RADIOHEAD/ “Burn the Witch”: caccia agli indizi misteriosi sul web. Ma la musica?

- Luca Franceschini

I radiohead spariscono dalla Rete poi riappaiono all’improvviso rendendo disponibile una nuova canzone, Burn the Witch? Anticipazione di un nuovo album in arrivo? di LUCA FRANCESCHINI

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Thom Yorke

Martedì pomeriggio, dopo uno stillicidio di indizi, falsi indizi, accadimenti criptici, è finalmente uscito il nuovo singolo dei Radiohead. Si chiama “Burn the Witch” e, stando a fonti ben informate, si tratterebbe di un brano che, almeno in versione di provino, esisteva già almeno dal 2000. Una cosa che non ci sorprende, visto che la band di Oxford ha sempre avuto l’abitudine di andare a riprendere idee passate. 

Il brano è in classico stile Radiohead, con le solite linee vocali straniate di Thom Yorke, il solito ritmo incalzante e vagamente sinistro, con l’unica novità rappresentata dall’assenza del peculiare guitar work di Johnny Greenwood, sostituito da un’orchestra che appare realizzata coi sintetizzatori. Una situazione piuttosto nuova per un act che ha sempre amato sperimentare e cambiare veste da disco a disco, anche se è decisamente prematuro capire se si tratti di un’indicazione decisiva che ci permetta di inquadrare il prossimo full length. 

Già, il prossimo disco. Che, per l’esattezza, si tratterebbe del nono lavoro in studio per i britannici. Nove dischi in 23 anni non sono esattamente una media da alto ritmo produttivo: non era così all’inizio ma negli ultimi anni hanno rallentato il ritmo in modo consistente. Per la verità, subito dopo “The King of Limbs” (2011) avevano annunciato che erano rimasti fuori diversi brani da quelle session di registrazione e che presto ci sarebbe stato un nuovo lavoro, un po’ come era accaduto con l’accoppiata “Kid A”/”Amnesiac” una decina di anni prima. 

In realtà non abbiamo più visto nulla e forse, azzardo a dire, è stato meglio così: i Radiohead si sono sempre mossi con la sicurezza e la personalità di chi non ha bisogno di soddisfare alcun tipo di aspettativa precostituita o di cedere alle pressioni di pubblico, stampa ed etichette varie. Sono stati tra i pochissimi artisti ad aver rinnegato la loro prima grande hit, “Creep”, smettendo prestissimo di suonarla dal vivo. 

Hanno sempre mutato il loro sound e cambiato la prospettiva della loro scrittura, fregandosene di chi li avrebbe voluti sempre uguali. Hanno centellinato accuratamente le loro apparizioni televisive, dilazionando la loro presenza in modo che fosse la loro arte a parlare, evitando di diventare personaggi pubblici come certi loro colleghi rockstar. 

Infine, hanno regalato il loro “In Rainbows” su internet, qualche mese prima di venderlo regolarmente nei negozi, limitandosi a chiedere un’offerta libera agli acquirenti. Se ne era parlato moltissimo, all’epoca (era la fine del 2007, se non vado errato): in un momento storico in cui si cominciava a paventare seriamente la scomparsa del mercato discografico per colpa del downloading illegale (cosa che poi è quasi del tutto avvenuta, in effetti), loro mostravano che l’arte può fondarsi su altri meccanismi che non solo la normale compravendita di un prodotto. 

Hanno sempre amato fare le cose in modo particolare, fuori dai normali meccanismi del music business. Anche quest’anno non sono stati da meno: prima annunciando una serie di date estive nei principali festival europei dopo anni di assenza dai palchi (facendo inevitabilmente schizzare alle stelle i prezzi dei biglietti e ingrassando le tasche dei bagarini), successivamente, orchestrando la complessa e misteriosa macchina comunicativa per annunciare questo primo singolo. 

Dalla comparsa di tweet enigmatici, alla creazione di una nuova società di publishing (un sistema adottato per lanciare tutti i lavori successivi ad “Hail to the Thief”), alla cancellazione di tutti i post dalla loro pagina di facebook, all’azzeramento del loro sito ufficiale, fino al criptico messaggio recapitato ad un fan che aveva appena acquistato dei brani dallo store digitale del gruppo, contenente quello che poi si sarebbe rivelato un frammento del testo di “Burn the Witch”. 

Il risultato di tutto questo è stato ovviamente quello di catalizzare a mille l’attenzione su di loro, generando un hype dalle proporzioni impressionanti, quali da tempo non si vedevano per degli artisti rock che potremmo definire “di seconda generazione”. 

Qual è la morale di tutto questo? Innanzitutto che lo strapotere del web oggigiorno sta diventando molto più ambiguo di quello che si poteva pensare anche solo dieci anni fa: da veicolo di informazioni, è diventato soprattutto un mezzo per concentrare attenzioni, per provocare reazioni istintive verso l’immediato di turno (che è per forza di cose eternamente mutevole), il tutto a scapito di approfondimento, discernimento e giudizio critico. 

In questi giorni tutti parlano dell’efficace strategia di marketing messa in campo dai Radiohead ma pochi, immagino, si concentreranno davvero su questo singolo, ne analizzeranno il testo, cercheranno di coglierne le peculiarità musicali, si faranno colpire dal divertente ma anche sinistro video in stop motion diretto da Chris Hopewell, che gioca con un immaginario a metà tra “Le notti di Salem” e “The Wicker Man”, il film di Robin Hardy che era già stato citato dagli Iron Maiden nel loro “Brave New World”, uscito nel 2000. 

In secondo luogo, che puoi permetterti certe mosse solo e soltanto se hai una reputazione costruita nel tempo, dopo anni di lavoro duro basato unicamente sulla qualità della tua produzione musicale. I Radiohead possono sparire per cinque anni e poi apparire a sorpresa seminando indizi come Pollicino in mezzo al bosco, proprio perché sono una band che ha reinventato i canoni della musica rock con “Ok Computer”, li ha reinventati nuovamente con “Kid A” e non ha praticamente mai sbagliato un disco in tutta la sua carriera. Potrebbero stare fermi trent’anni e tornerebbero più forti di prima. 

“Ormai possono fare quello che vogliono”, è il classico tormentone che si riserva ai grandi, e che anche loro si sono pienamente guadagnati da tempo. Quindi, stiamo bene attenti a magnificare le potenzialità di internet e la genialità della comunicazione: il media sicuramente amplifica il messaggio, gli dà una nuova natura, ma non può da solo determinare l’esito di una iniziativa; è chi utilizza il media che ne determina davvero il successo. 

Ultima cosa: ancora non si sa quando uscirà il nono album dei Radiohead. E’ uscito un brano ma questo era accaduto anche sotto Natale, quando era stata rilasciata “Spectres”, colonna sonora del nuovo film di James Bond. Al di là di tutto questo, quello che realmente importa, e parlo esclusivamente per me, è che tipo di disco sarà. Se sarà bello (come per ora è sempre accaduto) sarò contento, se sarà deludente, aspetteremo il prossimo. 

Sembra banale e sicuramente lo è ma sarebbe bene non dimenticarselo mai: il mestiere dei gruppi è quello di scrivere canzoni e (in molti casi) suonarle dal vivo. Che siano famosi come i Radiohead o sconosciuti come gli Holy Esque, è solo di questo che dovremmo parlare. 

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