DYLAN/ I 75 anni del cantautore festeggiati con una cover di One More Cup of Coffee

- Stefano Frollano

Oggi Bob Dylan compie 75 anni e il cantautore romano Stefano Frollano ha inciso una particolarisisma cover del suo brano One More Cup of Coffee ecco di cosa si tratta

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La copertina del disco Desire

Stefano Frollano, nome noto del cantautorato italiano, una antica passione per Neil Young di cui hai inciso ed eseguito molti brani, anche ospite sul palco di CSN, ha inciso una straordinaria cover di One More Cup of Coffee uscita proprio in occasione die 75 anni di Bob Dylan sul suo nuovo ep. Questa nuova pubblicazione, centrata sull’omaggio al grande cantautore statunitense, ripresenta al pubblico anche tre brani di Frollano estratti dal suo secondo lavoro discografico,Sense of You che aveva raccolto un vasto consenso di critica qualche anno fa: The Dance, in versione radio edit con la partecipazione della cantante attrice Paola Casella, e gli straordinari interventi strumentali al piano di James Raymond e alla chitarra elettrica diJeff Pevar. I due musicisti di caratura mondiale, che vantano prestigiose collaborazioni (CSN, Joe Cocker, Ray Charles, Marc Cohn e altri) impreziosiscono non solo Chagall’s Song, brano trasmesso per una stagione intera sulle frequenze di Isoradio, ma lasciano un segno caratteristico sulla cover di Dylan, sapientemente arrangiata da Frollano in stretta collaborazione con gli Strada Aperta (storica band del Venditti degli anni d’oro),Marco Vannozzialla produzione eRodolfo Lamorgese alle percussioni. Il tutto, ingentilito dalle magiche armonie vocali di Gabriella ParavatieFrancesca Mora, collaboratrici in studio e dal vivo con l’artista. L’EP si conclude con un brano rarefatto, “Memory Of Your Love”, dove il basso  e il flicorno, suonato da un altro grande musicista italiano, Franco Piana, confermano la poliedrica scrittura di Frollano.

In esclusiva pubblichiamo la storia di One More Cup of Coffee e della sua incisione scritta da Stefano Frollano

L’avevo inseguita da anni. Ascoltata e vissuta. Poi per un periodo l’avevo messa un poco da parte fino a quando anche lei iniziò ad inseguirmi. Tra la fine del mio primo album e l’inizio del secondo , un giornalista musicale e scrittore, mi parlò di un progetto completamente italiano che avrebbe previsto la reinterpretazione di brani scritti da un certo Bob Dylan. 

Il disco avrebbe ospitato artisti conosciuti e cantautori underground liberi di scegliere una canzone dal vastissimo catalogo del cantate di Duluth. La mia decisione ricadde proprio su quel brano, la quarta traccia di ”Desire”, un album uscito nell’ormai lontano 1976. 

Mi affidai ad alcuni musicisti che avevano collaborato nel mio primo album “SF” e conoscendo la storia che c’era dietro quella canzone inseguii l’idea di volerla registrare con un arrangiamento che considerava l’influenza che i ROM e la loro musica gitana aveva avuto sulla musica, nel corso dei secoli, da quando dal lontano nord dell’India erano migrati in tutto il mondo. Un viaggio lento e costante che portò quella cultura ad influire e ad arricchirne altre. Il flamenco, il bolero e il jazz europeo (il jazz manouche) sembra derivino da loro, così come alcune danze che trovarono riscontro in diversi paesi del mondo.

 L’abbandono, la fine di un rapporto e il viaggio sono i temi che si sviluppano nel testo di Dylan che nel giorno del suo compleanno , il 24 maggio 1975, andò a visitare la città  nel sud della Francia, Saintes– Marie-de-la-Mer , capitale della  bellissima regione della Camargue. Alcuni, all’epoca dell’uscita lessero la canzone come una metafora della fine del rapporto del cantautore con Sara Lowndes.  Altri invece tennero conto delle stesse parole di Dylan “I once went to the South of France on my birthday to a festival of gypsies down there. They had come from all over the world. Anyway, I got mixed up withsomeone   and   wrote   this   song”.  

Nella   cittadina   francese   ogni   anno,   il   24   maggio   arrivano   in pellegrinaggio centinaia di gipsy da ogni parte del mondo per celebrare Santa Sara, che leggende raccontano essere stata la figlia di Gesù Cristo e Maria Maddalena. Altre storie raccontano invece che fosse la serva egiziana di colore delle tre Marie che, assieme a Giuseppe di Arimatea, fuggirono dall’Egitto   per   approdare   proprio   nella   zona   sud   della   odierna   Francia;   infine   altri   studiosi dichiarano di un mito legato all’India, luogo di origine dei ROM. Iniziai le registrazioni nell’ottobre del 2006 e il brano , con il supporto di musicisti italiani inizio’ a prendere forma in vista della pubblicazione.

Chiesi a Jeff Pevar di aggiungere la meravigliosa   chitarra  flamenco,   e   al   brano furono aggiunte delle belle voci femminili.  Il pezzo era finito ma quella produzione non ando’ mai in porto. 

Nel 2008 iniziai le registrazioni di “Sense of You” che si conclusero l’anno seguente. Pensai di inserire   il   brano   di   Dylan   ma   nel   concetto   dell’album,   uscito   poi   nel   2011,  quella cover non   trovò   una collocazione artistica corretta. La rimisi nel cassetto di nuovo. Ma sentivo che il brano funzionava e riaprendo il progetto chiesi a James Raymond di suonare daccapo la parte di piano. Cantai di nuovo la mia parte e alla fine, con la produzione e la supervisione dello staff dello Zoo Symphony Studio produssi il brano . 

 


A sei anni esatti di distanza dall’inizio dell’incisione, mi ritrovai  a New York e girovagando per la città arrivai di fronte al mitico locale The Bitter End su Bleecker street, nel cuore del Greenwich Village.  Stranamente fu l’unico locale che ritrassi in foto. Questo locale, per un breve periodo nella metà degli anni ’70, venne ribattezzato The Other End, ma i gestori , qualche tempo dopo tornarono al vecchio nome per una questione di richiamo. Fu proprio nel 1975, che Dylan, di ritorno dalla Francia, proprio in questo posto”inventò” la Rolling Thunder Revue, un carrozzone ambulante di musicisti che di lì a poco sarebbe diventato un tour , un film e un paio di lp. Seduto in un angolo di un tavolo all’interno del The Other. End, Bob scrisse della figlia del re degli zingari, immaginando la fine del rapporto con lei , parlando di due occhi come gioielli nel cielo e di un cuore misterioso e oscuro come l’oceano. Nacque così “One More Cup of Coffee (Valley Below)”. 

Non sapevo che la canzone era stata scritta là. Io scoprii questo fatto qualche tempo fa. Ci eravamo inseguiti a vicenda, nel tempo. Un girovagare gitano, io e lei, così come chi l’aveva scritta , così come la protagonista della storia. Dopo anni , questa cover, trovava una casa, forse un carrozzone ambulante, con il bagliore del fuoco a illuminare i volti dei meravigliosi performer coinvolti e di voi amici ascoltatori. Eccola qui ora, da cantare e suonare e ballare con passi di lento e struggente bolero, mentre si sorseggia l’ultimo bicchiere, quello della staffa, prima di ripartire per un altro viaggio, prima di ritornare nella valle sottostante. L’avevo inseguita, raggiunta, toccata.  Ora me ne separo, lasciandola a voi, nomadi del cuore.



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