SPRINGSTEEN/ Il concerto olandese: un po’ di routine non rovina la forza del Boss

- La Redazione

Recensione esclusiva del concerto che Bruce Springsteen ha tenuto in Olanda, una anticipazione di quello che vedremo tra poco in Italia. di RAFFAELE MAGALDI

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Immagine dal web

Innanzitutto due parole sulla location dell’unico oncerto olandese di Springsteen all’Aia: un prato circondato da alberi nel centro della città a poca distanza dalla stazione ferroviaria centrale. Logisticamente, in generale, una scelta davvero infelice. Se poi si aggiunge l’abitudine olandese a fregarsene delle regole di buon senso, il risultato è stato un deflusso a termine concerto assolutamente allucinante. 67mila persone che si incrociavano dentro il Malieveld, ognuna convinto di andare per la propria strada, chi verso un’uscita, chi verso un’altra, chi verso i vari stand di cibo/bibite, chi fermo in mezzo alla strada parlando, mangiando, e bevendo senza fare una piega. Un vero delirio. Per una volta mi è toccato rimpiangere uno show italiano per organizzazione, anche se sicuramente pi’u semplice gestire il deflusso in uno stadio che non in una venue di questo tipo (il che suscita la domanda: non si poteva proprio scegliere uno stadio?).

Ma veniamo allo show vero e proprio. Discreta performance degli Stereophonics ad aprire (ascoltabili, niente di particolarmente emozionante ma hanno permesso di far trascorrere piacevolmente l’attesa, e lo hanno fatto con grande umiltà), e ingresso grosso modo puntuale della band sul palco (pochi minuti dopo le 19.30). Dopo aver salutato la folla in tedesco (?) si attacca con Badlands. Mi soffermo a notare che il sound è parecchio migliorato e mi accorgo che pero’… sono molto meno coinvolto che in passato. Ho come la sensazione di ascoltare lo show per conto mio, come se fosse uno dei tanti live downloads, non mi dà il solito pugno nello stomaco. 

Bruce sul palco mi sembra un po’ troppo artificiale. Sono molto, molto sorpreso da questa mia reazione. Il resto del pit è ovviamente in delirio ed io penso che forse sono io a non essere del tutto a posto. Il solito “ri-attacco”  di Badlands mi lascia indifferente e successivamente arrivano No Surrender e My Love Will Not Let You Down, in cui l’ unica cosa che mi coinvolge un po’  di più è l’ assolo sempre più furioso di Max Weinberg alla batteria (a parità di canzone, la performance di Torino 2009 fu molto, MOLTO più devastante, ed ero in tribuna e non in transenna!). La sensazione è proprio quella che Bruce non sia in realtà pienamente a suo agio e la quantità di “recitazione” superi di molto la spontaneità a cui ci ha abituati. 

La canzone numero 4 è già una richiesta, il che porta a una nota negativa e una positiva. Quella negativa: se al quarto brano ti butti già sulle richieste, non ci siamo. Quella positiva: si tratta di From Small Things che e’ per me una prima assoluta, e’ una canzone comunque leggera per cui Bruce non suona troppo finto e alla fine viene eseguita davvero bene. 

Subitio dopo Bruce chiama “Sherry Darling” a voce, quindi immagino non fosse in scaletta. Chiede l’apporto del pubblico per i “party noises” ed è evidente che il modo in cui si era calato nel “The River start-to-finish” in America lo porta ad essere anche qui molto coinvolto. Come risultato, siamo al secondo brano convincente su 5, dai che ingraniamo, ho pensato. In effetti subito dopo arriva “Night” e Bruce è di nuovo lui al 100%. O forse è il mio rapporto ultimamente parecchio contrastato con il lavoro a farmela sentire in maniera pi’u intensa, fatto sta che sto rientrando decisamente nel mio ruolo di “fan esaltato” e canto tutta la canzone con estrema convinzione. Il pubblico e’ in visibilio, si vede che ci sono davvero tantissime persone alla primissima esperienza con Bruce. Sono circondato da gente che sorride estasiata. C’è anche un ragazzino (9-10 anni) accompagnato dal padre, non capisco quello che si dicono ma è evidente che non si tratta del solito pargolo trascinato per cantare su “Waitin’  On A Sunny Day”, salta e balla felice e noto che canta anche diversi brani. 

