STRAGI DI BRUXELLES/ Da Chieffo a De Gregori, cosa può una canzone di fronte al Male?

- Benedetto Chieffo

Una canzone da sola può fermare il male? Come mai nessuno o quasi riesce più a scrivere canzoni di speranza? Il commento di BENEDETTO CHIEFFO

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Claudio Chieffo

Cosa può una canzone di fronte al Male dell’uomo, di fronte al male inferto a persone indifese e innocenti? A cosa serve scrivere una canzone quando accadono cose terribili?

“Rimane talvolta solo il silenzio, rimane soltanto un grande vuoto e non puoi fare altro che pregare, che chiedere a Lui che ti ha dato tutto la forza di continuare” scrive e canta gridando Claudio Chieffo in Faccia a faccia quando nel 1968 gli giunge la notizia che Martin Luther King è stato assassinato.

“Avete sparso la paura peggiore che mai si possa avere la paura di mettere figli al mondo. Per minacciare il mio bambino non nato e senza nome non valete il sangue che scorre nelle vostre vene”. Bob Dylan, rivolgendosi ai Signori della guerra, scrive queste parole nel 1963 in piena guerra fredda, oggi la guerra fredda è finita da un pezzo, ma questa canzone ci dice ancora molto e fa sorgere una domand:a c’è qualcuno oggi bisognoso e capace di scrivere parole simili?

«Una canzone è solo uno stato d’animo che un artista cerca di comunicare» ha affermato Dylan durante un’intervista del 2001 sul suo disco Love & Theft, uscito proprio l’11 settembre, un disco che tra l’altro contiene profeticamente immagini di distruzione e di fiamme.

Sembra che una canzone possa fare ben poco, eppure molte canzoni nascono da storie in cui il male sembra trionfare: alcune si limitano a denunciare il male auspicando una giustizia che è molto vicina al concetto di vendetta, altre invece ci richiamano alla Pietà e al desiderio vero di Pace che è nel cuore degli uomini. 

Tra quelle scritte da autori italiani penso ad alcune canzoni di Massimo Bubola come Sand Creek, Hanno sparato a un angelo, Cantare e portare la croce (di cui il vostro giornale ha parlato qui), ma penso soprattutto alla bellissima San Lorenzo di De Gregori, l’ultimo brano dell’albumTitanic (1982). 

San Lorenzo, suonata nel disco al piano dallo stesso De Gregori, ci riporta al primo bombardamento di Roma nel 1943: “Cadevano le bombe come neve il 19 luglio a San Lorenzo sconquassato il Verano dopo il bombardamento tornano a galla i morti e sono più di cento.” Poi il cantautore romano ci mostra un uomo che vede dal Vaticano le bombe cadere sulla propria città: “sembravano scintille l’uomo raccoglie la sua mano e i morti sono mille”. Nel ritornello qualcuno si domanda se la guerra finirà, si domanda quando si potrà tornare a gustare la pace: “e andremo a pranzo la domenica fuori porta a Cinecittà oggi pietà l’è morta ma un bel giorno rinascerà”. 

La strofa finale è dedicata a quell’uomo che in un primo momento osservava da lontano: “E il Papa la mattina da San Pietro uscì tutto da solo fra la gente e in mezzo a San Lorenzo spalancò le ali sembrava proprio un angelo con gli occhiali”. I versi si riferiscono alla testimonianza storica della foto che ritrae Pio XII nel quartiere colpito dal bombardamento. La canzone avrebbe potuto orientarsi ad accusare gli alleati di aver ucciso gente innocente, invece si sofferma sul gesto di condivisione compiuto dal Papa: il male non è cancellato, c’è una croce, un dolore grande, ma c’è l’abbraccio del vescovo che va a confortare la popolazione delle case distrutte. Non è una canzone apologetica, De Gregori colpito da quell’immagine, decide di raccontare la cosa buona che accade in quella storia.

