VERANO/ L’estate dell’indie pop? L’intervista ad Anna Viganò

- Luca Franceschini

Anna Viganò ha suonato per anni ne L’officina della camomilla, una delle band più promettenti del panorama indipendente italiano. Adesso il suo esordio solista. di LUCA FRANCESCHINI

annavigano_R439 Anna Viganò

Anna Viganò ha suonato per anni ne L’officina della camomilla, una delle band più promettenti del panorama indipendente italiano. Recentemente ha deciso di andarsene, di mettersi dietro al microfono e di provare a scrivere e cantare le sue canzoni. 

Ha scelto il nome Verano (che vuol dire “estate” in spagnolo ma che ha anche un suono triste, malinconico, come ha dichiarato lei stessa a Rockit) e ha registrato un omonimo ep di cinque pezzi che è da poco uscito per Garrincha Records, la piccola (ma ormai neanche più così tanto) e attivissima etichetta che ha sotto contratto anche la sua band precedente nonché un altro act di grande popolarità come Lo Stato Sociale. 

Si tratta di canzoni diversissime per stile, sonorità e contenuti da quelle dell’officina. Una raccolta di brani che oscillano tra il pop e il cantautorato, con testi profondi e ben scritti, uno spessore narrativo e musicale che sembra andare oltre quell’aria trasandata e a tratti noncurante che è un po’ diventata il marchio di fabbrica di una certa scena indie. Se aggiungiamo che la produzione è di Paletti, uno dei giovani artisti più talentuosi e promettenti che abbiamo in Italia, i motivi di interesse ci sono tutti. 

Ho incontrato Anna al circolo Magnolia, poco prima della sua esibizione alla prima giornata del Miami, il celebre festival organizzato da Rockit, ormai diventato punto di riferimento di questa scena musicale. Non abbiamo avuto molto tempo a disposizione, ma ne è nata una chiacchierata piuttosto interessante, dove si è parlato di diverse cose: il nuovo inizio, l’importanza del rischio, la fine e il modo di affrontarla, il futuro della musica e quant’altro… 

Innanzitutto ti dico che l’ep mi è piaciuto, ti faccio i miei complimenti. Sai, io non sono proprio un fan de L’Officina della Camomilla… 

Sono due cose completamente diverse…

Appunto! Proprio per questo mi è piaciuto, scusami per la franchezza. Comunque, ho letto diverse tue dichiarazioni e so che sono cose che hai già detto altre volte ma vorrei lo stesso che mi presentassi questo progetto, per come nato e per le esigenze che lo hanno mosso…

Innanzitutto nell’Officina non scrivevo io i brani, che comunque reputo molto belli, trovo che Fra (Francesco De Leo NDA) sia una persona molto talentuosa nel suo modo di scrivere. Io sono una donna, ho trent’anni e ho un altro modo di creare sonorità, atmosfere, che sono appunto molto diverse anche per gli ascolti che ho sempre fatto. 

Le tue sono senza dubbio canzoni pop, lo si sente dai suoni, dalla scelta negli arrangiamenti, dalla produzione. Eppure io ci sento anche molto di cantautorale, un’influenza che sicuramente deriva dai tuoi precedenti ascolti, come hai appena detto. Si potrebbe parlare di una commistione particolare, diversa dalla maggior parte delle cose che si sentono normalmente in ambito indie? 

Quello che ti posso dire è che neppure io mi aspettavo di essere così pop in fase di scrittura. Mi sono quasi spaventata, all’inizio, perché mi sembrava  davvero troppo pop, quello che stavo componendo. In realtà non ho cercato di fare nulla in maniera consapevole. Io non sapevo che cosa fosse Verano finché non ho finito di scrivere i pezzi, ad un pensiero sviluppato ci sono arrivata solo scrivendo, non partivo da nessuna formula predefinita, da nessun pilastro fisso, per così dire. Ho iniziato a scrivere e mi sono trovata in questa “bolla pop” che mi piace molto anche se è strana per me, senza dubbio. 

Tra l’altro ho scoperto che hai una grande passione per Nick Drake, una cosa che non sospettavo e che di sicuro conferma che provieni da un ambito differente…

Ho avuto tanti artisti preferiti nella mia vita e Nick Drake è uno di questi. Ho poi avuto il mio periodo “indie folk” molto pesante, i miei due gatti si chiamano “Iron” e “Wine”, per dire (Iron & Wine è il progetto del cantautore americano Samuel Beam, uno dei nomi di riferimento della nuova ondata folk rock NDA). Più tardi mi sono spostata verso St. Vincent, Beach House, che sono artisti che non c’entrano nulla tra di loro ma che se vuoi hanno entrambi un certo impianto elettronico, di suoni molto trattati. Vengo da un percorso di crescita che è progressivamente diventato più complesso: se da una parte abbiamo Nick Drake che riesce a fare cose immense solo con chitarra e voce, dall’altra parte abbiamo una St. Vincent che ha letteralmente cambiato il modo di suonare la chitarra e di trattare i suoni. E’ un percorso di crescita delle mia capacità musicali ma si tratta anche di assorbire e di metabolizzare cose distanti tra loro. 