Segue “Spirit in The Night” e non posso fare a meno di incazzarmi nel notare come la vena “soul”  di Bruce vada costantemente sprecata. L’introduzione “Can you feel the spirit?” nonostante sia tutt’altro che nuova, porta lo show su un altro livello. Il ragazzino vicino a me nel frattempo è stato issato sulle spalle dal padre, Bruce lo nota e viene a cantare un pezzo guardandolo fisso e accarezzandolo, per concludere gridandogli “You’re the man now!” e non è stato affatto un momento banale come far cantare “Waitin’ ” allo sfortunato minorenne di turno. Insomma, per motivi che non riesco a spiegare direi che è davvero evidente che Bruce si intenerisce parecchio, e con estrema sincerità, quando vede i ragazzini.

Arriva “My City of Ruins” e siamo sempre li’. Soul a secchiate, e girano ancor di più le scatole perché Bruce diventa proprio un altro, tira fuori quell’energia primordiale e quella voce che ti fa venire la pelle d’oca, ed è qualcosa che non puoi, semplicemente, falsificare. E arriva qualche lacrimuccia. Non è sicuramente la performance migliore del brano, ma siamo a livelli altissimi comunque. 

Si passa a una “Jersey Girl”  su richiesta, tour premiere (oltre che premiere personale per me). Performance molto sentita, inizio a pensare che Bruce magari nel trittico iniziale avesse forse un po’ bisogno di trovarsi. Hungry Heart subito dopo la trovo un po’ forzata ma è sempre piacevole da ascoltare, soprattutto live, con Bruce che sta iniziando visibilmente a divertirsi e interagisce sempre più con il pubblico, cercando sguardi, cartelli, e ridendo spesso con Steve o Nils di alcune cose che nota. Insieme a Out in The Street e You Can Look forma un trittico pensato apposta per far divertire un pubblico “estivo” e pur non essendo particolarmente trascinanti per me, sono convincenti il giusto.  

Sterzata decisa con Death to My Hometown, si vede che a Bruce parlare male dei banchieri viene sempre spontaneo. Chiudendo la parentesi: arriva The River, salutata da un autentico boato. Non credo Bruce l’abbia mai cantata senza coinvolgimento, e questa sera non fa eccezione: in particolare, nonostante non sia affatto nuovo, il pezzo finale in falsetto rimane da brividi, a dimostrazione del fatto che non è tanto la quantità di ascolti, quanto il grado di coinvolgimento dell’artista a fare la differenza. Sono cose che si sentono. 

Dopo una breve pausa Bruce raccoglie un’ altra richiesta sotto forma credo di sassofono gonfiabile. Si intravedono le prime due lettere e penso sia “Ra…mrod”, ma si tratta invece di “Racing”. Pur non essendo una premiere personale si tratta di un’ esecuzione perfetta, con una lunghissima coda strumentale in cui si sente tutto in maniera talmente perfetta (compreso il discretissimo ed efficacissimo violino di Soozie Tyrell) da andare davvero in estasi. Penso che richieste o meno, toppare questa canzone sia davvero impossibile per Bruce Springsteen & The E Street Band. Se proprio devo buttare alle ortiche una scaletta, con brani del genere mi va anche bene! Interessante che Bruce faccia seguire “The Promised Land” altra canzone “a botta sicura” nel senso che e’ una delle cose che definiscono il sound e il senso di questa band, secondo me. Oltre ad essere una delle mie preferite personali.

Si ritorna al karaoke con la coppia Working on The Highway/Darlington County. Avrei fatto a meno, considerando vengono dopo un 1-2 preso da Darkness, e sarei volentieri andato avanti con altro preso da quel disco. Se poi a questa coppia segue Waitin’ on A Sunny Day, beh… Ricordo quanto fosse “bello” attendere questa canzone nel 2002-2003. Da quando è diventata una scusa per genitori piu’ o meno sani di mente per mettere in mostra pargoli che il più delle volte sembrano voler dire “chemminchia ci faccio qui?” o in alcune date americane sembrano le versioni canore delle ragazzine di “Little Miss Sunshine”…beh passerei volentieri oltre.

Con la coppia I’m On Fire / Because The Night si mandano in visibilio principalmente le fanciulle. Apprezziamo anche il solito bell’assolo di Nils alla chitarra. Appuntamento piu’ o meno fisso in questo tour, se non sbaglio.

 

The Rising subito dopo mi riporta al 2002. Esecuzione molto convincente rispetto alle ultime che ricordi. Brano abusatissimo che però su di me ha sempre un effetto molto forte. “May your precious blood bind me/Lord as I stand before your fiery light”, tutto in un singolo verso. Ma anche “Sky of longing and emptiness” che subito, con una scrollata della testa, viene corretto in “Sky of fullness, sky of blessed life”, uno sprazzo di vera luce in quanto ispirato sia questo brano sotto tutti i punti di vista, e quanto universale possa essere ancora a 14 anni da quando fu scritto.  

Come i brani migliori della discografia di Springsteen. Non ha nemmeno senso che io parli di Thunder Road, se non per notare quelli che per me sono cambiamenti non felici nel drumming di Max, ma sono dettagli che la maggior parte delle persone non nota, e in ogni caso stiamo parlando della mia canzone preferita: non posso non gridare insieme a tutti quell’ultimo verso.

Soul Bruce ritorna poi con una Land of Hope And Dreams su richiesta. Bellissima secondo me, ma si tratta di un altro brano difficile da interpretare senza coinvolgimento. La coda di People Get Ready la porta a compimento. Altro highlight della serata.

Si passa poi ai bis, e il primo è una nuova richiesta. Si tratta di Jungleland ed anche in questo caso siamo alla premiere personale, oltretutto con Soozie perfetta al violino. Il rischio di sballarla per Bruce sarebbe alto, visto il testo. Invece l’interpretazione e’ perfetta, da vero storyteller, soprattutto sul finale da brividi, scandito, per non far perdere nemmeno una parola di questa storia che liricamente resta un punto di svolta per Springsteen, insieme a Born To run e Thunder Road. 

Born To Run in compenso sembra di nuovo una forzatura, eseguita quasi per contratto. Credo addirittura Max incespichi a meta’ canzone. Esecuzione non memorabile. Quello che viene dopo pero’ e’ la quintessenza di un bis della E Street Band: Seven Nights to Rock seguita dal Detroit Medley (quest’ultima una richiesta), si salta e si balla, si grida…in tre parole: ci si diverte.

Il divertimento continua con Dancing In The Dark e Tenth Avenue Freeze-out, in cui vengono ancora proiettate le immagini di Clarence e Danny. 

Shout porta a compimento tutto questo alla solita maniera: per me si tratta di un’ altra personal premiere e mi fa dare fondo alle (poche) energie rimaste per ballarla insieme ai miei vicini di pit. I dubbi iniziali sono ormai un lontano ricordo e stiamo pur sempre parlando di uno show che ha superato le 3h20′. Bruce decide di chiudere tutto con una “This Hard Land” acustica. Bella ma non eccezionale: continuo a preferire l’ intensissima versione del 1993. Non che sia una schifezza, intendiamoci: resta un modo molto bello per separarsi dal pubblico, soprattutto pensando alla strofa finale. Come una nota finale del tutto personale, dopo aver salutato ogni membro della band con una pacca sulla spalla.

Conclusioni: è ora di fare qualcosa di nuovo però, Bruce! Mettere da parte almeno per un po’ la “sicurezza” della E Street Band che finisce inevitabilmente per castrare tantissimi aspetti che darebbero qualcosa in più a uno show live. Alla fine stiamo parlando di uno show comunque di altissimo livello, pero’ sentire le “tracce” di qualcosa di più forte e fermarsi li’ lascia un po’ l’ amaro in bocca. Oltre al fatto che alla fine si poteva benissimo fare tutto The River, che sarebbe stata una scelta coraggiosa e artisticamente sensata, invece di buttarsi sul più sicuro divertimento in salsa E Street. Ascoltando le varie introduzioni al disco live nel tour USA spicca la frase “volevo che il disco suonasse come uno show della E Street Band”. E quindi dove sarebbe il problema? 

(Raffaele Magaldi) 

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