GRAHAM NASH/ Il concerto di Como, quelli che vogliono ancora cambiare il mondo

- Paolo Vites

Graham Nash è in Italia per alcuni concerti da solista, al teatro Sociale di Como ha rilasciato una performance di bellissima intensità poetica. di PAOLO VITES

graham-nash-rock_R439 Graham Nash

Di solito, quando si va ad assistere al concerto di un artista “anziano” (nel caso di Graham Nash, al teatro Sociale di Como, 74 anni, cinque decenni di musica sulle spalle) quello che ci si aspetta è un po’ di sana nostalgia, squarci di ricordi, vecchi successi da memorizzare ancora una volta e niente di più. Nel caso di Graham Nash è stata invece una serata in cui non ti sei sentito un vecchio anche tu, perché la contemporaneità del repertorio di questo gigante (peraltro spesso stupidamente ridicolizzato o ignorato all’interno di quel quartetto di cui ha fatto parte nel corso della sua carriera, CSNY, come l’anello più debole) è potente come accade raramente, e soprattutto non ti sei sentito un idiota che torna a casa sconfitto perché i “golden days” sono finiti. Tutt’altro. 

Lo hanno dimostrato anche i brani presentati dal suo nuovo, recente disco solista, lo splendido This Path Tonight, perfettamente a loro agio insieme ai capolavori del passato.  

Graham Nash, a piedi nudi come fa sempre quando si esibisce, hippie impenitente, pur nella elegante cornice di uno dei più antichi e meglio conservati teatri lombardi (“avrebbe potuto diventare un McDonald’s” ha ammonito), è uomo di oggi, di ieri, e di sempre, come accade quando per combinazioni del cuore apparentemente inspiegabili si scrivono canzoni di questa levatura. E la voce. Straordinaria come cinquant’anni fa, in nuda solitudine appare tutta la sua valenza di colonna portante delle armonie del suo quartetto, o trio che siano stati. L’anima di CSN, non solo nello spirito comunitario che lo ha spinto sempre a sostenere una amicizia difficile e spigolosa, fatta di ego esagerati (anche se oggi pare finita), ma soprattutto nella costruzione musicale.

Accompagnato dall’ottimo Shane Fontayne (ex Lone Justice, ex Bruce Springsteen, ex CSN) alle chitarre e armonie vocali, ha sciorinato una retrospettiva lunga cinquant’anni, cominciando coraggiosamente con due pezzi della sua prima band, sconosciuta in Italia, gli Hollies, i Beatles di Manchester, le belle Bus Stop e King Midas in Reverse, passando poi a un estratto del primo leggendario album di CSN, targato 1969, la deliziosa Marrakesch Express (“A quei tempi i poeti beat andavano in Marocco, fumavano droghe, e allora ci sembrava una bella cosa da fare anche noi” ha commentato). Con nonchalance, come se fosse roba da nulla, ha eseguito al pianoforte la sempre dolcissima Simple Man, “scritta la mattina in cui ruppi la mia relazione con Joni (Mitchell)” scaldando il cuore di tutti. Ha criticato la stoltezza che tutti ci colpisce spiegando, prima di Wasted on the Way, che “con quei quattro (CSNY) avremmo scritto molte più canzoni se non avessimo sprecato del tempo” (con la droga). Ha tirato fuori capolavori nascosti, quelli che ci facevano battere forte il cuore nel chiuso delel nsotre camerette dentro le quali ci difendevamo dal mondo sognando sogni più grandi di noi come Sleep Song. Dei brani nuovi sono piaciute particolarmente la title track, l’incalzante e folkie Mississippi Burning dedicata ai tre attivisti per i diritti civili uccisi nel 1965 nel Mississippi, da cui anche il film omonimo di grande successo, e soprattutto la commovente Golden Days, il solo momento di nostalgia purissima, ma in fondo ci stava: abbiamo assistito al film della nostra vita mentre la cantava.

Il finale è epico: da una scura, drammatica, viscerale Cathedral (probabilmente la sua più bella canzone di sempre) a una scintillante Our House (di nuovo dedicata a Joni MItchell, questa volta pensando alla malattia che l’ha colpita) cantata da tutti i presenti.

Ha voluto inserire anche Chicago che negli altri concerti di questo tour sta snobbando, ricordandoci prima di cominciare che “Donald Trump è un pericolo per tutti, anche per voi italiani” e qui la attualizzazione di questo artista è apparsa più evidente che mai. Scritta ai tempi della grande manifestazione giovanile di Chicago del 1968 violentemente repressa dalla polizia, ha detto di volerla fare “perché io ci credo ancora”. In cosa? In quello che ripete l’immortale ritornello: “Possiamo cambiare il mondo”, stravolgendo anche un verso improvvisando “Don’t ask Barack to help you”. Adesso che Obama è uscito di scena tocca a ciascuno fare la sua parte, ha voluto dire.

Non ha voglia di andarsene, l’inglese dai capelli argento. Un tributo al gruppo che più influenzò la nascita di CSN con la beatlesiana Blackbird e poi tutti sotto al palco per Teach Your Children. Perché l’inferno di ogni generazione può passare solo se i giovani tenderanno la mano agli adulti perché “ognuno cerca la verità prima di morire, guardateli, sospirate e sappiate che loro vi amano”. Che bestemmia parlare di amore nel 2016.

Suoni perfetti, armonie vocali altrettanto. E no, per una volta non mi sono sentito uno stupido a essere stato ragazzo quando si credeva che l’amore poteva cambiare il mondo. No, mi sono sentito fortunato a essere cresciuto in quei “golden days”. Mi dispiace per chi non c’era.







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