 

Della produzione si è occupato Paletti e mi pare che si senta, la sua impronta è ben presente nel suono di questi pezzi. Come è nata questa collaborazione? 

E’ nata in maniera abbastanza naturale: io e Pietro siamo amici da tempo, veniamo dalla stessa città, una sera di settembre l’ho raggiunto per la sua festa di compleanno e Gaetano, che è il mio batterista, gli ha detto: “Guarda che lei sta scrivendo dei pezzi bomba!” e allora lui si è offerto di occuparsi della produzione. Avevo in testa un paio di nomi ma subito ho capito che avrei avuto bisogno di lavorare con una persona che potesse mettermi a mio agio ma che fosse anche capace di dirmi le cose come stavano se non avessero funzionato. Abbiamo lavorato in modo serratissimo, a gennaio abbiamo iniziato e ai primi di marzo avevo già in mano il master, quindi è stata una cosa piuttosto veloce. Pietro è stato molto importante per me: innanzitutto mi ha fatto capire che Verano aveva un senso, perché quando ti metti lì e scrivi, non è facile capire la reale prospettiva di quello che fai. E poi è stato fondamentale per creare l’identità sonora di questo progetto. Avevo in mente alcune cose e lui è stato bravissimo a recepirle e a farle esplodere nel miglior modo possibile. 

 

I testi nascono da esperienze piuttosto sofferte, mi pare. Si parla di distacco, di separazione, di desiderio di lasciarsi alle spalle certe cose… 

In realtà solo a fine disco, quando mi è stato chiesto di provare a raccontarlo, mi sono accorto che forse la parola chiave per descrivere queste canzoni poteva essere “fine”. Tutte le cose che finiscono ti creano nostalgia e dolore però in questo caso si parla di una fine metabolizzata, di un qualcosa che guardi già da lontano o come se ci fosse un filtro. È stato un anno complesso per me, su tanti fronti. Soprattutto la decisione di lasciare l’Officina è stata difficile, ha coinvolto più persone. Sai, essere in una band vuol dire avere un matrimonio a quattro, a cinque, dipende in quanti si è. È stata una decisione sofferta ma è stata anche utile perché mi ha fatto capire che avevo qualcosa da dire ma soprattutto che avevo voglia di dirlo, perché poi qualcosa da dire ce l’abbiamo più o meno tutti, in fondo al cuore. Quindi sì, ho capito che questo disco parla di fine, delle tanti fini che ci sono state quest’anno, più o meno leggere, più o meno metabolizzate. 

 

Senti, ma “Vivere di noia basterà” davvero, come canti in uno dei brani? È un concetto un po’ forte… 

Ci sono passata spesso anch’io. Tante coppie, ma anche tanti amici, si chiudono in una bolla per cui si accontentano di quello che hanno e non si provocano più, non si stimolano più, si bloccano in questo assetto standard e non pensano di cambiarlo. Mi sono quindi immaginata questa persona che ancora una volta, pur di non affrontare un cambiamento, si siede nel suo salotto, che per quanto noioso è comunque un posto sicuro, e dice: “Vabbeh, vivo così, senza tanti sforzi, ma comunque è una comfort zone”. È così, mi immaginavo questo concetto di noia che però è confortante, in un certo qual modo. 

 

L’hai detto bene: quello che fa paura è il cambiamento. Da questo punto di vista, se dovessimo utilizzare questo brano come metafora del tuo percorso artistico, si può dire che tu abbia avuto il coraggio di abbandonare quella comfort zone… 

Certo! Per me è quasi un monito, questa canzone. Volevo dire a me stessa: “Non finire mai così perché sarebbe spaventoso!”. Per quanto possa fare paura, il cambiamento è una cosa positiva perché ti permette di evolvere. 

 

Senti, una domanda scomoda… 

Un’altra? Tutte scomode me le fai (ride NDA)! 

 

Non ti preoccupare, abbiamo quasi finito (risate NDA)! Senti, nell’iniziale “Cielo di Milano” c’è quel verso che dice: “cliccando play su nuovi album imperdibili”. Stiamo vivendo proprio in un periodo così, mi pare, un periodo dove tutto sembra imperdibile, tutto accade in simultanea, a velocità impressionante e noi dobbiamo cercare di starci dietro, di non perderci nulla. Salvo poi scoprire che è tutto inutile e che non riusciamo mai a godere davvero di qualcosa. Riusciremo mai ad uscirne, secondo te? 

