OPERA/ “La cena delle beffe” alla Scala

- Giuseppe Pennisi

La cena delle beffe tratto da Giordano da un dramma di Sem Benelli in un nuovo allestimento è stato replicato con successo  alla Scala. La recensione di GIUSEPPE PENNISI

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Una scena de La cena delle beffe

In questa stagione, si assiste ad un nuovo interesse per la ‘giovane scuola’ (di compositori nati alla fine dell’Ottocento) dopo una fase in cui, tranne le sei maggiori opere di Puccini ed il dittico di Mascagni e Leoncavallo ‘Cavalleria e Pagliaccci’ sembrava coperta di una coltre di oblio. Titoli come ‘Fedora’ di Giordano e ‘La Campana Sommersa’ di Respighi e ‘La Donna Serpente’ di Casella , per non citarne che alcuni, compaiono di nuovo nei cartelloni e consentono, con la distanza da polemiche contingenti, non solo di apprezzare le difficoltà musicali e vocali ma anche di vederne il nesso con la nuova opera americana. 

Negli Stati Uniti, questi titoli non sono mai spariti dalla programmazione ed anzi hanno seminato la scuola operistica americana della seconda metà del Novecento.

Tra i più interessanti c’è ‘La cena delle beffe’ tratto da Giordano da un dramma di Sem Benelli (peraltro fortemente scorciato su richiesta del compositore). Un nuovo allestimento è stato replicato con successo  alla Scala (dove ebbe il proprio battesimo il 20 dicembre 1924) dal 3 aprile al 7 maggio. Ho colto una delle ultime repliche, quella del 4 maggio. Tra i lavori di Giordano è forse quello che ottenne, all’epoca, il maggior successo di pubblico ma anche le più acide riserve dalla critica (che lo chiamò ‘dramma da arena o da cinematografo ’). Per Giordano seguirono cinque lunghi anni di silenzio, che precedettero il suo ultimo lavoro, la delicata novella ‘Il Re’- a contrasto quasi con la grand guignolesca ‘Cena’. Il colpo finale venne forse negli anni Settanta quando la monumentale ‘Storia dell’Opera’ della UTET definì ‘La Cene delle Beffe’ (ormai raramente in scena), ‘l’ignobile fiorentinata pseudo dannunziana che è stata riprodotta e diffusa con tutti i mezzi, cinematografo compreso’.’La musica è funzionalmente buona ma appunto per questo partecipa dello squallore della funzione che adempie’.

‘La Cena delle Beffe’ è stata riproposta a Foggia nel 1988 (ne esiste un ottimo CD della Bongiovanni Digital, con l’allora giovanissimo Fabio Armiliato in uno dei tre ruoli principali) e a Bologna nel 1999. E’ però presente con una certa frequenza in cartelloni tedeschi e americani. Il nuovo allestimento scaligero è un’occasione per dare un giudizio più meditato. E’, senza dubbio, un’opera d’intreccio non solo come altre di Giordano ma come quelle di Franz Schreker o la ‘Ein Florenische Tragoedie’ di Alexander von Zemlinski , oggi considerati tra i capolavori assoluti di quel periodo. 

Quindi, i personaggi non hanno un vero e proprio sviluppo psicologico: Ginevra è tutta e solo sesso, Giannetto vive di vendetta, Neri è l’immagine della violenza, Gabriello il povero imbelle oggetto della crudele beffa finale. Richiedono, però, grandi voci ed eccelse capacità attoriali. Non per nulla nei ruoli principali si sono cimentati in passato Beniamino Gigli, Giacomo Lauri Volpi, Francesco Merli, Titta Ruffo e simili. 

La declamazioni altisonante di gusto verista non rinnega gli ariosi, le romanze ed anche i duetti sapientemente distribuiti tra i quattro brevi e compatti atti, densi di azione, di intrighi, di sensualità quasi sfacciata (altro nesso con Schreker). La vera novità è la scrittura orchestrale. 

Da un lato è arcaicizzante, in linea con i canoni dell’epoca quando si metteva in scena una vicenda di un ipotetico Rinascimento. Da un altro, include canzoni e stornelli non solo come Mascagni ma anche come Korngold. Da un altro ancora un ritmo molto rapido, finalizzato alla speditezza incalzante dell’azione ma con tratti grotteschi ed ironizzanti della timbrica che quasi sottolineano il vuoto del pur fortunato dramma in versi di Sem Benelli. E’ un’orchestrazione che quasi sembra aprire la strada a percorsi innovativi italiani come quelli di Malipiero e Casella.

Alla Scala la drammaturgia di Mario Martone  sposta l’azione dalla Firenze rinascimentale a New York o Chicago negli Anni Trenta e i protagonisti diventano capi di cosche mafiose. Con le scene di Margherita Palli, i costumi di Ursula Patzak e le luci di Pasquale Mari sfrutta a pieno le potenzialità del palcoscenico. Avrei preferito un’ambientazione nel Rinascimento quale immaginato nell’Italia degli Anni Trenta. Del tutta gratuita la strage finale.

Ottima la direzione orchestrale di Carlo Rizzi che coglie bene il clima dell’epoca in cui ‘La Cena delle Beffe’ venne concecipita. Di grande livello Marco Berti (con il suo generoso registro di centro) e Simone Alaimo nel ruolo truce di Neri. Kristin Lewis  non è la femme fatele che nel giro di 24 ore si porta a letto due fratelli ed il loro nemico giurato.

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