ANDREA MIRO’/ “Nessuna paura di vivere”: si può pregare senza credere? La recensione

- Alessandro Berni

Andrea Mirò, un incontro tra due mondi inconciliabili solo in apparenza, l’alternative più viscerale e il cantautorato che sa far pensare con stile ed eleganza. di ALESSANDRO BERNI

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Andrea Mirò

Il momento cruciale arriva poco dopo la metà. Andrea Mirò sembra reincontrare la propria vita al punto di non ritorno del flusso radicale della libertà, scegliendosi il finale del proprio film o perlomeno cercando di giocarsi la libera scelta in maniera non arbitraria.  “Si può pregare senza credere si può morire senza accorgersene”.  In Titoli di coda la musicista astigiana sospira queste parole con la forza di un avvertimento sottotraccia.  A questo punto del disco “Nessuna Paura di Vivere” la musica ha già varcato la zona della penombra per avvolgersi di atmosfere scure, evitando le secche dell’estetismo tenebroso e riscoprendo la potenza seduttiva della luce vista dal crepuscolo.

Forte della preziosa scuola del compagno di vita e d’arte Enrico Ruggeri (memorabile il duetto sanremese di Nessuno tocchi Caino), con otto album all’attivo più un live, Mirò è artista sottostimata e coraggiosa, proiettata fuori e dentro le convulsioni di questi tempi caotici con un permanente senso di sfida.  Può vantare soprattutto due album di qualità superiore alla media, l’eponimo  del 2005, “A Fior di Pelle” del 2007 e una manciata di canzoni simbolo di un cantautorato di generazione invisibile, quello che da tempo si incarica di far sopravvivere il grande patrimonio d’autore senza alcuna certezza di visibilità.

Nel nuovo capitolo Mirò cerca di saggiare l’itinerario coperto portando alle estreme conseguenze una scelta sonora che già faceva capolino nel precedente semi-antologico di “Elettra e Calliope”. L’intento è quello di provocare un incontro tra due mondi inconciliabili solo in apparenza, l’alternative più viscerale e il cantautorato che sa far pensare con stile ed eleganza.  L’astigiana sceglie di farlo mettendo una vena melodica fuori dal comune alla mercé dell’espressività deflagrante e attizzata di un mago del settore come Manuele Fusaroli.  Con l’ausilio di altri importanti riferimenti d’area come il bassista Brian Ritchie e il violinista Nicola Manzan, affronta il difficile mestiere della libertà rivestendolo di atmosfere livide, sospese, spesso quasi in trance.

Sospinto dalle arie soft-noir della title track e di Piove da una vita, l’album decolla nello splendore sonoro di una Deboli di cuore che gioca virtuosamente sui contrasti e sulla forza intima di una scrittura brillante.  Un groviglio di archi, bassi contundenti e sonorità segnaletiche viene spezzato dal gioco suadente di una voce soffusa ed ipnotica.   Di qui è un crescendo di fasi via via più scure mediate dalle fulminee ed efficacissime linee melodiche diConseguenze e Così importante, fino alla citata Titoli di coda.

La strumentazione, oltre a bassi, violini e chitarre, si avvale del sax di un Fusaroli che gioca da polistrumentista e di tastiere – suonate dalla stessa Mirò – che vanno da pianoforte e organo a quelle tascabili e informatiche in stile anni ottanta.   

La festa è finita – breve ed estatica rivisitazione ossessiva delle isole di incomunicabilità che sembrano provenire dalle pellicole dell’Antonioni della tetralogia – è l’apice di un’escalation  interrotta da una Sorpresedensa di riferimenti e significati traslati sottolineati magistralmente dal trasformismo musicale di Mirò.  Una melodia che da uno sfondo scuro si avvolge di luce e alte frequenze, una tensione che gradualmente si scioglie in una nitida scia di archi. 

E’ l’altro momento memorabile di un disco che iscrive il proprio nome tra le tre, quattro cose migliori di una carriera e che si congeda in maniera enigmatica con una Reo confesso che in due minuti e mezzo disegna un piccolo quadro tra cronaca nera, teatro popolare e surrealismo di un personaggio che pare fuoriuscito dall’immaginario di Jannacci.    



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