SIREN FESTIVAL/ Cronaca di un evento vincente, dai Notwist a Thurston Moore

- Luca Franceschini

Location splendida, ottima organizzazione e soprattutto grande musica: il Siren Festival di Vasto conquista la palma d’oro degli eventi estivi, la cronaca di LUCA FRANCESCHINI

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Foto di Giulia Razzauti

Il Siren Festival ha vinto la sua scommessa. Giunto alla terza edizione, la manifestazione ideata da DNA concerti si può tranquillamente annoverare tra i momenti più belli ed importanti in cui godere di ottima musica qui in Italia. 

Lo hanno pensato sul modello dei più grandi festival europei, con una location suggestiva a fare da cornice ed una line up variegata composta di band che hanno poco in comune tra loro se non la qualità della proposta e che sono messe lì apposta per attirare un pubblico il più possibile eterogeneo. 

Per quest’anno non avevamo dubbi su almeno due elementi: Vasto è un posto meraviglioso, un borgo pittoresco e suggestivo nel cuore dell’Abruzzo, affacciato sul mare ma con una dose massiccia di architettura e scorci suggestivi. Si mangia bene, si beve bene, volendo non fa nemmeno così tanto caldo. 

La line up era già vincente con l’annuncio di Editors e Notwist ma poi si sono aggiunti altri nomi come A.R Kane, Ry X e Thurston Moore e a quel punto il tutto è divenuto ancor più imprescindibile. 

L’unica incognita, ormai si sa, era rappresentata dal pubblico che in Italia ha poca curiosità e si muove sempre per i soliti nomi; oltretutto qui siamo al Sud, dove la situazione è ben peggiore. Che potesse essere un flop era da mettere in conto, per dirla proprio fuori dai denti. 

Non è stato così, per fortuna. La risposta della gente è stata ottima: accenti provenienti da tutta Italia, non pochi stranieri, un’affluenza che, almeno a guardarsi in giro, era quella delle grandi occasioni. I più maligneranno che sia stato merito di nomi come I Cani o Calcutta, che quest’anno paiono gli unici all’interno di una certa scena a poter spostare di volta in volta migliaia di persone. 

In realtà tutti gli eventi ai quali ho assistito erano belli pieni per cui penso si possa dire che probabilmente anche noi abbiamo trovato il nostro festival. 

Quest’anno era la mia prima volta e purtroppo sono riuscito ad esserci solo il secondo giorno, quello dei Notwist e del loro capolavoro “Neon Golden”. 

Al mio arrivo ha da poco smesso di piovere e tutti gli orari d’inizio risultano spostati di mezz’ora. Poteva essere un disastro invece l’organizzazione si è dimostrata efficiente e ha rimediato senza problemi, evitando ulteriori disagi. 

In questo dobbiamo fare un plauso: lo staff era amichevole e disponibile, sicurezza compresa, e ci ha sempre fatto sentire a nostro agio. Ha funzionato tutto a meraviglia e le uniche cose che non sono andate secondo i piani sono dipese da circostanze imprevedibili (vedi la pioggia o la defezione di Gold Panda per motivi di salute, cosa che ci ha privati all’ultimo momento di quello che avrebbe potuto essere il dj set dell’anno). 

Quindi applausi a scena aperta per tutti coloro che si sono dati da fare: siamo in Italia ma per un attimo non ce ne siamo accorti. Scusate se è poco. 

Sul fronte dei concerti, è stato un altro centro clamoroso. Non posso dire nulla sulla giornata del 22, anche se qua e là ho raccolto solo commenti positivi. 

Il 23 era il giorno dei Notwist e non nascondo di aver affrontato il lungo viaggio solamente per loro e per vedere eseguito dal vivo il loro disco più famoso. 

Ci sono stati altri motivi interesse, però. Innanzitutto, come da tradizione continentale, si suonava su quattro palchi: il principale era in Piazza del Popolo, uno dei luoghi centrali di Vasto, direttamente con vista mare. 

Poi altri due secondari, situati entrambi all’interno di cortili. Il più piccolo di questi, all’interno dei Giardini d’Avalos, ci ha probabilmente regalato lo scorcio più bello di tutto il festival. 

Infine, vi era anche un palco in una delle vie principali del paese, al di fuori della zona transennata, in modo tale che anche chi non aveva pagato il biglietto potesse godere di qualche esibizione. 

Purtroppo ci sono state le solite sovrapposizioni e soprattutto la mezz’ora di ritardo mi ha costretto a perdermi il set di Joan Thiele, accavallatosi con quello di Ry X. 

 

Partiamo proprio dall’artista australiano. Dopo aver realizzato con gli Howling uno dei dischi più belli del 2015, Ry Cuming torna con un nuovo progetto sotto il monicker di Ry X e con “Dawn” fa uscire un altro disco di cui si parlerà a lungo. 

