ANGELICA LUBIAN/ “E che Dio ce la mandi buona”: ballate, carezze ed effetti elettronici

Angelica Lubian, udinese d’assalto, tra le migliori scoperte in anni recenti del defunto e meritorio “underground talent” Demo di RadioRai. di ALESSANDRO BERNI

29.06.2016 - Alessandro Berni
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Angelica Lubian

Prima di tre proposte interessanti dalla collezione primavera-estate della nostra canzone al femminile.  Un caso atipico di temperamento e carattere in diretta dalla nostra contraddittoria penisola ha cuore, nervi e finiture sottilmente velenose di Angelica Lubian, udinese d’assalto, tra le migliori scoperte in anni recenti del defunto e meritorio “underground talent” Demo di RadioRai, esponente di un pezzo di scuola friulana che esplora ex novo la musica di rottura dispensando burlesco, autoironia e gusto del mordace.  Quel gusto che entrava di getto in momenti fecondi di humour e ferocia tra il primo album “Conservare in Luogo Fresco e Asciutto” (2008) e il fresco di stampa “E Che Dio ce la Mandi Buona”.  O nel recital one-off “Morso dopo Morso” andato in scena in quel di Udine nel settembre 2011, sorta di traghetto artistico tra due maniere distanti otto anni intervallate da singoli pungenti e divertiti come Nosferatu e spassosi ritratti di arrivismo contemporaneo come Purché se ne parli.   

E poi ancora una manciata di singoli spalmati in un periodo di oltre quattro anni fatti di sudore e pazienza.  La vena contro-festivaliera dai toni spensierati di L’oroscopo del giorno, quella scanzonata di Counting Sheep, quella teneramente vamp all’insegna della schietta godibilità di A Kiss (Is What I Miss), ultimo apripista con tanto di video che precede di pochi mesi questo “E Che Dio ce la Mandi Buona”. In questo album è possibile riascoltare questi momenti ed apprezzarne la funzione di singole parti di una costruzione lunga quanto tenacemente portata avanti.

Cantautorato, indole punk, testa a testa tra rock e melodia, un gruppo che – capitanato dal chitarrista Louis Armato – sostiene con puntualità ed energia l’impianto.  E’ un disco che si nutre di varietà, freschezza, fiammate, divertissement e sberle sonore.  Per la cronaca, tra un coretto che sfrutta un birignao pseudo-lirico e un ritornello pungente, è il paradigma dell’umore prevalente punk del disco.  Che ci faccio? – omaggio al mentore morale Ivan Graziani emerso in un’edizione passata dell’omonimo premio – è gran prova d’autore giocata tra schitarrate ribollenti ed efficacissime arie-slogan risolte da un magistrale diminuendo.  Senza arte né parte segue a ruota con un’altra melodia diretta e sarcastica su un ritmo medio ma martellante.
Con la title track si sconfina nella satira di costume dell’italianità, con il gusto per lo sberleffo stemperato tra aforismi e citazioni divertite.  Un umore e un’impostazione che contagia La marcia su Roma in una accattivante canzone-stornello, sorta di impegnato disimpegno tra il retrò e il balneare.  Oro è da par suo una prova di piccola maestria.  

L’anima della singer da scantinati e piccoli club si sposa alla scrittura di ballate jazzy di gran respiro, cantabilità e senso innato dei tempi musicali nell’afferrare la complicità dell’ascoltatore.
C’è anche spazio per gradevoli ballad, carezze ed effetti elettronici.  Mi volevo per te così come una Fermo restando assestata su registri elettro-acustici, agiscono da filtro e alleggerimento alle melodie più drammatiche, estese e vagamente epic-psyc di una Il nostro giorno dopo che, quasi in conclusione, regala un altro piccolo momento di pensosa follia.   Se cercate una benedizione sui generis del Dio invocato nel titolo, Il 24 settembre prossimo alla Birreria Bonaventura di Milano con tanto di band, è la serata che fa per voi.   

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