Pochi giorni dopo l’attentato alle torri gemelle Jan Horowitz, ingegnere del suono presso DHMA, uno studio di registrazione di Manhattan, scrive via mail a Claudio Chieffo che, pochi mesi prima, aveva registrato il suo ultimo disco (Come la rosa) proprio in quello studio a NYC: «Claudio, regalaci una canzone». E così dalla condivisione di un dolore immenso nasce Hope Dance in cui Chieffo immagina la donna di una delle vittime dell’11 settembre e si immedesima in lei: “Caro amore nella fotografia mi sorridi ma sei andato via sei volato in un giorno di fuoco come un grido spezzato nel vuoto”. Dalla tragedia nascono poi una domanda e una consapevolezza: “Mio Dio dammi un segno soltanto perché possa asciugare il mio pianto, dammi un segno, una voce, un colore per cambiare la rabbia in dolore. Credevamo di essere i padroni del mare, credevamo di vivere, ma vivere non è giocare…”. Perché questa frase che sembra crudele? Cosa significa “credevamo di vivere, ma vivere non è giocare”?
Più o meno quello che accadde a Bruce Springsteen in quei giorni, quando la gente lo fermava per strada e gli chiedeva una canzone di speranza. Lui scrisse un album intero, “The Rising”, in cui sottolineava come davanti alla morte la resurrezione è possibile.

Nel suo album In alto i cuori (2013) Massimo Bubola canta: “Bisogna cantare e portare la croce Perché i figli ritrovino pace Perché troppo di niente può farli morire Perché il niente non può mai finire”.

Siamo certi che la morte violenta sia la cosa peggiore che ci può accadere? Non è peggio morire dentro ogni giorno nell’indifferenza e nella superficialità, nel “niente”? In un recente articolo il filosofo francese di origine ebraica e tunisina Fabrice Hadjadj ha affermato che i fratelli Kouachi e Coulibaly «erano perfettamente integrati, ma integrati al nulla». Cosa abbiamo da dare ai figli? Sappiamo cantare e portare la croce?

C’è una canzone poco conosciuta di Chieffo, scritta nel 1993, che si chiama Sarajevo: inizia con due domande: “Quante volte ancora dovrò guardare gli occhi dei bambini di Sarajevo prima che mi si strappi il velo intorno al cuore? E da quanti maestri dovrò bussare per trovare parole rassicuranti che mi spieghino che il male lo fanno solo gli altri?” Queste parole sembrano quasi echeggiare un’altra più nota canzone, La nuova Auschwitz: “Nel mondo nuovo che ora abbiamo creato c’è la miseria, c’è l’odio ed il peccato […] non è difficile essere come loro, non è difficile essere come loro”. Ma se la canzone del 1967 terminava con questa amara constatazione, quella scritta durante l’assedio di Sarajevo termina con una preghiera: “Vieni come un fulmine nella notte e illumina la strada, dimenticata, mostraci per cosa è fatto il nostro cuore!”.

Ora mi sembra di poter rispondere alla domanda con cui si apre questa riflessione: cosa può una canzone di fronte al Male dell’uomo, di fronte al male inferto a persone indifese e innocenti? Una canzone, così come una poesia, un quadro, così come ogni opera d’arte, può spostare un uomo verso il bene o verso il male, una canzone può fare tantissimo per l’anima di una persona, perché gli propone un’ipotesi con la quale affrontare ciò che accade e perché, anche solo ponendo domande, può mostrargli per cosa è fatto il suo cuore.

Quando mia moglie mi ha detto degli attentati di Bruxelles ho sentito bisogno di una canzone nuova, ho sentito il desiderio che qualcuno ci regalasse una canzone. Ci sono un sacco di belle canzoni che ci possono servire da bussola nel disastro della nostra contemporaneità e ci farebbe bene ascoltarle e cantarle. 

Per concludere la riflessione, senza voler esaurirla, ne cito un’ultima che, pur essendo del 1989, mi pare illuminante: “Il pastore è addormentato, i salici piangono e le montagne sono piene di pecore smarrite. […] Suona quelle campane per il cieco e il sordo, suona quelle campane per quelli di noi che sono abbandonati, suona quelle campane per i pochi eletti che giudicheranno i molti quando il gioco finirà. Suona quelle campane per il tempo che vola, per il bambino che piange quando muore l’innocenza. Suona quelle campane. […] le strade sono lunghe, la battaglia è dura e stanno cancellando la differenza fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato” (Ring them bells, Bob Dylan). 

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