Elettronica minimale, atmosfere lounge ma mai troppo rilassate, il suo show è intimista ma a tratti anche energico e coinvolgente, merito anche di una parte suonata piuttosto consistente, grazie alla presenza delle chitarre (che lui stesso suona) e della batteria. 

Non c’è purtroppo tempo per ascoltare Joan Thiele, perché sul palco di Palazzo d’Avalos sta per iniziare lo show di Thurston Moore. 

Non avevo mai visto l’ex Sonic Youth dal vivo prima d’ora e sono rimasto letteralmente estasiato. Il suo repertorio solista è di buon livello ma in sede live è un’altra cosa: fragore chitarristico a non finire, assoli e improvvisazioni, con quell’atmosfera noise a cui ci aveva abituato con la sua band madre. Lo stile è rimasto unico e anche a vederlo, non pare invecchiato di nulla, si rimane basiti quando si realizza che ha ormai quasi sessant’anni. 

Eppure, quando parte a briglie sciolte e sfida l’altro chitarrista James Sedwards in interminabili maratone di assoli, non si può far altro che godere apertamente per quello che rimane tuttora uno dei più grandi artisti della storia del rock. Si rimarrebbe a guardarlo per ore, ed è difficilissimo strapparsi per andare a vedere i Notwist, sull’altro palco. 

La band dei fratelli Acher è in giro da tanti anni e ha realizzato parecchi lavori degni di nota. Eppure, è indubbio che abbia legato il proprio nome e il proprio successo ad un disco come “Neon Golden”, uscito nel 2003, per il quale la definizione di “capolavoro” non è per nulla azzardata. 

Potevano diventare i nuovi Radiohead e i numeri ce li avrebbero anche adesso. Purtroppo, la volubilità del pubblico e forse anche altri fattori difficili da misurare, hanno fatto sì che i dischi successivi, inferiori ma comunque sempre di altissimo livello, non abbiano ricevuto quel che meritavano. 

Per cui adesso sono qui, con il loro status da gruppo di culto, straordinariamente bravi ma con poca, davvero poca gente che se n’è accorta. 

Non c’è un anniversario vero e proprio (tredici anni non sono una cifra tonda) ma in questo giro di concerti ci stanno riproponendo “Neon Golden” per intero. E solo per questo valeva la pena farsi sei ore di viaggio. 

Ma qui non si tratta di semplice rievocazione nostalgica: i cinque sono da sempre attentissimi a quel che fanno sul palco e il disco viene interamente stravolto, non solo nell’ordine della tracklist ma anche nella rilettura dei singoli brani. 

Anzi, a tratti pare proprio che le dieci canzoni che compongono l’album siano solo il punto di partenza per poi dipingere paesaggi sonori in assoluta libertà, sfruttando un’interazione tra elettronica e musica suonata che penso in questo momento non abbia eguali da nessuna parte. 

È il caso di “One With the Freak” ma soprattutto di “Pilot”, con la sua parte centrale di house pura, con tanto di remix vocale fatto da Markus Acher direttamente da vinile (e la scena di lui che tira fuori il disco dalla custodia e lo mette sul piatto mentre gli altri suonano è impagabile). 

Non mancano le ballate, con una “Off the Rails” al limite della perfezione e la conclusiva “Consequence”, il brano più famoso del gruppo che è sempre meraviglioso ma che viene suonato un po’ sbrigativamente, come se fossero consapevoli di avere cose più importanti da fare. 

I bis vedono la presenza di due episodi dall’ultimo “Close to the Glass”, con una “Into Another Tune” indimenticabile, una versione dilatata nella quale succede veramente di tutto e compaiono pure strumenti a percussione mai visti prima, con i nostri che si divertono davvero tantissimo a fare a gara a chi sta facendo la cosa più strana. 

Giusto per non farsi mancare nulla, arriva anche il classico “Gravity”, suonato con una furia elettrica che per un attimo va a toccare gli esordi del gruppo, quando ancora suonavano Hardcore ed erano lontanissimi da quel che sarebbero diventati. 

Performance ancora una volta maiuscola, per una band che al momento ha pochissimi rivali. Purtroppo, nonostante l’affluenza, la maggior parte del pubblico è sembrata distratta e poco partecipe, pochissimi sembravano essere lì per loro. Nonostante tutto, confido che qualcuno si sia fatto ferire dall’autentica bellezza che abbiamo visto e sentito per un’ora e mezza e decida di andarsi ad ascoltare i dischi. Dopotutto, lo scopo di un concerto dovrebbe anche essere questo. 

Abbiamo un po’ di tempo prima dell’inizio dello show de I Cani per cui facciamo un salto al palco gratuito, dove Francesco Motta sta finendo il suo set. 

“La fine dei vent’anni” è per quanto mi riguarda il più bel disco italiano uscito quest’anno. Un songwriting di enorme qualità, unitamente alla produzione di un talento come Riccardo Senigallia, ne fanno un lavoro da ascoltare e riascoltare. Dal vivo lo avevo già visto e sapevo che anche da questo punto di vista non delude. 

