique’ del musicologo francese Lucien Rebatet e nella ‘Storia della Musica’ del musicologo tedesco Friedrich Blume non viene neanche menzionata e nell’enciclopedia dell’opera lirica di Gustav Kobbé (un classico del settore) le vengono dedicate poche righe che, essenzialmente, riassumono la trama. 

Solo di recente si dispone di una edizione critica, a cura dell’editore Bärenreiter, della versione che venne rappresentata a Parigi nel 1838 (la più vicina alle intenzioni di Berlioz). Indubbiamente, come rileva il musicologo inglese D. Keen Holoman, è un’opera imperfetta caratterizzata da un secondo atto ‘clumsy’ (goffo, anche musicalmente) dopo una prima parte piena di idee, energia, esuberanza, colori.

Aveva essenzialmente ragione Fedele D’Amico: ‘il Benvenuto Cellini nasce da un duplice filone romantico: Hoffmann dal cui Salvator Rosa Berlioz prese più di una situazione e l’ambiente italiano rinascimentale che sentiva come pittoresco, come esotismo- E’ questa fu la novità dell’opera: la presenza di un ambiente che non è più solo sfondo ’.

A questi aspetti strettamente musicali, si aggiungono, poi, enormi difficoltà di allestimento:: un organico orchestrale vastissimo, numerosi solisti, un coro con ruolo primario, danze e mimi. In questa nota, mi soffermo sulla parte musicale, poiché tratto altrove la drammaturgia di Terry Gilliam, che tratto in una testata dedicata a teatro.

All’applausometro i vincitori della serata sono stati il giovane soprano Mariangela Sicilia ed il tenore John Osborn . A mio avviso, il merito del successo deve essere in gran misura attribuito all’orchestra concertata  da Roberto Abbado ed al coro diretto da Roberto Gabbiani. Orchestra e coro hanno fatto sì che l’ambiente in cui si svolge l’opera non sia lo sfondo ma diventi protagonista, con i suoi colori , le sue tinte, i suoi caratteri ‘esotici’ , la sua esuberanza ‘romanesca’ quale poteva essere il rinascimento italiano agli occhi di un francese che aveva passato un anno sulle pendici del Pincio.

Hanno un ruolo importantissimo non solo nelle parti sinfoniche (quale l’ouverture) ed in quello sinfonico-corali (come il celeberrimo carnevale romano) e danno coesione ad un’opera in cui si fondono , non perfettamente, sin troppi elementi (dal drammatico al comico, dal sentimentale all’ironico, dal passionale al descrittivo).

Mariangela Sicilia mostra grande maestria sin dall’impervia aria di apertura in cui non sbaglia una nota. La voce di John Osborn è leggermente imbrunita rispetto ai tempi in cui trionfava in tutto il mondo come il Roméo di Gounod. Ciò gli si addice perché Cellini è un uomo maturo e Osborn non ha perso agilità specialmente in ascendere a spericolati acuti . Nicola Uliveri è un efficace Balducci , il tesoriere del Papa, Alessandro Luongo un comicissimo Fieramosca, Marco Spotti un Papa Clemente VII disegnato con ironia, di grande livello Vardhui Abrahamyan nel ruolo di Ascanio, l’assistente di Cellini. Bravi tutti gli altri. Ottima in tutti la dizione in francese che è piena di trabocchetti nel teatro in musica.

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