NICCOLO’ FABI/ “Una somma di piccole cose”: l’amore come capacità di stare davanti al dolore

- Walter Muto

Con il nuovo disco Una somma di piccole cose Niccolò Fabi si conferma uno dei più autorevoli cantautori dell’ultima generazione, profondo nelle musiche e nei testi. di WALTER MUTO

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Immagine dal web

Devo essere sincero, lo stavo aspettando. Niccolò Fabi è uno degli artisti che mi interessano di più, nel panorama nostrano ma anche in un ambito più ampio. Troppo spesso identificato con i suoi primi successi pop – ma comunque, non dimentichiamolo, impreziositi da tessiture di chitarre acustiche, melodie intriganti e riferimenti musicali di grande qualità – o erroneamente ritenuto un cantautore leggero, in realtà è uno degli artisti dalla poetica più definita e sincera, sentimentale senza cadere nel sentimentalismo, ironico ma mai sarcastico, abile nel pennellare sia l’amore che la disillusione senza dover essere per forza ‘politico’, nel senso deteriore della parola. 

Un artista vero, che in questo caso ha fatto il disco che ha voluto fare. Che probabilmente in molti avrebbero voluto fare, me compreso. 

Beh, allora ascoltiamolo, questo lavoro. Attacca decisa la title-track, e si può immaginare di essere in una campagna del Midwest: Missouri, Nebraska, Iowa, fate voi… Invece la campagna è quella romana, dove Niccolò – mi perdonerà se lo chiamo per nome – si è isolato per un paio di mesi, registrando le canzoni come si presentavano, talvolta mentre prendevano forma. 

Addirittura – facendo uno scorrettissimo flash-forward all’ultima traccia – lasciandone una così come è arrivata, e registrandone un’unica take, pianoforte e voce, rumori di sottofondo dello sgabello e respiri compresi, la finale e bellissima Vince chi molla, ideale continuazione della bellissima Costruire, ove è importante fare un passo indietro per trovare se stessi. Tornando alla prima traccia, è subito evidente la poetica del disco: l’alternativa è fra un bell’asteroide e si riparte da zero o una somma di piccole cose. Anche i riferimenti musicali sono chiari dalla prima pennata, e dichiarati apertamente dallo stesso artista: i grandi cantautori del presente, Sufjan Stevens, Bon Iver, Damien Rice e ci metto anche un pizzico di Ray Lamontagne. 

Chitarre a strati, ma qua e là anche la presenza discreta di altri strumenti, un’elettrica, un pianoforte, percussioni fatte chissà come e poca batteria. Il tutto, lo ripeto, suonato e registrato da solo, in una intimità che passa pari pari alle canzoni sul disco, se si ascolta senza fare altro, magari in cuffia, dando alla musica il tempo di colpirci, con attenzione. Per non “perdere il fiato per parlarci”, come suggerisce la seconda canzone, Ha perso la città, seconda traccia appunto, e primo singolo, riconoscimento poetico e in minore della sconfitta dell’individualismo e della perdita dei valori, del tessuto che aveva invece costruito un popolo. Stesso concetto espresso in altri termini altrove, ed in particolare in Una buona idea, sul bellissimo album Ecco – che non è mai troppo tardi per andarsi a risentire -: orfani della morte e quindi della vita/orfani di una casa, di un’Italia che è sparita. 

Facciamo finta è uno dei vertici poetici dell’album, un country-waltz semplice quanto profondo, come sono profondi i pensieri dei bambini.

Sì perché è proprio imitando il linguaggio dei bambini che in questa canzone si immagina un mondo migliore. O almeno qualcuno che ti attende a casa la sera. Filosofia Agricola – racconta lo stesso Fabi nei vari showcase che sta facendo in giro per l’Italia – doveva essere il titolo dell’album, ma non lo avrebbe comprato nessuno! Il brano riprende la tematica già trattata nell’album condiviso con Max Gazzè e Daniele Silvestri, quella del rispetto del pianeta in cui viviamo, anche qui in maniera non banale, perché la terra che ci ospita comunque è l’ultima a decidere. Un’apertura armonica prima della sezione finale crea una sorpresa difficile da dimenticare. 

Fermo qui l’analisi nel dettaglio per non imboccare troppo l’ascoltatore: un disco così ha bisogno di una esperienza di ascolto personale. Non vale più, Le cose non si mettono bene (unica cover dell’album, omaggio alla band romana Hellosocrate), Le chiavi di casa e la già citata Vince chi molla ascoltatele voi, e date loro il tempo necessario, oppure se dovete ascoltare distrattamente, ascoltate altro. 

Voglio spendere solo due parole conclusive su Una mano sugli occhi. Perché avviandosi verso i 50 anni (Niccolò per la verità ne ha 47), come è ovvio cambiano anche le stagioni dell’amore, e questa canzone ne è una fotografia squisita – se si può chiamare squisita una fotografia, sinestesia ardita. Amore diventa la capacità di stare insieme di fronte ad un dolore (un piatto di spine), vedere il male nell’altro e comprenderlo, saper chiudere un occhio, e a volte tutti e due. Non è più baci sotto il portone/non è più l’estasi del primo giorno/è una mano sugli occhi prima del sonno/questo sei per me. Che poesia e che delicatezza ci vuole per guardare l’altro così. E che sorpresa trovarselo vicino al risveglio la mattina seguente. Questa è la poetica delle piccole cose di Niccolò Fabi, non il ritrarsi dalla vita ma affrontarla in profondità e cogliere nei particolari una visione più ampia. Saper ritrarre il piccolo dettaglio per poi fare un passo indietro e guardare il quadro nella sua completezza. 

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