Più che una domanda scomoda, direi che è molto difficile. Soprattutto, è difficile rispondere per me, visto che non sono nessuno (ride NDA)! Secondo me stiamo attraversando un periodo molto positivo ma trovo che a volte siamo lì a cercare di raggiungere con i denti un futuro che è molto simile al passato, che stiamo cercando di ricalcare delle logiche che fino a ieri abbiamo tentato di combattere. Non lo so, vorrei dire altre cose ma forse non è il caso, non vorrei creare casini… diciamo che in generale io vedo un futuro molto positivo, soprattutto in un certo modo di fare musica in italiano. Cosmo, ad esempio, è un artista bravissimo, il massimo esponente di un cantautorato che si evolve e che diventa qualcosa di clamoroso, pazzesco, con una chiave di lettura completamente nuova. Amo tantissimo il percorso che ha fatto, trovo che sia stato molto coerente, che sia una persona di grandissimo talento e se volessi far vedere una fotografia del 2016 ai miei figli, ai miei nipoti, se volessi far loro vedere quello che è lo stato dell’arte della musica, farei loro vedere quello. Detto che poi ci sono altri artisti più modaioli, che hanno più hype, ma che forse non stanno leggendo appieno il cambiamento che sta avvenendo. Però chi sono io per dirlo? 

 

Alla fine potrebbe essere la solita questione, quindi: non importa quanta musica ci sia in giro, quanto serrata sia la concorrenza, se hai qualcosa di interessante da comunicare verrai notato comunque, giusto? 

Sì, assolutamente. Magari ci metti di più di altri che arrivano al successo per motivi diversi però alla fine in qualche modo ci arrivi. Ci puoi arrivare per la musica o magari per qualcos’altro che ci sta attorno, ma se arrivi vuol dire che sei stato bravo. Quando un certo tipo di codice linguistico-musicale ha un valore specifico molto alto, prima o poi scoppia, arriva. Non amo la frustrazione, se qualcosa non funziona è perché non stai centrando un obiettivo di comunicazione con le persone. 

 

Cosa succederà adesso? È appena uscito un ep, stasera suonerai qui… a proposito, è la tua prima data in assoluto come Verano? 

La seconda, in realtà. Ieri abbiamo suonato a Brescia. 

Ecco, dopo queste prime date cosa accadrà? Ti vedremo da altre parti? Registrerai un vero e proprio disco? 

Beh, dopo il Miami abbiamo in programma l’Olimpico, San Siro, Wembley… (ride NDA) A parte gli scherzi, adesso partirà un tour piuttosto esteso. Suonerò in tanti festival molto belli ma anche in date tutte nostre. Poi a settembre comincerò a capire se sarò in grado di scrivere un disco vero e proprio, che a quel punto potrebbe essere pronto per i primi mesi del 2017. Ci sarà da lavorare molto duramente perché in autunno pensavo comunque di continuare a fare concerti, non vorrei fermarmi. Sarà un periodo molto duro, non andrò mai in vacanza ma ne varrà la pena, questa è la cosa migliore che io abbia mai fatto in questi ultimi tempi. Non tanto perché sia bella in sé quanto perché mi fa sentire davvero bene e quindi sono contentissima così! 

 

Poco meno di un’ora dopo, Anna sale sul palco accompagnata dagli amici di sempre, che hanno deciso di prendere parte con lei a questa avventura. Il suono del Rizla Stage, il palco più piccolo dove da tradizione si esibiscono gli artisti meno famosi ma anche quelli per cui si prevede un futuro successo, è decisamente migliore rispetto a quello del Pertini, dove poco dopo suoneranno gli artisti principali (quest’anno la resa sonora è stata totalmente inadeguata, mi pare doveroso scriverlo) e questo è senza dubbio un buon punto di partenza. Nel corso dei quaranta minuti a loro disposizione, i quattro musicisti mettono in scena uno spettacolo molto bello, semplice e diretto ma anche piuttosto divertente da vedere e si sono dimostrati molto più affiatati di quanto ci si sarebbe aspettato. L’ep viene ovviamente suonato tutto ma c’è spazio anche per un brano inedito che forse vedremo sul prossimo disco e per una pregevole versione di “I Wanna Be Adored” degli Stone Roses, un brano che dice molto dei gusti variegati di Anna e che viene riletta in modo tale da potersi amalgamare alla perfezione col resto del materiale suonato. Ci sono ancora delle piccole cose da aggiustare nella voce ma per il resto direi che ci siamo e che Verano potrebbe diventare uno degli appuntamenti live da tenere d’occhio in questa estate imminente. Se siete stanchi di un certo linguaggio indie che sembra sempre troppo autoreferenziale, in queste cinque canzoni troverete un mondo pronto a sorprendervi. 





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