Qui riesco a sentire solo le ultime quattro canzoni ma sono abbastanza per capire che anche stavolta ha fatto il botto. Grande personalità, nonostante sia giovanissimo, si muove bene e ha una band con un groove irresistibile, accentuato dal fatto che nei pezzi più movimentati Francesco suona il timpano per caricare di più. 

Non sfonderà mai, ha canzoni troppo complesse, a tratti intellettuali e autocompiaciute, prive di un appeal radiofonico ma ha comunque davanti un futuro più che radioso. 

Chi sembra invece abbia sfondato è Nicolò Contessa coi suoi Cani, passati nel giro di pochi anni da fenomeno tutto sommato localizzato a band rock del momento, con passaggi in radio e articoli e interviste sui principali quotidiani nazionali. 

Qui non ci sono le frotte di ragazzine che cantano a squarciagola ogni singolo pezzo manco si fosse ad un concerto di Vasco Rossi (Milano, da questo punto di vista, è un’altra piazza) ma la maggior parte dei presenti è qui per loro e l’entusiasmo è comunque notevole. 

Purtroppo non si può dire che sia stato un gran concerto. L’ultimo “Aurora”, dal suono molto più pop e dall’atteggiamento più smaccatamente radiofonico, è solo in parte responsabile di quello che abbiamo visto. 

Già, perché se ascoltato con attenzione e senza pregiudizi, questo terzo lavoro non è poi così male. Ci sono episodi stucchevoli, certo, ma il livello di scrittura rimane alto e i testi, pur privi della caustica ironia e della capacità di descrizione del reale presenti nei primi episodi, rimangono interessanti e quasi mai banali. 

Il problema sta, semmai, nella velleità (per parafrasare il loro brano più famoso) di Contessa di voler arrivare ad interpretare il ruolo di cantante e di frontman, che proprio non gli appartiene. 

Purtroppo non ha la stoffa né dell’uno né dell’altro: non è abbastanza carismatico da dominare il palcoscenico e non canta neppure così bene (è migliorato, comunque) da poter pensare di occuparsi solamente di questo. In poche parole, era meglio quando suonava anche il piano elettrico e gestiva parte dei campionamenti. 

Oltretutto, il voler essere a tutti i costi una pop band non sembra pagare: i brani vecchi sono stati tutti riarrangiati, vengono nel complesso suonati più lenti e c’è stato l’inserimento di un moog che ha funto sempre da strumento portante (i nostri non hanno mai avuto la chitarra) ma che, oltre ad essere mixato a volumi esagerati (ma quello è stato probabilmente un inconveniente tecnico) è riuscito nell’impresa di rendere prevedibili e stucchevoli anche alcune perle della prima ora come “I pariolini di diciott’anni”, “Velleità”, “Lexotan” o “Vera Nabokov”. 

Poi per carità, il pubblico era entusiasta, ha cantato e ballato senza sosta e ha tributato a Niccolò ovazioni degne delle più grandi rock star. Quindi, per quanto io mi possa lamentare, hanno vinto loro. 

Eppure, non posso fare a meno di pensare che li preferivo prima, quando avevano quell’attitudine punk scanzonata e provocatoria e quando la componente elettronica del loro sound era molto più dinamica e intelligente. 

Adesso, mi dispiace dirlo, sembrano un gruppo come mille altri. Ma finché fanno questi numeri e generano questi entusiasmi, ripeto, ogni critica risulta superflua. Perché il rock italiano oggi passa soprattutto da qui, che piaccia o meno. 

La mattina dopo è di scena Josh T. Pearson, nella suggestiva cornice della chiesa di San Giuseppe. Nonostante sia da poco passato mezzogiorno, l’affluenza è altissima e abbiamo davvero faticato ad entrare. Questo è un altro segno eloquente di buona riuscita, che la gente abbia risposto così bene a qualunque appuntamento di questo festival. 

Il concerto è suggestivo, le ballate acustiche del musicista texano sono lunghe, eteree e hanno spesso l’andamento di una litania. D’altronde l’ascolto dell’ultimo “Last of the Country Gentlemen” era stata esperienza faticosa, non certo una cosa da fare in ogni occasione. Qui è meglio, perché la dimensione live favorisce la resa dei brani e Josh è sufficientemente simpatico e disponibile nell’interazione col pubblico. 

Non è entrato nelle mie corde ma è senza dubbio da vedere una volta nella vita, se non altro per il modo tutto particolare con cui passa dal piano al forte, percuotendo la chitarra con una violenza quasi elettrica. 

Vedremo se il prossimo disco sarà un po’ più accessibile ma a giudicare dagli estratti proposti in anteprima, non si direbbe. 

Complimenti al Siren, dunque. Se un consiglio si può dare ai tipi di DNA e ai loro partner, è quello di annunciare per tempo le date della prossima edizione, in modo tale che ci si possa organizzare con comodo per partecipare all’intera durata del festival. Vi assicuro che ne vale la pena. 

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