MAGGIO MUSICALE FIORENTINO/ La Iolanta di Čajkovskij apre il festival

- La Redazione

La sezione operistica del Maggio Musicale fiorentino è stata inaugurata il 28 aprile con Iolanta,ultima opera di  Pëtr Il’ic Cajkovskij. di GIUSEPPE PENNISI

iolanta_R439
Ibn Hakia (Elchin Azizov), Iolanta (Victoria Yastrebova) © Simone Donati - Terraproject - Contrasto

La sezione operistica del Maggio Musicale fiorentino è stata inaugurata il 28 aprile con Iolanta,ultima opera di  Pëtr Il’ic Cajkovskij.  E’ un lavoro in atto, che come cominciava ad andare di moda negli ultimi dell’Ottocento, veniva accompagnata da un balletto (nel caso specifico Lo Schiaccianoci). Il libretto fu scritto dal fratello del compositore, Modest, ed è basato sul dramma Kong Renés Datter (La figlia del re René) dello scrittore danese Henrik Hertz. 

Il dramma è una narrazione romanzata della vita di Iolanda d’Angiò (non risulta che fosse nata cieca come nel dramma e nell’opera), che era stato tradotto in russo da Fëdor Miller ed adattato da Vladimir Zotov, per essere messo in scena al Teatro Malyi di Mosca. 

Cajkovskij si dedicò alla composizione dell’opera nel 1891, dopo aver ultimato La Dama di Picche e per novembre dello stesso anno la completò. Fu messa in scena nel dicembre 1892, al Teatro Mariiinski in una serata nella cui prima parteera stato rappresentato Lo Schiaccianoci. L’accoglienza del pubblico fu favorevole, anche se il compositore non era particolarmente soddisfatto del lavoro. La prima rappresentazione al di fuori della Russia ebbe luogo ad Amburgo nel gennaio 1893 con Gustav Mahler alla direzione d’orchestra.

La trama è molto semplice. La raccontiamo in dettaglio perché l’opera è poco eseguita in forma scenica anche se ne ricordo un’ottima esecuzione nella stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con Svetla Vassilleva come protagonista e Yuri Temirkanov sul podio nel 2002. Le principali arie sono state al centro di un concerto, sempre, a Roma, di Anna Netrebko con l’orchestra di Santa Cecilia  diretta da Antonio Pappano. A mia memoria, Iolanta è stata vista ed ascoltata alla Scala, al Regio di Torino, al Massimo Bellini di Catania ed alla Sagra Musicale Umbra,

Iolanta è cieca dalla nascita, ma nessuno gliel’ha mai detto, così come ignora di essere una principessa, e vive rinchiusa in un giardino bellissimo nella residenza del re. La sua corte le porta dei fiori e canta per lei, ma ella è triste ed ha una vaga sensazione di mancanza di qualcosa di molto importante. Dopo aver annunciato l’arrivo del re, Alméric viene avvertito da Bertrand di non parlare della luce con Iolanta, né di rivelarle che il re è suo padre. 

La ragazza è stata promessa al duca Robert, che non è a conoscenza della sua cecità. Il re entra con Ibn-Hakia, un medico moro che afferma che Iolanta può essere curata, a condizione però che prima venga resa consapevole della sua situazione. Il re rifiuta la cura, temendo che la felicità di Iolanta possa essere infranta se la cura non dovesse funzionare dopo aver appreso cosa le manca. Robert arriva a corte con il suo amico Vaudémont, al quale confida di non volere le nozze perché si è innamorato della contessa Matilda. Vaudémont trova l’ingresso del giardino segreto dove si trova Iolanta, ignorando il segnale che minaccia di morte chiunque osi varcarne la soglia, così vede Iolanta addormentata e se ne innamora all’istante. 

Robert, stupito dal comportamento dell’amico, si convince che la ragazza sia una strega e che abbia lanciato un incantesimo su Vaudémont. Gli chiede di andarsene, ma egli è troppo incantato: quindi Robert va a radunare le sue truppe per salvarlo. Iolanta si sveglia e Vaudémont comprende che è cieca quando si accorge che non riesce a distinguere le rose bianche da quelle rosse. I due si innamorano, dopo che lui le ha spiegato cosa siano la luce e i colori. La coppia è scoperta dal re. Vaudémont promette il suo amore, sia la ragazza cieca oppure no. Ibn-Hakia dice al re che, ora che la ragazza è conscia della sua cecità, il trattamento può avere successo. Il re minaccia di giustiziare Vaudémont se il medico non riuscirà a dare la vista a sua figlia. Iolanta, inorridita, accetta la cura.

