CLAUDIO SANFILIPPO/ “Ilzendelswing”: la Milano dietro l’angolo dell’indifferenza

Un bel disco in chiave jannacciana ma non solo, con molti brani della tradizioNE folk americana in dialetto milanese. E’ il sorprendente nuovo disco di Claudio Sanfilippo. di PAOLO VITES

28.06.2016 - Paolo Vites
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Claudio Sanfilippo al centro e Zen Band

“Lunghessa: 42’ 35″”. Anche il timing, la durata del cd, è in stretto dialetto milanese, in questo straordinario disco che fa sembrare che Enzo Jannacci abbia finalmente trovato un erede. Ovviamente non è così, inutile cercare i nuovi Dylan come la gente fa da 50 anni: Jannacci, come tutti i geni, è irripetibile. Eppure qua dentro c’è tutta la freschezza, la milanesità, il senso gioioso di fare musica, l’ottimismo un po’ amaro che ha sempre contraddistinto il grande autore scomparso.

Claudio Sanfilippo d’altro canto non ha mai fatto mistero di questa influenza, apparendo anche nello spettacolo tributo (a cura di Silvia Reggiani) “Grazie Maestro” che da alcuni anni omaggia lo scomparso medico-poeta con la partecipazione di tanti “piccoli eredi” di Jannacci. Sanfilippo poi non è un novellino che deve coprirsi di influenze altrui per darsi un contenuto. Una lunga carriera alle spalle, vincitore di una Targa Tenco, molti dischi di ottima fattura, adesso con “Ilzendelswing” incide probabilmente la sua opera migliore e matura.

Ricordi, radici, appartenenza, popolo, amicizie, speranza: “A me piace la luna, l’ombra, le ragazze, mi piace cantare nella mattina”, dice in Mi me pias. E aggiunge nella title track iniziale: “E’ quando la musica ha sempre ragione”. Già, quella medicina misteriosa che “ha sempre ragione”.

Il disco è una eccitante raccolta in chiave country swing americana e non solo, tutti brani rigorosamente in dialetto milanese, a parte una traccia, curiosamente il brano che più ha Milano nel cuore, Milan, Coppi, Guzzi e Alfa Romeo. Ci sono diversi riadattamenti di tradizionali della canzone popolare americana come Mi son vun, che è Man of Constant Sorrow, incisa anche da Dylan nel suo disco di esordio e diventata celebre nella colonna sonora del film Fratello dove sei; della tradizione anglo-sassone, Quater Franch, riadattamento di The King’s Shielling dello scozzese Ian Sinclair; una straordinaria, commovente e sorprendente, Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen che diventa Impermeabil blu, cantata mirabilmente da Sanfilippo capace di far diventare le strade gelide e innevate di New York quelle nebbiose di Lambrate. E infine un brano dei Nickel Creel, El 21 de Magg, grande ensemble di country progressive americano dell’ultima ora che la dice lunga di dove Sanfilippo guardi.

Il disco, inciso tutto in presa diretta, è infatti una esaltante cavalcata guidata dallo straordinario mandolino di Massimo Gatti, che svisa e improvvisa in lungo e in largo, così come dai bravi Max De Bernardi alla chitarra acustica e Icaro Gatti al contrabbasso (più la pedal steel di Ellio Martina, il dobro di Paolo Ercoli, il fiddle di Colm Murphy, e le voci di Veronica Sbergia e Sara Vescovi). 

Un disco frizzante, a tratti malinconico, ma alla fine divertente, come nella title track, un po’ Jannacci e un po’  Paolo Conte, o nello swing anni 40 di Kores e brill ancora con tocchi di Jannacci e Conte e la bella voce di Veronica Sbergia.

Sanfilippo a chi scrive piace particolarmente nelle ballate lente, cantate con voce fumosa e notturna, piena di malinconia e di rimpianto, brani come Avril, ballatona da brivido, o Barcòn, dai sapori celtici. 

In tutto questo i rimandi a una Milano in parte scomparsa in parte ancora viva seppur nascosta emergono come pugnalate che feriscono nel loro dolce rimpianto: l’estate milanese al Giambellino, “l’alleluia nel ciel di Lombardia”, “l’interista disperato”, i bar, i matti, i santi e i peccatori (“Ci vedremo sotto un ponte, il ponte di Dio”).

Non solo musica, perché questo disco è anche una sorta di libro confezionato con grande cura. Dentro ci sono le foto di Carlo Orsi (autore di un bellissimo libro fotografico sulla Milano del passato) chiaroscuri di rara potenza iconografica e l’introduzione del noto scrittore e giornalista Giorgio Terruzzi . “Ciò che era, rimane riemerge, respira, in un anfratto nascosto, dentro un portone segreto, sopra una facciata asburgica e imbrattata” scrive, e aggiunge: “Non sembra? Perché sei un pirla, lascia fare va là”. Già siamo tutti dei pirla ad aver ridotto Milano a una frenetica corsa alla pochezza del successo e dell’apparire incapaci di vedere la bellezza dei volti che l’hanno attraversata e dei muri e dei portoni che ci guardano in silenzio. Grazie allora a Sanfilippo che tiene vivo il cuore di una Milano che è là, appena dietro l’angolo della nostra indifferenza. 

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