FESTIVAL DI SALISBURGO/ “L’amore di Danae” rivela un nuovo Richard Strauss

- Giuseppe Pennisi

Prosegue il festival di Salisburgo, oggi GIUSEPPE PENNISI ci parla di Die Liebe Der Danae (L’amore di Danae) è una delle opere meno rappresentate di Richard Strauss

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Die Liebe Der Danae, foto Festival di Salisburgo

Die Liebe Der Danae (L’amore di Danae) è una delle opere meno rappresentate di Richard Strauss; allo stesso festival di Salisburgo è stata messa in scena solo due volte (se si escluse la prova generale del 1944 quando la prima e le repliche vennero sospese a ragione della guerra totale proclamato a causa dell’invasione sia sul fronte occidentale sia su quello orientale). 

E’ un’opera che Strauss amava moltissimo tanto che vi lavorò per oltre quindici anni, nonostante fosse un compositore molto veloce. Il canovaccio venne predisposto da Hugo von Hofmannsthal prima di morire per un attacco cardiaco durante i funerali del figlio. Strauss chiese al poeta Stefan Zweig di redigere il libretto clandestinamente (Zweig era ebreo e, quindi, persona non gradita al nazismo). La censura intercettò la corrispondenza (sul libretto) tra Strauss e Zweig: il poeta emigrò in Messico (dove morì tragicamente) e il compositore perse l’incarico di Presidente della Camera dei Musicisti del Reich. Strauss allora consegnò la stesura del testo all’allora giovane drammaturgo e poeta Joseph Gregor.

Le travagliate vicende del libretto non sono però all’origine delle difficoltà della messa in scena della ‘mitologia allegra in tre atti’ in cui due miti dell’antica Grecia e dell’Antica Roma vengono intrecciati per creare  un lavoro unico nel suo genere. Il solo, nella produzione di Strauss, in cui non si esplora unicamente o principalmente la psiche della protagonista, ma in cui il personaggio principale è il re degli Dei e il tema di fondo il suo invecchiamento, con conseguente perdita di potere e di fascino sul gentil sesso. Soprattutto, l’opera richiede un cast enorme (con due tenori ‘eroici’ e uno lirico), un soprano con una linea vocale difficilissima (pari solo a quella del Der Rosenkavalier ), una quindicina di solisti in ruoli minori , mimi e ballerini, nonché un’orchestra smisurata.

E’ infine un’opera scritta durante le devastazioni della Seconda guerra mondiale. Nel congedarsi dai Wiener Philharmoniker, Strauss ottuagenario scelse di eseguire l’intermezzo sinfonico in do maggiore del terzo atto di Die Liebe Der Danae e, al termine, abbassata la bacchetta disse: Spero di rivedervi tutti……..in un mondo migliore.

A prima vista, l’intreccio è quello di una delle tante farse sugli amori ed amorazzi di Giove, ma qui il re degli Dei, invaghitosi della principessa di un regno dissestato e bramosa di ricchezza, viene rifiutato perché la giovane si innamora di un povero pastore (che lo stesso Giove aveva trasformato in Re Mida). Troppo complesso, e non molto utile, riassumere i tre atti e sette quadri in cui si articola il lavoro. Le difficoltà di una messa in scena sono quasi insormontabili. 

Il regista e scenografo Alvis Hernanis (con il costumista Jouzas Statkevicus e gli altri suoi numerosi collaboratori) situano la vicenda in un Rajastan come può essere immaginato da un pittore Jugenstill (ad esempio Klimt), un mondo da Utopia in cui Danae, assettata di oro al primo atto, trova l’amore nella vita povera di un pastore nel secondo e nel terzo, con grande rincrescimento di Giove, che sente il peso degli anni sulle sue spalle. 

Nonostante non ci siano state cenni di dissenso in sala, alla prima del 31 luglio non tutti hanno apprezzato questa scelta con i suoi forti colori e un’atmosfera di film storico prodotto a Bombay. A mio avviso, scartata l’ipotesi di un’ambientazione ‘mitologica’ nell’antica Grecia, l’altra possibilità sarebbe stata situarla negli anni trenta e quaranta in un’isola felice (lontana dalla guerra, ad esempio l’America Latina) con un ceto ricco ed elegante.

Di grandissimo livello l’esecuzione musicale. Franz Wesler-Möst, alla guida dei Weiner Philarmorniker ha reso la struggente bellezza della partitura, in equilibrio tra ironia e melanconia. Delle grandissime voci, doveroso ricordare almeno Tomasz Konieczy, Krassimira Stoyanova, Gerhard Siegel e Regine Hangler.  

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