VAN MORRISON/ “It’s Too Late To Stop Now”: paura e salvezza su un palcoscenico

E’ uscita una raccolta di concerti di Van Morrison risalenti al 1973 quando fu registrato il disco It’s too late to stop now, con anche un dvd. La recensione di PAOLO VITES

22.06.2016 - Paolo Vites
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Van Morrison in concerto, 1973

Faccio musica da uno spazio introverso per un business estroverso”. Così disse alcuni anni fa Van Morrison nel corso di una intervista con la Bbc. Poco sappiamo, o niente, del travaglio che significa essere un performer, di quello che c’è dietro e dentro quelle figure che vediamo su un palcoscenico, a cui chiediamo tutto e da cui ci aspettiamo tutto. Quelle facce che abbiamo visto centinaia di volte sulla copertina di un disco, amato, idolatrato e magari anche poi schifato. Cosa ne sappiamo veramente di loro? Nulla. Solo qualche indizio colto qua e là e che pochi sanno cogliere, mentre egoisticamente divoriamo la loro carne. 

Dichiarazioni colte qua e là in anni recenti, quando questi personaggi raggiunta una certa età hanno cominciato ad aprirsi, hanno svelato solo in parte quel terrore dell’esibizione, perfettamente descritto da The Band nel brano Stage Fright (paura del palcoscenico) che accompagna persone che in quanto artisti nella gran parte soffrono di personalità fragili, contradditorie, a volte depresse. La paura del palcoscenico ha distrutto carriera – e vita  di numerosi straordinari artisti, uno su tutti Nick Drake. Ma ne ha salvate molte altre.

Negli anni 90, con una carriera decennale costellata di successi,  Van Morrison scrisse un brano che si intitolava “Underlying Depression” che si potrebbe tradurre con “depressione sottostante, nascosta”: “Depressione nascosta, devo strisciare nella mia stanza, depressione nascosta non ne voglio sapere della luna in giugno (“moon in june” è il classico verso che definiva le canzoncine d’amore, nda), fuori c’è una cavalcata di clown che mi fanno sentire giù di morale (…) devo fare qualche concessione quando ogni cosa va bene, devo contare le benedizioni, mi aiutano a superare la notte, nella mia vita c’è amore quanto ci sono problemi e conflitti e una depressione nascosta”. Convivere con uno stato di depressione.

Leonard Cohen ci ha vissuto per quasi cinquant’anni della sua vita: “La depressione è stato un problema per tutta la mia vita e ho provato, come tutti, i diversi modi di trattarla. Sai, la droga, le donne, l’arte, la religione … si tenta di tutto …. Beh, sai, c’è depressione e  depressione. Nel mio caso depressione non è solo il blues, la tristezza. Non è proprio come il giorno dopo una sbornia del fine settimana … oppure la ragazza che aspettavi e non si è presentata o qualcosa del genere, non è così. Il mio è stato un caso di depressione acuta. Si tratta di un tipo di violenza mentale che fa smettere di funzionare correttamente da un momento all’altro. Si perde qualcosa da qualche parte e improvvisamente si sta in preda a una sorta di angoscia del cuore e dello spirito”. Guarito improvvisamente a oltre 70 anni di età, sul palcoscenico, scherzando, diceva: “Da allora ho preso un sacco di Prozac, Paxil, Wellbutrin, Effexor, Ritalin, Focalin, … ho anche studiato profondamente le filosofie e le religioni, ma finalmente lallegria ha sfondato la porta”.

C’è passato anche quello che sembra il performer più disinvolto della storia del rock, Bruce Springsteem fino ad arrivare così in basso da desiderare il suicidio: ”Mio padre era una persona che parlava poco. Era davvero dura riuscire ad avere una conversazione con lui. Le sofferenze dei miei genitori, ecco il soggetto della mia vita. Questi dolori mi dilaniano ancora e lo faranno sempre. La mia esistenza ha preso un percorso diverso, ma io ho avuto una vita anomala. Alla fine quelle piaghe restano con te e tu cerchi di trasformarle in un linguaggio e in uno scopo”.

Ed è così che funziona con la musica, o con tutte le grandi manifestazioni artistiche nel corso della storia dell’umanità: tanto più soffrono internamente, tanto più sul palcoscenico danno vita a spettacolari esibizioni. Qualcosa accade. Sempre Van Morrison scrisse un brano intitolato “And the Healing  Has Begun”, la guarigione è appena cominciata. La musica ha questa presunzione: guarire. Quella guarigione che accade attraverso un fatto misterioso e inspiegabile. Quando la voce e il corpo del performer vengono attraversati da qualcosa fuori di loro e ne diventano il canale trasmettitore.

Nel febbraio 1974 usciva un doppio lp dal vivo, intitolato “It’s Too Late to Stop Now”. Raccoglieva il meglio di diverse esibizioni che nel corso del 1973 Van Morrison aveva tenuto con la sua band, chiamata in modo affascinante Caledonia Soul Orchestra. Sul palco un ensemble mai visto prima: fiati, sezione ritmica, chitarra, pianoforte (e che pianoforte, il cuore pulsante e il sostegno di ogni esibizione, quello di Jeff Labes) e un trio d’archi. Morrison portava dal vivo la brutalità, il ritmo, la gioiosità della musica soul e R&B insieme alla sofisticatezza di un quartetto da camera. Nella sua mente probabilmente le big orchestra con cui aveva lavorato Frank Sinatra, il cui riferimento è vivo e costante nel Van Morrison di questo periodo: un suono “big”, grande, coinvolgente, entusiasmante.

Su tutto la sua voce, qualcosa di così unico come non lo si era mai sentito specialmente da un bianco. Com questa band Van Morrison demoliva contemporaneamente ogni barriera tra blues, funk, jazz e ogni genere di rock.

Quel disco giustamente venne nel corso degli anni incluso fra i migliori dischi dal vivo di tutti i tempi. Adesso viene celebrato con un cofanetto che contiene tre cd e un dvd. Dentro ci sono i concerti integrali del 23 maggio al Troubadour di Los Angeles, quello del 29 giugno 1973 al Santa Monica Civic Center e quelli al Rainbow di Londra del 23 e 24 luglio, mentre il dvd contiene circa 50 minuti di questo ultimo concerto. Nessuno di questi brani era apparso nel vinile originario. Non aggiungono assolutamente nulla alla potenza devastante del disco del 1974, ma sono l’occasione per immergersi ancora più a fondo in questo oceano di salvezza purificante. Se è vero che il disco originale, nella sua compattezza e nella scelta perfetta dei brani resta un tale pugno nello stomaco ancora oggi intatto nel suo vigore, qua adesso c’è la possibilità di scoprire altri dettagli, altri risvolti, altri indizi preziosi. Anche negativi: una resa di Gloria, quella a Santa Monica, bruttina e tirata via malamente. Altri invece che rivelano come Van Morrison intendesse l’esecuzione musicale un momento nel momento, mai destinato a ripetersi, potendosi permettersi di improvvisare e cambiare le carte grazie a una band formidabilmente duttile (in questo senso i due concerti londinesi mostrano un mood sostanzialmente diverso dagli altri due: più rilassati, fortemente segnati da una impronta jazz). Accade con brani come Wild Night e The way young lovers do. 

C’è la rarità ingiustamente tenuta fuori dal disco originale, il tradizionale Purple Heart, c’‘è anche il divertimento puro e semplice quello di Buona sera signorina così come l’altrettanto divertente rilettura in chiave R&B del classico della country music di Hank Williams Hey Good Lookin’. Ci sono poi una Cyprus Avenue e una Caravanda paura eseguite in sequenza. 

Ma prima di arrivare a questi due brani, è importante cogliere altri indizi, ad esempio quelli che si trovano nel dvd, le cui immagine, girate per uno special della Bbc mai trasmesso, giravano già su molti canali della Rete. Van Morrison è  per tutto il tempo agganciato al microfono con una mano come se ne andasse della sua vita, come se senza quell’asta a cui aggrapparsi fosse destinato a crollare miseramente sul palco. Gli occhi chiusi, pauroso di guardare davanti a sé il pubblico, il corpicino esile e basso tutto vestito di bianco. Un fantasmino. Ma attraverso quella piccolezza passa lo straordinario.

L’altro indizio è Listen to the lion, ascolta il leone che urla dentro di me è il brano chiave di questo artista nel suo stato di grazia più alto. La versione che si ascolta in apertura dei concerti di Londra è da pelle d’oca: “And we sailed, and we sailed… And we sailed, and we sailed… And we sailed, and we sailed… sailed to Caledonia…”.

Van Morrison è evidentemente attraversato da qualcosa di più grande di lui, è il canale di trasmissione, è quel momento in cui ogni forma di depressione per l’artista sul palco viene a cadere: le barriere, la gabbia che tengono rinchiuso l’uomo nell’apparente normalità della vita quotidiana cadono in pezzi per portare lui e l’ascoltatore in una dimensione oltre, quella a cui probabilmente apparteniamo da quando siamo stati concepiti e in cui ci ritroveremo nell’oltre la vita. Questa straordinaria band, che lo stesso Morrison definì la sua migliore di sempre, lo ispira e ne viene ispirato: il dialogo fra lui e i musicisti è continuo, inarrestabile, ad esempio quando i fiati e la batteria si fermano e nello spazio etereo restano, continuando in modo diverso ma uguale la linea musicale, gli archi. Che miracolo.

E’ una rivelazione sconosciuta all’interprete stesso ed esplode nel finale cosmico di questa Cypress Avenue(“revelation… revelation…) dove ricordi dell’adolescenza come in una sorta di trance emergono come fantasmi nella notte e chiedono di essere messi in comunicazione con il mondo: “and all your revelation, and all your revelation ,wait for me to come, wait, wait… baby, baby, baby… It’s Too late To Stop Now” è il grido che stoppa il tempo in un tempo immemorabile, Già, è troppo tardi per fermarsi adesso, non è è più possibile una volta che “la guarigione è iniziata”. Nella versione originariamente pubblicata nel disco del 1974 si avverte distintamente uno spettatore urlare “Turn it on!” e lui che gli risponde, “It’s turned on already.” Quindi esplode nell’urlo “It’s too late to stop now!”e i musicisti esplodono con lui in questo cielo astrale.

Nella versione pubblicata adesso il pubblico segue come se fosse una cosa sola con il perforare i suoi andamenti: c’è silenzio assoluto quando lui abbassa i toni,  qualcuno lo provoca e lo incalza il cantante con urla, parole, e lui risponde “France!” e la gente unisona “France!”: è quasi come assistere a una celebrazione liturgica in una chiesa del profondo sud degli States. 

Il cantante a tratti si ferma, ascolta, reagisce e risponde agli spettatori, frasi indecifrabili, lingue misteriose, il “barbarico yawp”” profetizzato da Walt Whitman che diventa l’ “howl” di Allen Ginsberg e adesso è il re leone del soul che lo rilancia. Ascolta il leone. Poi lancia l’orchestra in un micidiale uptempo che sommerge come la lava bollente di un uragano. Sembra tutto finito, impossibile andare oltre invece parte la festa grande di Caravan, l’urlo gioioso di una liberazione ormai convinta e posseduta. Il cantante, la band e il pubblico sono una cosa sola: “la lalala la lalala la”. “Turn up your radio”, alza il volume della tua radio, la tua personale, affinché possa sintonizzarsi su queste frequenze astrali, e sarai liberato. La musica si fa quieta, il suono degli archi appare in lontananza come onde fresche che arrivano alla battigia, poi l’esplosione: “Turn it up!”. I musicisti ripartono come presi a calci nel sedere. “Just one more time!” chiede Morrison. Durante questo momento, nel video dell’esecuzione al Rainbow, si vede Van Morrison prendere a calci senza accorgersene uno dei sassofoni appoggiati a terra.

Ai tempi in cui uscì il disco originale qualcuno in modo azzeccato scrisse che (guardare Van Morrison) è “come guardare una tigre. La tigre non sta pensando a dove sta andando a mettere le zampe o di come ha intenzione di uccidere. E’ la stessa cosa con Van. Lui è semplicemente lì, in modo che tu possa esserne totalmente attratto”. 

Ovviamente non c’è bisogno di essere depressi per avvertire questo flusso salvifico. Basta ricordarsi di avere un cuore. La guarigione è cominciata. E’ troppo tardi per fermarla adesso.

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