Dopo che la ragazza e il medico sono usciti, il re dice a Vaudémont che non ha intenzione di ucciderlo, ma desiderava solo infondere alla figlia una motivazione ulteriore. Robert arriva con le sue truppe, e confessa al re di essere innamorato di un’altra, ma di voler comunque andare avanti con le nozze. Il re cancella l’accordo e promette Iolanta a Vaudémont. Ibn-Hakia e Iolanta ritornano: la cura ha avuto successo e la ragazza ora vede e canta sul magico mondo che le si è dischiuso. La corte ne gioisce e ringrazia Dio.

Occorre chiedersi perché Cajkovskij trovò ispirazioni da fiabe come Iolanta Lo Schaccianoci in un fase così tormentata dell’ultima parte della sua vita in cui stava anche componendo la Sesta Sinfonia (Patetica), era travagliato da accuse (peraltro veritiere) di aver sedotto, e corrotto giovani adolescenti dell’aristocrazia – l’omosessualità era proibita nell’impero russo ma tollerata se aristocratici e borghesi si accompagnavano con giovani delle gleba. Aveva, per questa ragione, perso la principale fonte di supporto finanziario e meditava ancora una volta, il suicidio.  Una spiegazione interessante è offerta in un vecchio saggio del compianto Arrigo Quattrocchi. Iolanta è un  modello di ‘teatro in musica interiore’ antitetico alle principali opere precedenti (ed ancor più ai balletti)  di   Cajkovskij: rappresenta un ‘viaggio dall’oscurità alla luce ’. Tale ‘opera interiore’ comporta non i grandi squarci melodici, tipici di molti lavori per la scena di  Cajkovskij ma un’azione statica che si definisce durante i percorsi psicologici dei personaggi. 

E’ un modello che entra a pieno titolo in quel ‘decadentismo’ che avrà il suo frutto più pieno in Pelléas et  Mélisande di Claude Debussy . La protagonista è, come il compositore, una ‘diversa’, ma compie il percorso verso la resurrezione che a lui è negato. L’ultima parte dell’opera ha un forte afflato religioso.

L’orchestra ha un ruolo determinante nel rappresentare la dicotomia oscurità/luce  con un diffuso cromatismo in cui è avvolta la cecità della protagonista , a cui si contrappongono un forte elemento timbrico e ‘numeri’ di stile italiano (duetti, romanze, arie).

Lo spettacolo non è una produzione originale del Maggio Musicale ma una coproduzione del Metropolitan di New York e del Teatro Nazionale Weilki di Varsavia già portata a San Pietroburgo, al MET, a Varsavia e a San Pietroburgo era presentata in coppia con Il Castello del Duca Barbableu di Béla Bartòk. Ciò spiega perché il regista Marius Trelinski, coadiuvato dalle scene di Boris Kudlicka, sposta l’azione a un bosco mittleuropeo  negli Anni Quaranta nell’atmosfera a lui consueta di film noir in bianco e nero . Il tenebroso bosco in cui ha luogo l’azione è suggestivo e pieno di atmosfera ma si adatta meglio ad un ‘horror’ che ad una fiaba rinascimentale sul percorso dal buio alla luce. Risulta, poi, incomprensibile la scena finale in cui  musica e libretto accompagnano il lieto fine con inni religiosi mentre, tranne un’illuminata parte centrale (la stanza-prigione di Iolanta), il palcoscenico resta buio.

Fortunatamente, il giovane Stanislav Kochanovsky non ha dato una lettura di pari passo con la visione  “oscura” della vicenda. Già dal preludio in cui  fiati procedono su un andamento cromatico discendente, fa avvertire il magico delle partitura ,ed il suo esotismo (per un russo la Provenza , dove i medici erano mauritani, non poteva non essere esotica). Ha affrontato i momenti più decorativi con tatto e curato molto le tenti ed i colori .

La compagnia di canto è del livello che ci aspetta nei teatri di repertorio dell’Europa centrale ed orientale. Particolarmente buone le voci maschili come  Vsevolod Grivnov (pur se è un tenorone spinto invece che tenero e sognante),  Ilya Bannik (nel ruolo tormentato del Re padre) e Elchin Azizov (il medico mauritano). Nel gruppo femminile , la protagonista Victoria Yastrebova è disciplinata e dolce ma non ha nèp la personalità né la vocalità di Anna Netrebko e Svetla Vassilleva che ho ascoltato a Roma nella parte. Gli altri interpreti non lasciano traccia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori