BATTLES/ Il concerto: progressive rock per il Terzo Millennio?

- Luca Franceschini

Si sono esibiti a Milano richiamando un folto pubblico, nonostante la difficile proposta musicale, segno di intelligenza degli amanti della musica. La recensione di LUCA FRANCESCHINI

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I Battles

Partiamo da un dato oggettivo e lampante: i Magazzini Generali raramente li avevo visti così pieni. Non c’era tutta questa gente neppure anni fa per i Brad, che saranno stati anche sconosciuti dalle nostre parti ma che annoveravano pur sempre un certo Stone Gossard tra le loro file.

Quindi, è giusto dire che la prima delle tre date italiane dei Battles nel nostro paese è stata un successo.

Ed è una consapevolezza che ci rende ancora più contenti perché i Battles non sono un gruppo per tutti. I newyorchesi suonano un rock prevalentemente strumentale a cui i critici si sono divertiti a mettere davanti ogni serie di prefissi e aggettivi: si va da “Math” ad “Art” e “Post”, da “Experimental” ad “Alternative”. 

Tutte sigle che aiutano a definirne l’essenza ma che, come tutte le etichette, tendono ad essere limitanti. 

Di sicuro i Battles hanno nella loro scrittura le geometrie precise e nello stesso tempo la tentazione delle divagazioni strumentali di un certo rock progressivo (il chitarrista dei King Crimson Robert Fripp è da sempre una loro influenza dichiarata) ma anche le armonie e certe soluzioni ritmiche tipiche del jazz. 

Contemporaneamente, il privilegiare, più che i tecnicismi, la ripetizione quasi ossessiva di brevi frammenti sonori spesso campionati e mandati in loop, li accosta effettivamente a band come Mogwai, Tortoise o Sigur Ros, che agli inizi degli anni ’90 hanno fatto parlare di una fase “Post” nella musica rock. 

Dalla loro, i Battles hanno la capacità di fondere tutti questi elementi con una sana dose di ironia e follia che li rende senza dubbio una band interessante, forse tra le più interessanti che siano emerse sul finire del primo decennio del nuovo secolo. 

In effetti non lo diresti, ma la loro ricetta piace parecchio. Dopo il successo del singolo “Atlas”, uscito nel 2007, si sono formati un seguito di tutto rispetto e hanno suonato praticamente in tutto il mondo, vendendo pure una quantità di dischi non indifferenti. 

Ne avevo avuto un primo assaggio lo scorso anno al Primavera Sound di Barcellona, quando tennero uno showcase “segreto” in una piccola venue dalla capienza limitata e gli inviti per l’evento vennero polverizzati in pochi secondi (fu divertente in quei giorni perché girando per il Festival era praticamente impossibile trovare una persona che ci fosse andata, a quel concerto). 

Da noi sono passati diverse volte, l’ultima delle quali lo scorso autunno a Torino, e durante questa data milanese è stato piacevole ascoltare il bassista Dave Konopka rievocare le memorie della loro primissima data nella città lombarda, che lui ha detto essere avvenuta tredici anni prima (mi pare un po’ troppo presto ma magari ho capito male). 

Ad ogni modo, questa sera la risposta del pubblico è stata davvero ottima anche se il locale non è certo uno dei più grandi che ci sono a Milano. 

Il gruppo è qui per promuovere “La Di Da Di”, il loro terzo disco, uscito a settembre. Si tratta del primo lavoro interamente strumentale (i due precedenti intervallavano qualche vocals tra un brano e l’altro, a volte affidati a special guest invitati per l’occasione) e a voler essere proprio sinceri, è probabilmente quello meno interessante. La dipartita del chitarrista Tyrondai Braxton all’indomani dell’esordio “Mirrored” ha trasformato i Battles in un terzetto ma ha anche fatto perdere un po’ di freschezza e dinamicità alle loro composizioni. Se però “Gloss Drop” (grazie anche all’inserimento di parti cantate) riusciva ad essere maggiormente vario e fruibile, quest’ultimo lavoro pecca un po’ di ripetitività nelle soluzioni e il gioco delle musiche semplici e a volte buffe (ci sono certe atmosfere che possono richiamare un videogioco giapponese, per dire) dura giusto lo spazio di due o tre canzoni, non di più. 

Dal vivo però le cose sono molto diverse. Innanzitutto colpisce, entrando, la batteria posizionata al centro esatto dello stage, con un piatto Ride dall’asta altissima, quasi ad evocare metaforicamente quel microfono che resterà assente per tutta la serata (saranno infatti solo due i brani cantati, ma le parti vocali saranno preregistrate). 

Poi l’inizio è a suo modo scenografico: entra da solo il bassista Dave Konopka che si mette a smanettare per qualche minuto con effetti e pedaliere, in modo da creare in diretta quelle melodie portanti del primo pezzo che poi verranno lanciate in loop per permettere al resto della band di ricamarci sopra. 

È proprio questo l’aspetto affascinante: i loop sono creati dal vivo e in questo modo l’interazione tra l’elettronica e le parti suonate vere e proprie appare totale, tanto che diventa virtualmente impossibile distinguere. 

Il chitarrista Ian Williams è anch’esso responsabile di questa caratteristica unica: dal vivo si occupa sia del suo strumento che delle tastiere, spesso li suona contemporaneamente e i suoni sono fatti in modo tale da rendere difficile capire quale sia di volta in volta quello prevalente. 

È un concerto strumentale, ma al centro non c’è lo sfoggio della tecnica: i tre non si esibiscono in virtuosismi, fughe e assoli funambolici. Piuttosto, interagiscono a piacimento con i frammenti sonori su cui si basa ogni singolo pezzo, riempiendo e svuotando a seconda dell’occorrenza. È l’arte della ripetizione all’ennesima potenza (quella stessa che ha plasmato il Post Punk e la New Wave) valorizzata e resa unica dall’incredibile drumming di John Stanier. 

Il terzo Battle viene infatti da due band come Helmet e Tomahawk, quindi si può dire che ha imparato a picchiare duro ma anche ad essere eclettico e stralunato (dopo tutto ha suonato con Mike Patton, non esattamente un tipo a posto) come la musica del gruppo richiede. 

In effetti è lui il vero cuore pulsante dello show: versatile e potente al tempo stesso, detta i tempi e i modi delle geometrie disegnate dalla band e quando decide di entrare pesantemente su un beat non ce n’è per nessuno e il tutto si trasforma in un’orgia ritmica irresistibile. 

Da questo punto di vista, vederli dal vivo è proprio diverso che sentirli su disco: qui il sound è più caldo, il tiro è maggiore, la libertà di approccio che hanno ai vari brani non li rende mai noiosi come invece spesso accade nelle versioni in studio. 

Suonano per circa ottanta minuti che scorrono via velocissimi e che hanno in “Atlas” il proprio epicentro esplosivo: su questa, stare fermi è proprio impossibile, nonostante lo spazio vitale sia poco e il caldo sia quantomeno esagerato. 

Si conclude, piuttosto coerentemente, con “The Yabba” che è anche il brano con cui si apre il nuovo disco. Un disco che, in questa nuova veste e inframmezzato da qualche episodio del passato (anche qualche brano dei primissimi ep come “Tras 2” o “B+T”) ci è piaciuto decisamente molto di più. 

Concludiamo dicendo che la resa sonora è stata ottima e questo, considerando che i Magazzini non sono proprio uno splendore di locale, va tutto a merito della band e ai loro tecnici. Fa ridere pensare che due settimane prima i Dream Theater non sono riusciti a raggiungere la soglia della decenza in questo aspetto, pur avendo a disposizione il Teatro Arcimboldi…

Non saranno un gruppo in grado di scalare le classifiche ma questa sera i Battles hanno dimostrato che la musica, anche quella più ostica e sperimentale, se suonata come Dio comanda, può davvero arrivare a piacere a tutti. 

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